La scrittura #2

Come dialogo con l'Altrove, l'Altrimenti!

Qualcuno afferma di trovarsi in un’epoca post narrativa. Il filosofo Byung-Chul Han spiega bene il suo punto di vista: “oggi tutti parlano di narrazioni. Eppure, paradossalmente, proprio il fatto che in ogni ambito vengono usate delle narrazioni è il segnale di una crisi dell’esperienza narrativa”.


Condivido anch’io e, dai tempi del “Manifesto per una comunicazione etica post pandemica”, l’esigenza di riflettere sulla precarietà emotiva generata dall’instabilità social, sul fatto che “cliccare o scorrere non siano gesti narrativi” bensì semplici accumulazioni seriali di micro-informazioni.


La rapidità di uno snap, i 280 caratteri a disposizione degli utenti gratuiti di X, i 150 caratteri per commentare su TikTok, in generale la compulsione da tastiera, non favoriscono la consapevolezza di essere narranti.

C’è la tendenza ad abdicare alla narrazione in favore di una più rapida addizione o sottrazione e molto lontana dall’abitudine delle precedenti generazioni di gerarchizzare, collocare, specializzare i propri contenuti.

Però non maledico.

La vera infermità cognitiva è data da due fattori condizionanti: la dispersione delle fonti nella dieta informativa e la conseguente disintermediazione sociale e dei mezzi di comunicazione di massa. Entrambi generano le fasi disfunzionali dell’attuale età della delusione che portano a temere minacce ovunque e potenziali limiti dove non ve ne sono.

L’overload informativo (l’ubriacatura da contatti), il superamento dei freni inibitori, la presunzione di onniscienza (so tutto, me l’hanno detto), il rancore da Tribù (con l’arsenale demagogico contro le élites e le competenze), sono certamente gli effetti durevoli e drammatici di un’era biomediatica iniziata qualche anno fa.

Recuperare l’esperienza storica è guardare l’Altrove, l’Altrimenti. Per farlo sarebbe sufficiente porre due riflessioni: la prima sulla durata (potenzialmente infinita) delle proprie micronarrazioni. Nate in contesti frivoli, per divertimenti o sarcasmo e per tentativo incauto di lasciare un segno in una determinata conversazione, queste micronarrazioni rischiano di diventare una testimonianza eterna che la rete conserverà nei propri anfratti se non rimosse o riviste. Eppure, in questi casi, potrebbe esserci da qualche parte del web una copia, un frame narratologico che ci inchioda al passato.

La seconda è più temeraria: la mia micronarrazione è simile a un urlo lanciato in una piazza dotata di un effetto eco infinito che consegna a tutti, persino a coloro che vi passeranno giorni, mesi, anni dopo, un’immagine di me. Una precisa immagine di me, senza alcun elemento possibile che la decifri, la introduca, la spieghi per bene.

Da qui, una semplice distrazione, uno scatto d’ira da pollice opponibile, un pensiero superficiale, diventano la perentoria e definitiva immagine di me.

Quanto sono disposto a pietrificare la mia immagine in un dato momento storico rinunciando a una certa evoluzione di me, del mio pensiero?

Ecco perché è fondamentale decentrare le nostre attenzioni, volgere lo sguardo ad altri temi e altre narrazioni, altrove, elsewhere.