Dieci raccomandazioni morte

Come Dieci Piccoli Indiani.

Vi ricordate il signor U. N. Owen, proprietario dell’unica abitazione sull’isola, che invita perfetti (tra loro) sconosciuti e che manco si presenta all’appuntamento?


Ad accogliere i malcapitati saranno i coniugi Thomas ed Ethel Rogers. Il resto è noto ai 110 milioni di lettori del romanzo capolavoro di Agatha Christie.

L’appuntamento con la scrittura è come questo stravagante invito a Burgh Island, posta di fronte al Devon, che tutto fa presagire tranne che la fine. 

È sempre un dramma, lo sapete, perché mi conoscete.

Nella mia personale esperienza, prima di lettore e poi di autore, la scrittura è sempre un appuntamento da onorare, con tanto di struttura drammatica classica, dove c’è un prologo che introduce e presenta gli antefatti; un parodo, una sorta di canto d’iniziazione. Fanno seguito gli episodi, che si compongono di azioni ben precise. Stasimi ed esodo completano l’operazione verso la conclusione.

Nello svolgersi del dramma, i destini generali sono l’esito di un confronto tra le libertà, e gli elementi di conflitto hanno lo scopo di suscitare empatia, coinvolgimento, interrogativi su questioni fondamentali.

Sfide interiori, dilemmi, opzioni di scelta, punti di vista favoriscono l’intreccio drammaturgico che, nel mio intento, guadagna la sfida vera e propria: quella di considerare il conflitto come il normale terreno di gioco dove scovare e interpretare le singole scelte. E, in quelle scelte, giocarsi i ruoli.

Con una differenza, però: il deutero-protagonista diventa protagonista.
Mai spettatore o compagno di strada, è sempre colto nell’atto di compiere delle scelte. Per sopperire al progressivo disimpegno è molto utile tornare a ciò che suggerivo prima: fare umanità e conformare l’informe, ciascuno con la propria missione.

Purtroppo per noi, però, il canone dell’enigma quasi mai poggia sulla “camera chiusa doppia”, così come quasi mai ci troviamo di fronte a Hercule Poirot o Miss Marple, perché nella realtà prevale l’ambiguità morale e l’invasione dei brutti, e i misteri non evolvono mai.

Per la mia incompiutezza, quando scrivo nel dramma contemporaneo, mi raccomando dieci piccoli atteggiamenti che, nell’intento, dovrebbero colmare una carenza epistemologica nella rappresentazione.

In pratica, dovrebbero evitare fughe in avanti, sciocche perversioni narcisistiche, inutili incomprensioni.

Eccoli, qui di seguito.

1 – Focalizzare bene le motivazioni che portano a scrivere. A differenza del parlare, scrivere non è quasi mai obbligatorio. Si scrive più di quanto si possa leggere in una vita intera e quasi mai ci sono persone che non vedano l’ora di leggerci.

2 – Identificare bene il messaggio finale, che deve essere sempre intenzionale, ben presente, mai occultato. La scrittura impegna sempre e non dovrebbe facilitare il disimpegno, l’esonero dalla realtà.

3 – Leggere tanto e verificare fonti, posture, atteggiamenti. Non si è mai soli del tutto e, anche quando pensiamo di voler scrivere un pensiero inedito, questo spesso è il risultato di una stratigrafia preesistente che ci condiziona. Viviamo di bias cognitivi, vere e proprie distorsioni del pensiero: scorciatoie mentali, trucchetti inconsapevoli e automatici.

4 – Comunicare una cosa nuova e vera di me. La scrittura è sempre autobiografica. Parla di me, di come sono cresciuto, sprecato o valorizzato, incrementato, violato, superato. È un’ipotiposi del sé. Ciò significa che nel testo, sia il lessico, sia la struttura e persino la gerarchia degli elementi narratologici tradiscono una verità di me.

5 – Rifiutare i pensieri apodittici o anche solo autoreferenziali. Il percorso che porta alla codificazione di un pensiero, di un concetto, deve essere sempre accompagnato e mai dato per scontato.

6 – Le parole sono pietre. Possono offendere, ferire, condannare, alterare. Un’accurata selezione di vocaboli può fare la differenza: per garbo, per profondità, per ricchezza espressiva. E per onorare l’intelligenza del lettore.

7 – Distinguere sempre la storia di un accadimento specifico dal discorso che la rappresenta.

8 – Distinguere sempre il pensiero narrativo dal discorso narrativo. Non è affatto detto che qualsiasi sequenzialità narrativa possa essere coerente, verosimile, particolare (dunque unica).

9 – Diffidare da chi chiede di “parlare pane al pane”. Spesso le motivazioni che spingono a semplificare il linguaggio indulgono in una falsa rappresentazione della realtà, perlopiù banalizzante, povera, sciatta. La raccomandazione a scrivere in modo semplice tradisce una bassa stima delle persone e, più in generale, mira a semplificare e a misconoscere le strutture (invece complesse) della realtà e delle sue gerarchie.

10 – Raccontare storie, non balle. Possono tornare utili gli archetipi perché sono riconosciuti dagli altri e, in genere, sono facili ganci di senso. Ricordo il condottiero, lo scienziato, il mago, l’avventuriero, il ribelle, il genitore, il guaritore, l’artista. Come vedete, il contaballe non c’è.

Manca un Fred Narracott, il barcaiolo del romanzo della Christie che conduce gli invitati sull’isola: il solo che garantisce il contatto con la terraferma. Disincantato, utile, cruciale per il mistero e l’orrore che si svilupperanno nel racconto.