Torna Marta e incrocia i nostri destini

Marta Destino #2

Finalmente il sequel della storia di Marta, “fresco di china”. Il laboratorio di storia & storie che ho realizzato (quasi per sfida) e che mi ha impegnato per mesi.
Ecco, in anteprima, il primo capitolo.

La serratura scatta con un rumore secco e finale, un gesto inutile. Perché i pensieri, quelli che pesano come piombo, non hanno mai avuto bisogno di una chiave per entrare.
Sono già lì, seduti al tavolo, in attesa.

Il suo appartamento è piccolo, una fortezza di silenzio contro la frenetica attività, il caos della capitale, la comunità amorale dell’ufficio.

Qui, tra le pareti altissime e i pochi mobili di mille vite fa — stipi e armadi in massello, con maniglie di bronzo, borchiature dorate e colonnine scolpite — Marta ha la sua calda tana, dove vengono a trovarla solo i vecchi fantasmi del passato.

“Vintage? Direi piuttosto vecchio come er cucco”, commenterà agli amici romani.

Spesso si concede una passeggiata per le strade di Roma, cercando ispirazione tra le antiche rovine e i vicoli nascosti, come il vicolo della Campanella, Scanderbeg e quello del Piede, il più fotografato di Roma.

Oppure, meglio, si abbandona a serate con pischelli di università, dove sbrattare in libertà e dove farsi ripetere dal suo amico barman, quasi un vecchio oste, la consueta frase: “Se er vino non lo reggi, l’uva magnatela a chicchi”.

“Farai la fine dell’oste chiacchierone”, ripete con consueta sfrontatezza.

Il suo, di vicolo, è certamente tra quelli che non passano inosservati, perché racchiude storie incredibili, come quella delle meretrici che vi lavoravano quando ancora si chiamava Calabraghe, proprio per il continuo via vai di lavoratrici del sesso: Pasqua padovana, Giulia fiorentina o Angela greca.

Ora il vicolo porta un altro nome, più illustre e meno smargiasso: Benvenuto Cellini.
Il trascorso toponomastico collega piazza della Chiesa Nuova con via dei Banchi Vecchi, dove Marta ha conosciuto altri giovani abitanti che sono diventati, con il tempo, colleghi di ventura.

Ma torno a lei, alla sua avventura professionale.

Marta sa che la sua occasione arriverà. Deve solo essere paziente, resistere alla tentazione di mollare tutto e tornarsene a casa, a Milano.

La sua determinazione è il suo scudo, la sua intelligenza la sua spada.
E, mentre i giorni passano, tra una scartoffia e l’altra, Marta continua a sognare il momento in cui potrà finalmente dimostrare il suo valore, quando il suo nome risuonerà non solo tra i condomini di Quarto Oggiaro, da dove proviene, ma anche nei corridoi del potere legale romano.

Parto dall’ufficio dove lavora, che è un intrico di stanze austere, con scrivanie ingombre di fascicoli e computer che ronzano incessantemente.
Proseguo con la descrizione delle finestre che, in questa casa, in questa storia, sono spesso chiuse, come a voler tenere fuori il caos della Città Eterna.

Le finestre sono un diaframma molto particolare che separa il nostro mondo quotidiano, con le sue abitudini inseparabili, dall’esterno.
Dai mondi che non vorremmo frequentare, da quelli che non conosciamo.
La finestra è un confine, un elemento di transizione.
Passano luce, sguardi, storie.

Le giornate in ufficio sono scandite da litigi e tensioni tra i colleghi.
Gli avvocati già affermati sono come leoni in gabbia, pronti a scattare al minimo segnale di debolezza.

L’ufficio è un palcoscenico per un dramma che non trova spazio nelle aule di tribunale, un acquario di squali dove l’odore dell’inchiostro fresco si mescola a quello acre della competizione. Ogni giorno è un capitolo non scritto di un noir aziendale, dove la vittima designata è l’ultimo arrivato o il partner in difficoltà.

Marta non si limita a guardare: cataloga. I suoi occhi sono obiettivi che registrano ogni mossa, ogni contrazione del viso, ogni silenzio strategico.
Non è ammirazione, la sua: è un’analisi forense della sopravvivenza.

Alto, calvo e ingobbito, con una fiata ammazza-mosche, l’avvocato Marco Enea Ulpiano è sempre pronto a criticare il lavoro degli altri, con la sua voce stentorea che rimbomba nei corridoi. Porta sulle spalle fascicoli spinosi e complicati, eredità di generazioni di giuristi del foro locale.

Vittorio Gaio, oltre a essere un buon penalista di fama internazionale, è anche un raffinato gaudente — vero viveur indefesso — che non perde occasione per mettere in mostra la sua erudizione, spesso a scapito dei colleghi meno esperti.

E poi c’è Paolo Modestino Ortalo, che sembra avere una parola gentile per tutti, ma che dietro il sorriso nasconde un’ambizione feroce.
Oltretutto è il socio che incide maggiormente sui costi delle prestazioni forensi: passa buona parte del suo tempo a rivedere le parcelle, aumentando, moltiplicando, decuplicando i costi a scapito dei clienti devoti.

Marta ha imparato a navigare in questo mare tempestoso, cercando di non farsi travolgere dalle onde. Ogni tanto si trova coinvolta in discussioni accese, dove cerca di difendere il suo punto di vista senza perdere la calma.

I litigi tra i colleghi sono spesso alimentati da rivalità personali e da vecchi rancori riconducibili a cause perse, malevoli interpretazioni dei Codici o dissapori sui costi delle prestazioni. Marta ha visto documenti strappati in preda alla rabbia, fascicoli lanciati sul tavolo con forza, sguardi carichi di odio.
Un giorno ha persino schivato un busto in marmo rosa di Emilio Paolo Papiniano, noto giureconsulto romano, lanciato nel vuoto dopo l’ennesimo infuocato confronto.

Mi affanno a pensare che il lavoro di un praticante sia fatto di attese e frustrazioni che spesso non sono sufficienti a guadagnare stima o considerazione, o meglio, dignità professionale.

Eppure, in questo contesto, con tutta la frenesia che puoi immaginare, la penso intrappolata in un vortice di routine e noia, sommersa da scartoffie e compiti ripetitivi, mentre la grande avventura legale sembra un miraggio lontano.

Vedo la tua insistenza. La sento. E, in un certo senso, la incoraggio. Che fa, dunque, Marta in questa città da Emily in Rome?
La credo passare le giornate a redigere memorie, a studiare casi minori e a fare commissioni per i soci dello studio.

Ma finalmente arriva la svolta.

Un giorno Marta assiste a un litigio tra i partner dello studio, in profondo disaccordo su un caso apparentemente di poca importanza: il ritrovamento di un cadavere a poca distanza dal Vaticano, con la parola Voynich incisa sul petto e una ricevuta di iscrizione alla scuola Tommaso Ludovico da Victoria in tasca, un conservatorio privato della Santa Sede situato in piazza Sant’Apollinare.

“È un casino, non ne usciremo mai. Questo ha tutta l’aria di essere un vero rompicapo”, esclama Marco Enea Ulpiano con il tono tipico della frustrazione.
Marta, con la sua indomabile curiosità, non riesce a trattenersi e interviene: “Posso aiutarvi? Quel nome mi dice qualcosa”.

I soci dello studio continuano a discutere, ignorando temporaneamente la sua offerta. Ma l’insistenza e la determinazione di Marta, alla fine, prevalgono e, dopo giorni di approfondimenti, confronti serrati e parole grosse, si arriva alla decisione finale.

Viene deciso che sarà lei ad accompagnare un partner dello studio negli Stati Uniti, alla biblioteca Beinecke dell’Università di Yale, dove è conservato un famoso manoscritto il cui nome coincide con quello tatuato sulla pelle del cadavere.

Un manoscritto che racchiude un codice impenetrabile, risalente alla prima metà del XV secolo, probabilmente uno scritto esoterico senza precedenti, cui mezzo mondo ha guardato con curiosità e grande attenzione.

Ma che c’entra il codice illustrato, scritto con un sistema di scrittura non ancora decifrato, con un morto ammazzato a migliaia di chilometri di distanza?
E cosa c’entrano il luogo del ritrovamento del cadavere e l’iscrizione alla scuola di musica Da Victoria?

Il primo è l’indirizzo di casa della famiglia Orlandi, e la scuola è l’ultimo luogo frequentato da Emanuela prima della sua scomparsa.

Ogni dettaglio sembra aggiungere un nuovo strato di complessità al mistero.
Nel frattempo l’ufficio è un campo di battaglia. I partner continuano a litigare, ognuno cercando di far prevalere la propria visione. Marta osserva le dinamiche di potere, imparando a conoscere le rivalità e le alleanze che si formano e si dissolvono. Ogni discussione è una lezione preziosa, un’occasione per capire meglio come muoversi in quel mondo spietato.

Quando finalmente arriva il giorno della partenza, Marta si sente pronta. Ha studiato ogni dettaglio del caso, ha preparato domande per il direttore della Beinecke.
Sa che questa è l’occasione per dimostrare il suo valore, per uscire dall’ombra e farsi notare.

L’aereo decolla rompendo il silenzio teso con il rombo dei motori, lasciando Roma alle spalle come un incubo dal quale si può, forse, fuggire.
Sente il morso freddo di una consapevolezza: i due fantasmi che l’hanno tormentata per mesi sono ora l’unica realtà che conta e che richiede tutta la sua energia.

Il mistero indecifrabile del manoscritto Voynich e l’ombra lunga e persistente della scomparsa di Emanuela Orlandi l’attendono, non come enigmi accademici, ma come un appuntamento fatale.

Reclina il sedile, chiude gli occhi e si prepara. La partita è iniziata e la posta in gioco è altissima, in un gioco che sembra quasi esclusivamente suo.

Questo romanzo è la storia di un viaggio rocambolesco in “The Land of Steady Habits” (la Terra delle abitudini costanti), come viene chiamato il Connecticut, alla ricerca di un manoscritto fondamentale per la cultura europea, che incrocia un altro enigma, quello dell’adolescente scomparsa il 22 giugno 1983.

Leggerai di storie reali, del Paese reale, che si intrecciano con la vicenda di Marta.

L’incrocio di destini molto diversi tra loro non dovrà sorprenderti più di tanto, perché per decenni persone normali, in contesti normali, compiendo azioni normali, si sono trovate al centro di storie molto più grandi di loro, senza averlo scelto. Alcuni, troppi, ne sono anche morti.

Sarebbe utile poterlo chiedere ai viaggiatori in volo il 27 giugno 1980 sul DC‑9, oppure a quelli dell’Italicus, ai clienti della Banca Nazionale dell’Agricoltura il 12 dicembre 1969, oppure ai turisti e ai pendolari della sala d’aspetto della stazione di Bologna il 2 agosto 1980, solo per ricordare alcune storie emblematiche che non dovremmo mai scordare.

Un intreccio di circostanze, di misteri irrisolti e di volontà occulte che ha lo scopo di intrattenere il giusto tempo per conoscere la folla che occupa la nostra storia e che ricorda sempre più spesso lo sguardo di Bosch.

Lo sguardo della follia e del tormento, della dannazione di un mondo senza redenzione.
Lo sguardo che promette solo un viaggio senza ritorno verso l’abisso.