Il futuro di milano, quello di una volta #1
Dal mito alla vita.
Ma chi è Milano, oggi?
Il titolo di queste brevi riflessioni sulla città di Milano fa il verso all’antologia poetica di Mark Strand, il cui titolo è Il futuro non è quello di una volta.
Nel nostro caso, invece, l’assunto è rovesciato: il futuro è attraversato dalle medesime domande di sempre, dalle aspirazioni di successo, di posizionamento, di vita, per le quali tutte le generazioni hanno sempre combattuto. Nell’antologia di Strand c’è desiderio e disperazione.
In questo percorso vorrei, invece, desiderio e compiutezza, lucidità e prospettiva, una collocazione storica precisa e non casuale, poiché dovrebbe esistere nella nostra esperienza antropologica – e dunque nella capacità organizzativa – un’irriducibile ambizione a riorganizzare le cose per evitare il caos.
Il mio pensiero nomade parte dal mito. Il mito del drago Tarantasio.
«Una creatura serpentiforme, la testa enorme con grandi corna e coda e zampe palmate, sputava fuoco dalla bocca e fumo dal naso. Come un drago, nuotava nelle acque del Gerondo, si nutriva soprattutto di carne di bambini e di uomini e, appena vedeva una barca, vi si gettava contro fracassandola. Il suo stesso fiato provocava pestilenze e faceva morire le donne di febbri».
Così il monaco Sabbio, nel 1110 d.C., descriveva Tarantasio. Ma più di lui, il poeta lodigiano Filiberto Villani vi scovò caratteri particolari:
«Ove col fiato o con la spoglia tocca
Secca piante, erbe aduggia il serpe infame
Ne la vorace e cavernosa bocca
Regna di larga strage ingorda fame
Triplice lingua infra gran denti scocca
Di sangue uman con sitibonde brame
E qual re de' portenti, in su la testa
Ha fra due lunghe corna aurata cresta».
La mia riflessione parte proprio dal drago leggendario dell’antico lago Gerundo, che intraprese rocamboleschi attacchi alle popolazioni locali nella zona di Lodi.
A fare i conti con il drago furono generazioni audaci che, impavide di fronte alla figura mitologica, misero mano al proprio destino prosciugando il lago e bonificando le enormi distese lodigiane, tra i fiumi Adda, Serio e Po.
«… il lago era il cuore blu pulsante delle odierne province di Lodi, Cremona e Bergamo. Curiosamente, la sua forma può somigliare al grande cranio di un essere preistorico o di un alligatore che pare tuffarsi a capofitto sul placido Po che scorre ai suoi piedi»: così scrive Federico Simonetti ricordando il vasto lago ancestrale.
Frammenti identitari di questi racconti mitologici si possono ancora intravvedere in un affresco nell’abbazia di San Pietro al Monte di Civate, in un mosaico nell’abbazia di San Colombano a Bobbio, in un altro affresco nel chiostro della chiesa di San Marco a Milano e nella chiesa di San Giorgio in Lemine ad Almenno San Salvatore. Qui pare trovarsi anche una reliquia del mostro.
Presunte costole dell’animale sono ancora oggi conservate presso la chiesa di San Bassiano a Pizzighettone e presso il santuario della Natività della Beata Vergine a Sombreno.
Persino la toponomastica ha subito influenze importanti: una frazione di Cassano d’Adda, all’incrocio tra le strade per Cassano d’Adda, Treviglio e Fara Gera d’Adda, ha per nome Taranta, in omaggio al mitico drago.
A lui, forse, si ispirò lo scultore Luigi Broggini per comporre la figura del cane a sei zampe, marchio simbolo dell’Agip prima e dell’Eni poi.
Poco importa se furono san Cristoforo, san Colombano o Federico Barbarossa ad avere la meglio sull’animale feroce e a prosciugare le acque del lago Gerundo, suo habitat naturale.
Fatto sta che nella storia locale il mostro ha avuto un certo influsso, fors’anche sui caratteri delle genti che, infatti, già attorno all’anno 1100 dovettero combattere con Milano, la quale però ebbe la meglio sui loro destini e sulle terre faticate.
Fu Federico Barbarossa a rifondare la città di Lodi un po’ più spostata a est, sulle sponde dell’Adda. Qualche secolo più tardi, quel territorio ospitò la firma del trattato fra gli Stati preunitari italiani, noto come Pace di Lodi. E poi, un Rinascimento di splendore, grazia e fortune, sempre faticosamente costruito e rivendicato dai conterranei.
Un territorio paludoso e insalubre, oggetto della dedizione di monaci cistercensi e benedettini ma, al contempo, di scorribande di imperatori, dei Visconti, degli spagnoli e degli austriaci.
Anche in epoca recente Lodi ebbe un ruolo determinante. Per esempio, nella Resistenza antifascista: qui combatterono il partigiano Rosolino Grignani, ex calciatore del Fanfulla, ed Edgardo Alboni, fondatore e comandante della 174ª Brigata Garibaldi, solo per citarne alcuni.
Nel dopoguerra, dopo un periodo rapido di convinta ricostruzione, fu la stagione di Enrico Mattei e degli abbondanti giacimenti di gas naturale ad avere la meglio. Lodi fu la prima città in Italia a servirsi del metano per usi civili.
La sua collocazione geografica favorì la crescita industriale nei settori della cosmesi, della farmaceutica e della metalmeccanica.
Insomma, un territorio indomito, straordinariamente ricco di ingegno, coraggio, testardaggine, valore (anche militare), che ha generato protagonisti della vita civile e culturale del Paese come Ottone Morena, Maffeo Vegio, Franchino Gaffurio, Tito Fanfulla da Lodi, Francesco De Lemene, Agostino Bassi, Paolo Gorini, Giuseppina Strepponi, Tiziano Zalli, Ferdinando Bocconi, Giovanni Gandini, Francesca Cabrini, Ada Negri, Ettore Archinti.
Un raro esempio di quella provincia italiana (a proposito, non chiamiamola più così) in continua trasformazione, con le persone che contano piantate nel cuore come nel pugno pietre, vanghe. E libri.
Caratteri e memi distintivi, veri innesti culturali destinati alla propagazione, all’imitazione, alla forza della persuasione.
E confezionarla per bene, come bimbi dinanzi allo specchio nella parafrasi di una smorfia, abbandonando la coerenza della sintassi in cambio di memoria sociale; singhiozzi al posto di dittonghi, graffi invece di ideogrammi, orgoglio al posto del servilismo. «Chi l’è che vusa püsè la vaca l’è sua», proprio come dicono ancora oggi i nostri vecchi.
Anche la cucina, nell’incrocio tra cultura e cibo, in questi territori popolati da mostri, ha differenze e particolarità tutte da scoprire, a partire dal Granone Lodigiano, capostipite di tutti i formaggi grana, ora non più prodotto.
Se leggiamo i menù locali troviamo Raspadüra, Rišòt rugnùš, Minestròn, Rišòt cun verše e fasöi, Büšèca, Rane en ümid, Dunél en ümid, Veršin en criculòn, Meìn… sapori e umori raccontati con il disincanto gallo-italico, nella variante insubre della lingua lombarda.
La riflessione che vorrei proporre sulla città di Milano e sui suoi territori limitrofi non è sabbia che corre tra le dita, fola, miraggio. Presenta peculiarità ben definite da cui trarre lignaggio per generazioni a venire.
Nell’iconografia locale, lodigiana, milanese, lombarda, il richiamo al mostro Tarantasio, già presente probabilmente nello stemma dei Visconti – serpente, drago, mostro con le ali, o cane che sia – si scorge anche negli stemmi dell’Inter, nel marchio dell’Alfa Romeo, nell’industria del racconto di massa, la Fininvest, e in molti altri contesti.
Anche noi, quindi, possediamo una creatura leggendaria che a ritroso riesce a spiegare la caratteriologia e la soteriologia dei territori, e che, nel mutare di forme e gesti, riproduce le medesime preoccupazioni e aspirazioni delle comunità locali.
Demoni, elfi, orchi, goblin, criptidi antropomorfi, sirene, troll e chi più ne ha più ne racconti, perché, come dice il titolo, «Il futuro di Milano, quello di una volta».
Chiosa finale.
Milano, per parlare di te occorre far ricorso ai grandi mostri leggendari.
