Storytelling, storyselling, storykiller



Questa storia delle storie ci sta sfuggendo di mano.

È la pressione evolutiva che ci ha spinto a sviluppare il nostro linguaggio. Peccato constatare una sorta di involuzione tutta recente, soprattutto in noi della generazione X.

Ci siamo specializzati, ci siamo dotati di un’ulteriore intelligenza post biologica (ne sentivamo un bisogno irrefrenabile), ci siamo convinti dell’importanza della narrazione.

Jonathan Gottschall, Christian Salmon, Byung-Chul Han, David Colon, Will Storr,
hanno proposto recentemente riflessioni importanti sulla necessità di recuperare una narrazione convincente o autentica.

Concordo, per carità.

Nella ricostruzione simbolica dei nostri mondi, a mancare è spesso una buona narrazione, ovvero una valida e sperimentata capacità di illustrare e suscitare.

Ma soprattutto a mancare è una capacità di lettura, di interpretazione.

Ho assistito pochi giorni fa a una discussione feroce tra giornalisti blasonati, amici e colleghi fin troppo amanti del proprio lavoro e (forse) delle proprie pliche psichiche. Sostenevano che oggi le nuove generazioni non si raccontano più.

Il luna park delle banalità aveva finito con il consegnarmi un generale senso di sazietà. Rassegnato al bozzettismo moralistico dei due, avevo tagliato corto affermando che “i giovani scrivono tanto, più spesso di quanto si possa immaginare. 
Il dramma (tutto nostro) è che non li leggiamo”
Terminavo la mia (altrettanto) stizza con l’invito a “farsi carico di nuove letture, trasversali, magari meno interessanti, intrise di neologismi o paratassi fastidiose ma probabilmente più assetate delle nostre”.

Non credo che i due mi chiameranno ancora per un Campari Spritz.

Comunque, il pensiero cigolante che vede una generazione silente, ai margini delle discussioni degli adulti, distratti dalle proprie passioni tipicamente giovanilistiche, mi ha stancato non poco.

Il vero story (e qualcosa) che voglia farci uscire appena dal nostro gioco di società, dovrebbe considerare le tribù, i nuovi media, l’abitudine crossmediale a generare nuovi contenuti, l’attitudine a personalizzare qualsiasi esperienza e – udite, udite – la ricerca di benessere individuale e relazionale, il rifiuto dei condizionamenti socioculturali.

Penso che a volte – troppe volte – il nostro approccio agli altrui linguaggi sia vero e proprio squadrismo.

Le narrazioni ci sono, esistono, sono persino clamorose.
Appena usciamo dall’apnea te lo dico.