Orfani o figli?

Ho avuto diversi maestri, consapevolmente padri e madri.

Franco Fortini, Beppe Gozzini, Davide Maria Turoldo, Ernesto Balducci, Dario Fo, Fernanda Pivano, Ivan Illich, Edoarda Masi, Philippe Daverio, Licia Pinelli.

Di tutte e tutti ricordo con precisione le librerie di casa, i temi, le posture, talvolta persino le ricette, come nel caso della pasta con il radicchio di Beppe, cucinata magistralmente nella casa di Ferrano.

Caratteri tosti (taluni al limite della sopportazione umana), visioni profetiche, lingue e linguaggi per cui è valso vivere anche in modo rocambolesco, al loro seguito, fino a quando ne ho potuto godere.

A uno a uno sono però scomparsi. È rimasto il riferimento puntuale, il richiamo a poche ma essenziali parole d’ordine, prime tra tutte quelle legate alla coerenza, alla lucidità. È rimasto l’onere di tornare con insistenza sulle coordinate intellettuali, sull’impegno civile a non abdicare alla nostra funzione sociale.

E una convinzione.

Al netto delle mie esperienze personali con loro, che hanno forgiato il mio carattere e, spero, anche la mia postura, resta il convincimento di appartenere a una famiglia allargata che si compone di donne e uomini che, nei decenni, hanno seguito con passione il dibattito delle idee, il confronto serrato, la crescita umana e civile del Paese, l’approdo all’attuale inquietudine generale che merita di essere affrontata da ciascuno di noi.

Con le nostre professionalità. Con il nostro rinnovabile piglio. Con una vocazione chiara ad assumerci quota parte della responsabilità per migliorare i mondi che frequentiamo.

Con garbo ma con rigore.