Conosco, dunque sono

 La conoscenza organizzativa è tutto.

In un’organizzazione complessa non tutto è noto, non tutto è a portata di mano.
Ci sono, inoltre, sincretismi o vincoli sistemici che non possono essere noti a tutti o che, comunque, non possono essere di facile comprensione per l’intera comunità.

Rispetto alle regole, alle procedure e alle filiere organizzative (funzionali) di un’azienda, esistono variabili che generano buffer veri e propri.
Tutto ciò, paradossalmente, nasce a protezione dalla variabilità potenziale dello scenario, ma anche in funzione di un ulteriore livello di controllo e di monitoraggio dell’intero sistema (che, in questo modo, si illude di autoproteggersi).

Mi spiego meglio.

Le strutture organizzative complesse, private o pubbliche, sono, nei fatti, in parte inaccessibili perché protette da substrati gerarchicamente orientati all’autoconservazione.

Questo determina un vero e proprio vincolo cognitivo che non permette ai comunicatori che vi lavorano una governance delle informazioni privilegiate e, in generale, non consente una reale conoscenza dell’organizzazione e dei principali owner in possesso di dati, notizie e spiegazioni.

In questi casi, la capacità di subordinazione è la vera strategia di sopravvivenza. Peccato che l’opacità di fondo renda la filiera delle informazioni, specialmente quelle sensibili, incerta e, a tratti, poco prevedibile.
Occorrerà tenerne in debito conto ogni qualvolta si dovrà redigere un report sull’accettabilità del rischio o in tutti i casi in cui si renda utile la redazione di uno scenario ad hoc.

Il differenziale conoscitivo – infatti – potrebbe falsare, e non di poco, la prospettiva e, dunque, la prioritizzazione delle attività.

Per fare un esempio, all’origine di una campagna di informazione o di un evento pubblico potrebbero esserci motivazioni politiche, di posizionamento personale o di riallineamento di un segmento gerarchico dell’organizzazione o, più semplicemente, ragioni di opportunità che il responsabile delle attività, sia esso un dirigente o un direttore, potrebbe non conoscere o non comprendere fino in fondo.

Preciso che, in ogni caso, in qualsiasi scenario o in presenza di una situazione organizzativa di una certa complessità, la capacità di interpretazione e di reazione dipenderà dalla conoscenza degli elementi che concorrono all’assunzione del rischio.

Anzi, dalla consapevolezza dell’accettabilità di un dato rischio stimato come realistico.
Dunque, alcune domande semplici ma fondamentali, giusto per tararci sul livello di accettabilità del rischio potenziale.

La nostra professione è il risultato dell’incrocio prospettico di punti di vista differenti; nasce con la propensione alla sorpresa e utilizza nozioni o vere e proprie competenze di sociologia, antropologia, psicologia, filosofia, comunicazione di massa, linguistica, giornalismo, pubblicità e marketing.
Per non parlare delle tecniche di comunicazione paraverbale o non verbale cui facciamo spesso riferimento: dunque, l’ascolto attivo, l’empatia e l’assertività.

Un crocevia di competenze e sensibilità che potrebbero fare la differenza in settori dove l’ascolto, il governo delle emozioni, la creazione del consenso, l’inclusione, la partecipazione, la bellezza, la cultura e la cultura della competenza, la creatività potrebbero risultare risolutivi.
Non c’è intelligenza artificiale che sopperisca, che faciliti o – peggio – che possa sostituire la sensibilità complessa di un comunicatore. Anche se, talvolta, non è sufficiente.

(photo: Dettaglio, Giulia Andreani)