Rossetto e cioccolato
Danza, teatro e tanta vita.
Era la prima volta che sperimentavo passi di danza sul palcoscenico. Fino ad allora avevo praticato il teatro nella sua accezione fisica, quella che attingeva a piene mani al Living Theatre, di Judith Malina, allieva di Erwin Piscator, e Julian Beck.
In quell’arte c’era molto Black Mountain College, John Cage, persino Marcel Duchamp.
Ma è con Allan Kaprow, uno dei fondatori dell’Happening, e prima ancora con il collettivo Fluxus, che il teatro si concepisce anche come assalto, partecipazione, responsabilizzazione, nelle strade, nelle case o nei mille non-luoghi.
Dappertutto, tranne che nei luoghi preposti all’intrattenimento (colto, raffinato o smargiasso).
Con la Compagnia degli Stracci, da noi, in Italia, succede di nuovo, e con giovanissimi autori e autrici. È questo il miglior teatro praticabile, da cui è persino nata una disciplina chiamata più tardi ‘Drammascultura’.
Era un impegno, il nostro, che spingeva molto sul ruolo degli spettatori, non più nemmeno come comparse ma come veri e propri protagonisti di un destino comune, quello raccontato negli spettacoli-performance.
Ricordo oggi, come allora, il giudizio di Giorgio Antonucci sul nostro spettacolo manifesto, ‘Matti da slegare’: “quasi dadaista. Bene avete fatto a raccontare la notte nei manicomi, quelle zone grigie dell’animo umano, dove emerge una libertà condizionata ma incomprimibile”.
Quel ‘quasi’ fu per me terapeutico, perché eravamo solo all’inizio.
Ma torniamo al Living. Il mio incontro con Judith Malina risale al 1995, a Milano, durante un loro periodo nomade a Rocchetta Ligure.
Si trattava di spiegare al grande pubblico lo spettacolo-manifesto “Mysteries and smaller pieces”, la peste di Marsiglia del 1720, come descritta nel libro “Il teatro e il suo doppio” di Antonin Artaud.
Una citazione, in particolare, si impiglia nei ricordi di quell’era geologica: “quanto al significato dei Mysteries, se un senso se ne può ricavare, è del documento di un’umanità disintegrata, allucinata, drogata, spaventata dall’ombra di avvenimenti apocalittici e portata sull’orlo della pazzia”. Il moto scrittorio appartiene ad Arnaldo Fratelli e lo potete gustare ne ‘I Misteri del Living Theatre’, nel numero 229 di Sipario.
Su pazzia e umanità sgangherata ho preso da sempre come riferimento Antonin Artaud, cui avevo indirizzato l’ultima stagione della Compagnia degli Stracci, e precisamente con quel brano del 1926 che ha forgiato le coscienze del teatro novecentesco.
Quel passo lo ricordo ancora: “Lo spettatore che viene da noi sa di venire a sottoporsi a un’operazione vera […] Andrà ormai a teatro come va dal chirurgo o dal dentista. Con lo stesso stato d’animo, pensando evidentemente di non morire per questo, ma che è una cosa grave e che non ne uscirà integro. Se non fossimo persuasi di colpirlo il più gravemente possibile, ci considereremmo impari al nostro impegno più assoluto. Egli deve essere convinto che siamo capaci di farlo gridare”.
Che dire? Che fare? Ancora teatrare.
Ricordo con stima e affetto Motus, realtà nata grazie all’impegno di Enrico Casagrande e Daniela Francesconi Nicolò, una storia di valore felicemente intrecciata con quella del Living.
Nel luglio 2011, al Festival di Santarcangelo, esordisce ‘The Plot is the Revolution’, uno spettacolo davvero unico con Malina e Silvia Calderoni di Motus.
Ho avviato questa raccogliticcia riflessione ricordando i miei passi di danza sul palcoscenico. Era lo spettacolo “Dialoghi energetici”, regia e coreografie del mitico Enzo Scudieri. È stata una fatica iperbolica, che mi fa arrossire ancora oggi al solo pensiero. Che esuberante esergo! Che sfacciataggine (la mia).
In ogni caso, l’obiettivo nobile era quello di tornare a Fluxus, ai suoi ispiratori, tra cui Jasper Johns, Robert Rauschenberg, Claes Oldenburg. Ancora una volta il Neo-Dada.
Volevamo tornare con molto più garbo al movimento dei corpi umani, alle loro rivendicazioni storiche, cancellando i confini tra strutturato e improvvisato. Volevamo cambiare linguaggio non verbale senza alterare eccessivamente quello orale o scritto. Produrre ancora un improbabile etimo.
Ci aveva pensato Enzo, il regista dell’opera, a proporci un brano musicale particolare, “Rossetto e cioccolato” di Ornella Vanoni.
Subito, chimica: di quelle stravaganti, di inusitata strafottenza per potenza.
Notazioni assetate, queste, che mi portano indietro con il ricordo a una stagione di insistenza primordiale, quasi imparaticcia, anche se autentica.
Certamente ingenua, ma mai apprettata.
(…)
“Rossetto e cioccolato” l’ho ritrovata poi nel film ‘Le conseguenze dell’amore’, diretto da Paolo Sorrentino e, a più riprese, nei materiali di archivio del nostro spettacolo.
Ma è con l’album ‘Più di me’ che ho compreso l’enorme patrimonio di Ornella. Nell’album alcuni suoi grandi successi sono stati interpretati in duetto con alcuni grandi artisti, fra cui Mina, Eros Ramazzotti, i Pooh, Jovanotti, Fiorella Mannoia, Claudio Baglioni, Lucio Dalla, Gianni Morandi, Carmen Consoli, Giusy Ferreri.
Un ensemble di storie, di vocazioni, di culture.
Un incredibile esperimento degno del miglior mixologist.
Fino al suo funerale nella chiesa di San Marco a Milano non mi sono mai più interrogato su quella strana incursione di cultura pop sofisticata nell’intraprendenza Neo-Dada della mia biografia teatrale.
Ho fatto male a non pensarci a sufficienza.
Così come ho sbagliato a non ricorrere, almeno talvolta, al patrimonio di gesta e liriche pop, di letteratura di pronta beva ma ben riconoscibile dai più.
In fondo, l’artista Ornella Vanoni, tra le tantissime altre cose, è stata anche un grande laboratorio di linguaggi per nulla appiattiti sulla contemporaneità degli stili.
Esempio di filiazione per generazioni successive, di processo fetale, placentare.
Penso a ‘Toy Boy’ con Colapesce e Dimartino, oppure alla nuova versione di ‘Ti voglio’ interpretata con Elodie e Ditonellapiaga.
Ci mancherà, e tanto, in questo periodo slombato.
Tanto quanto il teatro praticato mancherà anche a me.