La Drammascultura

Dove nasce il termine?

Drammascultura è un mio concetto e risale al 1997. 

Nasce dall’unione di dramma e scultura, con l’intenzione di far risuonare, dentro il nome stesso, il processo che guida entrambe le pratiche. Come nella scultura, anche nella Drammascultura l’opera emerge per sottrazione, attraverso gesti di rimozione, resistenza e chiarificazione progressiva.

La metafora si radica nel lavoro fisico dello scultore:

  • La Sbozzatura – la prima fase, in cui si eliminano le porzioni più ingombranti e superflue della materia, usando mazzuoli, subbie, asce o seghe. È un’azione drastica, quasi brutale, che avvicina alla forma senza ancora rivelarla.
  • La Rifinitura – la fase lenta e attenta, in cui scalpelli, lime, raspe e sgorbie danno lucidità ai volumi, facendo emergere dettagli che non erano visibili, ma erano già contenuti nella massa.

Allo stesso modo, la Drammascultura procede come nel processo creativo: si elimina ciò che è superfluo, decorativo, insignificante o fuorviante; rimuove il dettaglio linguistico inutile; sottrae la rappresentazione per far affiorare una densità drammatica che non si racconta, ma resta.

Il nome vuole evocare non solo un incontro tra arti, ma una tecnica di verità: il dramma non è costruito per aggiunta, ma rivelato attraverso scelte precise, tagli, fenditure, sospensioni. Ogni residuo è una ferita che non si chiude; ogni vuoto è un segno; ogni silenzio è una superficie lasciata apposta “non finita”, come lo scultore che si ferma un attimo prima della levigatura finale per non perdere la forza del materiale.
Per questo la Drammascultura è “scultura” anche quando non utilizza la materia grezza: lavora come la scultura, con la scultura, e dentro la logica scultorea della sottrazione che fa emergere una forma non illustrata ma trattenuta.

La Drammascultura è dunque una disciplina sperimentale che nasce dall’incontro tra drammaturgia, scultura, teatro, ideata come risposta alla crisi delle forme narrative tradizionali e alla progressiva smaterializzazione del linguaggio contemporaneo.

Non si tratta di una semplice contaminazione tra arti, ma di una pratica autonoma che assume il conflitto tra parola e materia come proprio principio fondativo.

Al centro della Drammascultura vi è l’idea che il racconto non si sviluppi soltanto nel tempo, come avviene nel teatro o nella letteratura, ma possa sedimentarsi nello spazio, incarnarsi in un oggetto, in una forma, in un corpo materico che trattiene il dramma invece di rappresentarlo. La scultura non è scenografia, né supporto visivo: è dramma solidificato, memoria fisica di un evento (che si tratti di tensione oppure di una ferita).

Origine e poetica

La Drammascultura affonda le sue radici nell’esperienza teatrale della Compagnia degli Stracci, dove la ricerca sul corpo, sull’oggetto e sulla parola ha progressivamente spinto il lavoro oltre i confini della rappresentazione scenica. Da lì nasce l’esigenza di sottrarre il dramma alla performance, di renderlo durevole, esposto. Imperituro perché rappresentativo per tutti e per sempre.

La poetica della Drammascultura è profondamente legata a una visione della comunicazione come atto culturale e politico: non strumento di semplificazione, ma luogo di complessità. In un’epoca dominata dalla velocità, dall’iper-narrazione e dall’obbligo di chiarezza, la Drammascultura rivendica il valore della responsabilità.

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