La parola è un dramma

Che ne dite di riscrivere la comunicazione istituzionale?

In questo periodo, caratterizzato dalla concitazione, serve un buon uso delle parole, perché ogni espressione diventa potenzialmente quella finale, senza più appello.
Si sente il bisogno di parole franche, risolutive, pacate.

Anche nella comunicazione di servizio o di cantiere, nelle informative interne, nelle relazioni istituzionali e in quelle con il territorio, tra colleghi di lavoro, nelle comunicazioni formali e persino in quelle economico‑finanziarie, si avverte un gran bisogno di parole selezionate e non casuali.
Per non parlare di quelle negate, di quelle disattese e di quelle tradite.

Tra l’altro, di fronte al disservizio, l’unica possibile risposta è la parola nitida del richiamo alla distanza tra obiettivi dichiarati e obiettivi raggiunti, anche quando ciò avvenga per volontà di altri o per impedimenti di varia natura.

Su questo argomento – essenziale oggi più di ieri – la fermezza, unita all’onestà intellettuale, è l’unica strada per ricostruire rapporti fiduciari improntati alla trasparenza.
Non occorre una particolare glossa, bensì la voglia di intendersi meglio e di liberarsi dal pericolo della banalità che, a ben vedere, è figlia dell’ignoranza strutturale.

Uscire dal gioco delle frasi fatte e del già sentito implica un lavoro di riscoperta della dimensione di senso dell’agire. Significa ritrovare l’essenzialità e l’autenticità del ruolo sociale, andare al cuore di ciò che siamo, che desideriamo e vogliamo, di ciò per cui riteniamo valga la pena impegnarsi.

C’è un livello ancora più profondo di cui vorrei parlare, e si riferisce a come intendo la comunicazione istituzionale: essa ha i tratti linguistici e narratologici del dramma propriamente inteso, dove dovremmo impegnarci a descrivere i destini generali e il ruolo degli attori coinvolti nel conflitto quotidiano. 

Emozioni, sfide interiori, temi seri relativi all’uso della libertà personale.
Le narrazioni che intentiamo quotidianamente rischiano di apparire autoreferenziali, calate dall’alto, atemporali e soprattutto lontane dalla vita delle persone. Sono estetismi, esercizi di ruolo.

Un approccio drammatico vorrebbe, invece, situarsi di fronte a un pubblico particolare e selezionatissimo, comprendendone le singolarità, le complessità, le unicità.
Il dramma ha la funzione di creare empatia, di stabilire connessioni, di considerare la vita delle persone come ambiti di libertà nei quali giocarsi un “fino in fondo”.

Questa antropodrammatica ha a che vedere con una certa visione classica della città – greca, per la precisione – dove vige una sorta di cultura teatrale e dove il cittadino è al centro di ogni attività. D’altronde, il termine dramma, più che evocare un genere letterario, sottintende un intreccio narrativo con ruoli e funzioni ben precise.

Prendiamo, ad esempio, la comunicazione di cantiere. Per risultare efficace, dovrebbe partire dalla descrizione dei personaggi e dei loro ruoli in causa, per poi proseguire con l’elencazione degli elementi potenziali di conflitto, fino a un climax caratterizzato dal racconto del massimo disagio possibile. L’azione calante successiva è la conclusione della storia, che annuncia la promessa finale, la visione di futuro cui (in teoria) i grandi lavori dovrebbero tendere.

In fondo, il cantiere è una grande promessa di emancipazione, di libertà, di futuro.
Il linguaggio dovrebbe ragionevolmente offrire un percorso cognitivo e non limitarsi a descrivere banalmente ciò che di per sé è già evidente.
Un utilizzo sorvegliato della scrittura istituzionale potrebbe contribuire a tradurre i singoli vissuti, a declinare le aspettative reciproche, ad adottare un approccio transdisciplinare che anticipi i tempi di reazione, ma soprattutto che non consoli né anestetizzi.

La glossa del nostro mondo va ripercorsa contromano, e il punto di partenza è la selezione delle parole.

Uno spunto per avviare la riflessione su questo tema di fondamentale importanza: la lingua italiana contempla tra le 200.000 e le 250.000 unità lessicali che, sommate ai diversi utilizzi di verbi e sostantivi, potrebbero arrivare a due milioni e più.
La maggior parte di noi utilizza circa 7.000 parole, con le quali copriamo il 98% dei nostri discorsi. Qualcuno scende a 2.500, altri a 800.

Zanichelli, nel biennio 2019‑2020, ha promosso un tour tra le città italiane per illustrare le parole da salvare: l’Area Z, “zona a lessico illimitato”. Un’ottima idea per strappare a un’estinzione certa molte parole della lingua italiana.

«Sono 3.126 le parole che nell’edizione 2020 del vocabolario Zingarelli saranno accompagnate da un fiorellino ♣, simbolo grafico che le contrassegna come Parole da salvare: termini della lingua comune sempre meno presenti nell’uso scritto, orale e nei mezzi di informazione».

Parole bistrattate perché colpevoli di un’obsolescenza spinta, rimpiazzate, nell’uso commestibile, da sorelle molto meno capaci di sfumature espressive.

Di più: in Italia il 47% della popolazione vive un “analfabetismo di ritorno” unito all’analfabetismo funzionale, ossia all’incapacità di usare in modo efficace le competenze di base (lettura, scrittura e calcolo) per muoversi autonomamente nella società contemporanea.

Treccani spiega meglio: «…il confronto con gli altri Paesi del mondo industrializzato ci pone più in alto del solo Messico: l’indiscusso abbassamento del livello culturale dei diplomati e dei laureati, l’analfabetismo di ritorno e quello funzionale sono dati preoccupanti per la società nel suo complesso, frutto dell’antintellettualismo dominante e soprattutto della mancanza di investimenti qualitativi in tutti i rami dell’istruzione pubblica.
In un Paese nel quale il numero di persone considerate a rischio alfabetico raggiunge l’80%, e il livello culturale medio subisce una flessione anche nelle caratteristiche della sua classe dirigente, emergono nuovi problemi anche di rappresentanza democratica.
In una società sempre più complessa e globale, la cultura e, più in generale, la conoscenza della realtà dovrebbero crescere, e non decrescere, per riuscire a garantire una capacità di risposta adeguata ai nuovi problemi».

La lingua italiana è particolarmente generosa, lo sanno tutti. 

Tra dizionari storici e specialistici, antonimi e sinonimi, inversi ed etimologici, è possibile trovare la parola giusta al momento giusto, per il significato corretto, ma soprattutto per l’orecchio esatto.

È indubbio che oggi il mondo della comunicazione (soprattutto quella istituzionale) abbia fatto voto di povertà, e non certo per consiglio evangelico, ma, come detto, perché manca un approccio non estetico bensì drammatico.

Abbiamo tante parole per descrivere i nostri stati d’animo, ma spesso le dimentichiamo o, perlomeno, non le utilizziamo più. Il linguaggio si assottiglia e noi, inevitabilmente, non ci riconosciamo più, e gli altri si allontanano.

Soffermare l’attenzione su questo tema rappresenta una sfida sociale ma anche linguistica, perché riafferma la primazia della parola e l’importanza della comunicazione franca, onesta, propositiva.

Tornare alla parola nel suo intreccio drammatico è l’unico modo per riconoscerci in un vocabolario comune. Si tratta di una sfida culturale e profondamente identitaria, non più rinviabile.