Che fai? LeFay

Prendersi cura non è un lusso. 


A Pinzolo c’è un vocabolario di legno, pietra, acqua, che ha la capacità di arricchire l’altro vocabolario, quello della lingua, seguendo un metodo deduttivo per la conoscenza dell’animo nostro tutt’altro che banale.

Treccani parla chiaro. Alla voce ‘cura’ si contemplano significati e posture molto diverse tra loro. Dall’interessamento solerte e premuroso al riguardo, per finire con l’impegno, lo zelo, la diligenza. Al centro della cura, Treccani pone l’altro o il medesimo con un significato complessivo che racchiude una predisposizione d’animo all’accoglienza.

Si cura per accogliere. Si accoglie per curare.

Ma Pinzolo?
In questo luogo di legno, pietra, acqua, il paesaggio delle montagne di Pinzolo non è una semplice quinta ma è il teatro di un’esperienza estesica e estetica mai provata prima.

Lì si sperimenta una cartografia dei corpi che si abbandonano ad una cura a base di liturgie energetiche e terapeutiche. È un laboratorio dove i nostri frammenti indecisi ritrovano una composizione, un riequilibrio.

A facilitare il processo di cura c’è – ricordo ancora Treccani – lo zelo, la diligenza, che qui è praticamente ovunque e comunque. Le persone che lavorano in questo posto l’hanno scritto nel gesto, nei tratti somatici, nel garbo con cui vieni accolto, indirizzato, curato.
Un gesto sempre agile, suadente, ben disposto.

Franco Battiato e Manlio Sgalambro avrebbero chiosato “Anche tu sei un essere speciale”, precisando che «…La cura diventa così la struttura dell’esistenza, è intimamente connaturata ad essa, è la stessa esistenza. Non è una posa, un atteggiamento, che si può assumere e abbandonare quando si vuole, perché quando il cuore batte e l’aria filtra nei polmoni, non si può fare finta di non vivere. È la cura che muove i nostri passi».

L’ho incarnata così, tra legno, pietra, acqua, la frase poetica “Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via, dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo”.

Qui e in pochi altri posti trovi giuste e sacrosante quelle parole maestre. 
In questo periodo caratterizzato da deflazione del senso, da incuria, da frettolosità, dove vengono proposti biomi virtuali, fanfole e farneticazioni, l’esperienza di cura qui diventa un vero e proprio aboutness, una ricerca di Altrove.

La sequenza del trattamento che qui viene proposto è chiamata ‘Centro’, ‘Drago verde’, ‘Fenice Rossa’, ‘Tigre bianca’, ‘Tartaruga nera’; un percorso unico caratterizzato da un approccio particolare che sposa i principi filosofici cinesi della dualità e complementarietà degli opposti.

Dicono che analoga esperienza si possa fare anche a Gargnano, sul lago di Garda, nel cuore dell’incantevole Riviera dei Limoni.
Chissà mai di andarci, perché LeFay promette che “Per ritrovare se stessi non è necessario andare lontano”.

Ci credo. Mi curo.