Dove il dente duole c’è la lingua

Come e perché la menzogna diventa letteratura.

Chi ti scrive sta mentendo.

E sai qual è la cosa assurda?

Che ne siamo perfettamente consapevoli: io che fingo e tu che accondiscendi a questo trattamento.

L’ho presa larga, come mia consuetudine, ma era importante partire da una premessa che demistificasse tutta l’impresa narratologica racchiusa nei miei lavori di narrativa.

Dalla mia, una certezza granitica ribadita a più riprese durante le presentazioni pubbliche dei miei romanzi, a margine delle lezioni tenute in università, nel corso della mia vita professionale di comunicatore: il racconto che facciamo di noi stessi, della realtà, delle storie che riteniamo portatrici di valore, è una farsa perché poggia su un intento fraudolento.

L’inganno, appunto.

Nessun algoritmo, come nessuna missione particolare: solo per chiarezza negli intenti e la necessità – questa sì, reale, autentica – di non voler ingannare giusto per farlo.

Semmai, come vedremo, con uno scopo preciso.

Durante una presentazione di Marta Destino, il mio primo romanzo, ricordo di aver rimbrottato un mio neo-lettore che aveva esordito dicendo che il racconto era realistico, dunque bello.

Nient’affatto.

Il contesto, i riferimenti soggiacenti, persino alcune inquadrature particolari o talune diverse descrizioni minuziose potevano essere realistiche o improntate a cose realmente accadute o che, da qualche parte del pianeta, possono esserlo state.

Ma no.

L’intreccio complessivo della storia era fandonia.

È questo il miracolo – tutto umano – della scrittura: si regge su un accordo preterintenzionale di edulcorazione del reale. Mi spingo oltre: è un accordo preterintenzionale per la creazione di mondi alternativi, diversamente reali, diseguali.

Personalmente considero la scrittura una ricerca di versioni estreme di me stesso dove, a fronte di un’opacità di fondo, sto cercando un’intelligenza ulteriore che cerchi di mettere senso a un passato indisciplinato, che lo spieghi con altre parole.

O che lo renda spiegabile, prima di tutto al sottoscritto.

Rappresento il mio mondo bypassando il genoma con una nuova capacità adattiva per raccontare porzioni, particolari, dettagli.

Le storie, questo sono: sono cocci di un oggetto prezioso in costante restauro.

Quando ci approcciamo alla scrittura, l’attenzione che dovremmo avere (per la verità questo vale anche per la lettura) è verso il senso generale dell’opera, quell’orizzonte ulteriore che ci permette di collocare le singole storie (i frammenti) all’interno della famiglia umana allargata.

Altro non so e credo che non abbia senso.

Mi trovi cinico?

Non confondere il sadismo della sintassi con la mancanza di certezza sui significati che ognuno di noi conferisce alle singole storie.

Troppo abituati a cercarne per forza uno, perdiamo il senso della ricerca generale.

Perché la vita accade, mentre le storie no.

La vicenda approssimativamente umana di cui parlavo in Marta Destino non mi appartiene e non appartiene nemmeno al lettore perché è un pretesto per dire altro, per distrarre verso l’Altro.

In questo sono eversivo.

Ma sono anche clandestino, disertore, irrequieto, adultero, nomade, insinuante.

E chissà cos’altro ancora.

Nel darwinismo letterario ci sono anche io. Compare la mia scrittura, si intravvedono le silhouette di gesta universali a me famigliari e facilmente riconoscibili così come, al contempo, compaiono dettagli, punti di vista, particolari inediti.

Si riconoscono posture ragionevolmente disoneste: poiché esistono differenti modi di essere umano, convivono pressioni antagoniste che ci fanno Essere.

Pensa: tra cicalecci, parlottii, mormorii, trovi anche queste righe, che costituiscono il mondo che abito e che – a ben pensarci, per qualche tratto indiscutibilmente comune – potrebbero persino riguardarti.

È presto per affermare che Marta Destino possa ricordarti qualcuno in particolare o che i suoi colleghi di lavoro assomiglino a qualche tuo conoscente nel mondo professionale. Oppure ancora, che sua nonna o i suoi amici o le figure secondarie del romanzo le hai già passate in rassegna in un altrove qualsiasi.

Il miracolo della scrittura sta proprio nello iato che si interpone tra i diversi frammenti incomparabili, ma maledettamente simili alle nostre vicende personali, e la storia umana nel suo articolarsi.

Quindi?

Quindi per costruire il carattere della protagonista di quel libro ho passato in rassegna diversi profili di persone realmente esistite e che hanno avuto un ruolo importante nella mia vita. In altre persone o personaggi ho attinto curiosità distintive, le ho plasmate successivamente, creando una sinossi dei caratteri.

Ho, infine, letto tanto, riletto, studiato.

Volevo che Marta fosse un prodotto di sintesi unico, non prosaico, però nemmeno lirico, artificioso, manierato.

Una sorta di punto di vista audace.

Vedi, dunque? La mia protagonista è un compendio umano realizzato ad hoc nel chiuso di una stanza.

In questo senso, è fandonia, come dicevo. Ma puoi definirla anche bugia, menzogna, balla, panzana, favola, frottola, ciarla, fanfaluca, baggianata, bubbola, invenzione.

Di certo è amica del mio peggio perché è da lì che proviene. Massimo Recalcati nel suo libro Elogio dell’inconscio, nel mezzo di una digressione sull’origine del concetto, propone questa riflessione: “…più che un oggetto empirico o una città sepolta l’inconscio è quella lacuna della nostra storia che attende ancora di essere pensata e scritta”.

Sono persuaso del fatto che il patchwork che siamo necessiti di una riscrittura complessiva che ne dia senso in un quadro molto più ampio rispetto alla singola biografia.

Perché ha bisogno di essere salvata, la singola storia.

Questo al netto degli errori interpretativi; al netto dello sforzo – talvolta eccessivamente razionalista – di trovarvi una concatenazione di accadimenti chiara, univoca, coerente; al netto degli inguaribili che siamo.

Tra poco, arriverà il sequel di Marta Destino. Un’altra storia.