La scrittura #1

Come affermazione autobiografica.

Si parte da qui. Dalla consapevolezza che le nostre scritture contengono chiari e disinibiti fossili di noi stessi, talvolta riconoscibili al tatto, talaltra appena. In ogni caso si tratta di elementi che ci rendono distinti, o per lo meno dovrebbero consentire a chi ci legge di collocarci da qualche parte.

Guardiamoci dentro.

O per lessico o per sintassi, per paratassi o ipotassi, le singole scelte che rendono riconoscibili un determinato stile, dicono moltissimo dell’autore a chiunque sia ben disposto ad una lettura complessa e non immediata.

La struttura dell’intreccio, le linee temporali, le sequenze, il ruolo del narratore, il ruolo dei personaggi, persino la selezione dei singoli vocaboli, descrivono la nostra capacità cognitiva di organizzare il pensiero in sequenze e l’abilità linguistica e psicologica di costruire e interpretare storie.

Tradisce, insomma, le nostre competenze narrative, empatiche e di dialogo con gli altri; dunque, è un’affermazione autobiografica molto importante.

Per maturare una propensione al dialogo oppure per affinare una certa sensibilità nell’affrontare un determinato tema, è indubbio che si faccia riferimento al proprio bagaglio personale che, di volta in volta, si perfeziona e si arricchisce di elementi ulteriori.

“La narrazione – scriveva Walter Benjamin – è una forma artigianale di comunicazione. Essa non mira a trasmettere il puro ‘in sé’ dell’accaduto, come un’informazione o un rapporto, ma cala il fatto nella vita del relatore, e ritorna ad attingerlo da essa. Così il racconto reca il segno del narratore come una tazza quello del vasaio”.

La nostra scrittura finisce con il rilevare i nostri mondi interiori. Di questo occorre tenerne in debito conto.