La scrittura #3

 
Imperdonabili distrazioni cercansi.

C’è un passaggio acciarino nel pensiero di Franco Fortini che mi ha sempre turbato. Un concetto che esprimeva talvolta, anche con affondi ulteriori, durante le cene a casa di Beppe e Paola.

Lo si ritrova in “Prima lettera da Babilonia” nella raccolta “Una volta per sempre” del 1963.

Paragonabile ad un sonoro ceffone, «Non è vero che saremo perdonati», mi ha sempre suggerito un'istintuale fuga, scatenata dall’inquietudine di non poter godere di alcun sguardo benevolo.

Pensavo ingenuamente che a parlare, anzi a zittire, fosse l’incredulità di fronte al capitolo 13 della Prima Lettera di san Paolo ai Corinti, alla promessa di un perdono come causa efficiente di una dedizione paziente, benigna, non invidiosa, non vanagloriosa, eccetera.

Ma non è di questo che parlava il poeta.
Lo capii più (troppo) tardi.

Il tema del perdono, unito a quello della verità, sono centrali nella riflessione poetica fortiniana ma impongono il confronto assiduo, quando non proprio scontro, il rifiuto della negoziazione e della conciliazione, la condanna per l’inganno.

Indocile, caparbio, impermeabile alla medietà ricorrente, mi ha sempre trasmesso un rigore senza sconti, quasi come se il richiamo alla mancanza di perdono fosse, in un certo qual modo, riferito anche a me.

Il fare scrittura mi porta dunque, nella mia esperienza di parte, a concepirmi sempre imperdonabile.

È un costante dissidio tra imperfetto e perfetto, tra ciò che vorrei dire e ciò che è opportuno suggerire, tra il blaterare e il contribuire, tra i farfugliamenti e le parole precise, intatte.

Non vi può essere alcuna domesticazione, nessun compasso vitruviano, nessuna extimitè. Tutt’al più cura compassionevole nel custodire la mia inadeguatezza.

Questa asimmetria tra il poter essere e il dover fare costituisce un faccia a faccia costante che è misura della passione per l’etimo migliore, più adatto, meno consolatorio o – peggio – dissimulatorio.

Lo so, è una malattia autoimmune, ma chi scrive dovrebbe prima o poi porsi una domanda sull’efficacia delle proprie parole e non tanto dal punto di vista linguistico, quanto dal punto di vista del principio di incontrovertibilità delle proprie affermazioni perché, sapete, non verremo facilmente perdonati. 
Perché dall’altra parte c’è sempre la verità.*

Siamo ancora troppo inadatti al futuro per non cercare imperdonabili distrazioni.


*nella letteratura di intrattenimento c'è molta finzione. I presupposti di fondo sono immaginari, talvolta persino illogici. Parlo spesso di inganno omeopatico. 
Tra qualche giorno preciserò questo pensiero che non contraddice affatto la necessità di avere bene in mente il presupposto imperdonabile del rispetto per la verità, soprattutto quella dei destini generali.