Non sto affatto bene. Mi sono detto
Il primo. L’emergere di un pensiero ‘altro’. Il cosiddetto stadio di malattia ha interrogato (e tanto) la mia quotidianità; mi sono sentito sotto scacco – questo è ciò che accade di fronte alla forza intemperante del male, del malanno – come in un’ultima opzione, poco raccomandabile, per nulla desiderabile.
Ma ben presto si è palesato in me un ritmo diverso che ha abilitato altre capacità, un’attitudine all’ascolto mai considerata prima. Ho visto il mio corpo agire e reagire con ritmi non governabili e non noti. Ne sono rimasto colpito, affascinato, anche rincuorato. Non è mistica della sofferenza, non vi preoccupate. Non c’è nulla di desiderabile o di beato in un corpo straziato ma è indubbio che cambiano molte prospettive e, banalmente, anche molte capacità.
Il secondo. La necessità di rovesciare il principio di entropia. Prima della degenza avevo dissipato energie come se non ci fosse un domani. Non ho dedicato sufficiente tempo al mio corpo, alla mia vita ‘altra’.
Ho vissuto come una xenos bios, una vita straniera. Non più soltanto mia.
Dove priorità e parole d’ordine erano di altri.
Non ne sono uscito migliore, però. Ne sono uscito consapevole.
Ho colto il polline dei miei ragionamenti e ho intrapreso, attraverso la scrittura, la fatica di propormi una sintesi.
La scrittura ha questa capacità: poter scegliere parole, ritmo, struttura. Può adattarsi a mondi rarefatti e può riuscire a comporre riflessioni anche audaci attraverso la concatenazione di concetti espressi con semplici parole.
È la cultura, bellezza.
La nostra evoluzione (o predisposizione) culturale surroga e precede quella biologica. Siamo specializzati solo in questo, infatti: sublimare l’errore o il difetto con le parole.
Possiamo fare solo questo.
Ecco perché ho scritto.
Ecco perché ho provato a descrivere ciò che mi ha colpito e i suoi effetti. Senza emozioni, senza maledizioni. Ciò che è stato è stato.
“Pietre che rotolano sorde dentro un tegame come barde.
Bombarde, carde, chiavarde”.
Ma siccome dalla biologia alla biografia il passo è troppo lungo, ho forzato e ho allargato lo sguardo comprendendo anche il momento storico e il ruolo della mia professione di comunicatore. Ho provato così l’ebbrezza degli universali (risata dal fondo)!
Da un dettaglio – la mia malattia – sono passato a considerare il contesto e gli altri, la famiglia umana allargata. Ecco come, ad un tratto, la glossa interrotta e straziata non è stata più soltanto la mia ma quella di una generazione intera alle prese con la fatica di intendersi, di comunicare e di schivare le bombe.
“Distinguere bene è ormai per persone tarde, testarde, truffarde, vecchiarde, vegliarde.
Se la lingua batte dove il dente duole? Può molto darsi”.
Dal giorno del mio ricovero, lo stesso della morte del Papa, ho smesso di parlare e di sentire. Mi sono trovato in perfetta solitudine alle prese con un’esperienza organica che, nei fatti, mi ha fermato. Completamente.
Ho fatto l’esperienza della sprovvedutezza. Non sapevo e non potevo più nulla.
Esattamente come accade oggi, in processi collettivi molto più ampi, dove la comunicazione è interrotta, blesa, falsata. Ecco fatto, allora, il passaggio (indebito?) tra la mia personale storia e un tratto comune alla storia di molti.
“Il male degli ardenti ora è noto e chiaro, negli intenti come negli effetti conseguenti. Ma c’è ancora molto da farsi senza disfarsi”.
Ho metaforizzato un male e l’ho universalizzato.
Una raccomandazione, però. Non voglio essere frainteso: non c’è alcun carattere negoziale, nessun intento pedagogico, nessuna sublimazione. Solo un’accorata e solitaria richiesta di riflettere sulle nostre, sulle altrui, possibilità.
Perché, in fondo, su questa malattia del secolo, l’ultima parola non è ancora detta.
Non ne sono uscito migliore, però. Ne sono uscito consapevole.
Ho colto il polline dei miei ragionamenti e ho intrapreso, attraverso la scrittura, la fatica di propormi una sintesi.
La scrittura ha questa capacità: poter scegliere parole, ritmo, struttura. Può adattarsi a mondi rarefatti e può riuscire a comporre riflessioni anche audaci attraverso la concatenazione di concetti espressi con semplici parole.
È la cultura, bellezza.
La nostra evoluzione (o predisposizione) culturale surroga e precede quella biologica. Siamo specializzati solo in questo, infatti: sublimare l’errore o il difetto con le parole.
Possiamo fare solo questo.
Ecco perché ho scritto.
Ecco perché ho provato a descrivere ciò che mi ha colpito e i suoi effetti. Senza emozioni, senza maledizioni. Ciò che è stato è stato.
“Pietre che rotolano sorde dentro un tegame come barde.
Bombarde, carde, chiavarde”.
Ma siccome dalla biologia alla biografia il passo è troppo lungo, ho forzato e ho allargato lo sguardo comprendendo anche il momento storico e il ruolo della mia professione di comunicatore. Ho provato così l’ebbrezza degli universali (risata dal fondo)!
Da un dettaglio – la mia malattia – sono passato a considerare il contesto e gli altri, la famiglia umana allargata. Ecco come, ad un tratto, la glossa interrotta e straziata non è stata più soltanto la mia ma quella di una generazione intera alle prese con la fatica di intendersi, di comunicare e di schivare le bombe.
“Distinguere bene è ormai per persone tarde, testarde, truffarde, vecchiarde, vegliarde.
Se la lingua batte dove il dente duole? Può molto darsi”.
Dal giorno del mio ricovero, lo stesso della morte del Papa, ho smesso di parlare e di sentire. Mi sono trovato in perfetta solitudine alle prese con un’esperienza organica che, nei fatti, mi ha fermato. Completamente.
Ho fatto l’esperienza della sprovvedutezza. Non sapevo e non potevo più nulla.
Esattamente come accade oggi, in processi collettivi molto più ampi, dove la comunicazione è interrotta, blesa, falsata. Ecco fatto, allora, il passaggio (indebito?) tra la mia personale storia e un tratto comune alla storia di molti.
“Il male degli ardenti ora è noto e chiaro, negli intenti come negli effetti conseguenti. Ma c’è ancora molto da farsi senza disfarsi”.
Ho metaforizzato un male e l’ho universalizzato.
Una raccomandazione, però. Non voglio essere frainteso: non c’è alcun carattere negoziale, nessun intento pedagogico, nessuna sublimazione. Solo un’accorata e solitaria richiesta di riflettere sulle nostre, sulle altrui, possibilità.
Perché, in fondo, su questa malattia del secolo, l’ultima parola non è ancora detta.
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