Conservare, tutelare, restaurare

Un restauratore è un marcatore di speranza.

Per tre ragioni distinte, ma importanti, che hanno a che fare con la comunicazione, ho rivissuto questa consapevolezza di recente, mettendo mano a un dipinto di mio fratello, che incautamente mi ha chiesto di sistemare.

Incauto perché per me non è solo un hobby, ma una passione vera e propria che un tempo fu anche professione marginale, accanto all’insegnamento.

Dicevo: tre ragioni.

La prima muove dal presupposto che il concetto di tempo possa subire una traslazione.
Cose pensate e realizzate nel passato rivivono nel presente, riattualizzate, ridefinite, ricollocate.
Il restauro è un grande laboratorio di diventità (concetto tanto caro a Francesco Remotti) che interroga la memoria collettiva e la consapevolezza di far parte di una vicenda molto più ampia della nostra stessa attuale esistenza.
Ciò riguarda aspetti oggettivi della composizione artistica, perché comprende la scelta dei linguaggi, cioè la semeiotica di precisi messaggi in forme, dimensioni e colori.

La seconda è una ragione di metodo. Il restauro abilita competenze distinte e le articola in un processo armonico che parte dalla misurazione, comprende l’osservazione e la ricerca storiografica, e culmina con operazioni manuali e creative piuttosto complesse.

Nel caso di un dipinto antico, potrebbero essere la rintelatura, il consolidamento di parti incoese del film pittorico, la rimozione di sporcizia, morchie, corpi estranei, ridipinture e strati protettivi alterati, eccetera.

Max Friedländer sostiene che il restauro pittorico va molto al di là della conservazione e della rimozione: il restauratore «vuol vedere chiaramente quello che c’è dell’originale, ma desidera che non gli venga dissimulato quello che non c’è più».

E qui entra la terza ragione. Il restauro è una vivace conversazione con il sistema di valori, credenze e consuetudini che sono espressione di un determinato ambiente che ha visto nascere l’opera.
Ciò riguarda aspetti sociologici e antropologici, non più soltanto compositivi.

Paolo Torsello, in Che cos’è il restauro (Marsilio, 2005), riporta alcune citazioni di curatori e storici. Ne ho scelte due che vi ripropongo:

Paolo Fancelli«Il restauro (…) vuol dire tramandare al futuro ciò che, in positivo o in negativo – nei suoi valori o disvalori –, si ritiene comunque significante del passato. Nel contempo, un tale intervento rappresenta il momento metodologico del potenziale, vivido riconoscimento, in media rem, dell’oggetto-contesto storico ed eventualmente estetico».

Giovanni Carbonara«S’intende per “restauro” qualsiasi intervento volto a conservare e a trasmettere al futuro, facilitandone la lettura e senza cancellare le tracce del passaggio nel tempo, le opere d’interesse storico, artistico e ambientale; esso si fonda sul rispetto della sostanza antica e delle documentazioni autentiche costituite da tali opere, proponendosi inoltre come atto d’interpretazione critica non verbale, ma espressa nel concreto operare. Più precisamente, come ipotesi critica e proposizione sempre modificabile, senza che per essa si alteri irreversibilmente l’originale».

Che si tratti di restauro di consolidamento, di anastilosi, di liberazione o di completamento, o di semplice pulitura e conservazione, il restauro è una grande campagna di comunicazione.

Pensateci un attimo, a partire dalle cosiddette lacune pittoriche di un dipinto.
Veri e propri “buchi” narrativi nel tessuto figurativo, queste anse interruttive potrebbero frapporsi tra l’opera e l’osservatore.
Il restauro autentico non dovrebbe colmare la lacuna con la riproduzione ex novo di ciò che l’autore aveva realizzato; semmai dovrebbe instaurare un dialogo tra ciò che c’era e ciò che è venuto a mancare con il passare del tempo,
e interrogarsi sulle ragioni (accidentali o intenzionali) che hanno prodotto quelle mancanze.

Così pure la cosiddetta patina, ovvero lo strato che il tempo ha accumulato sulla materia, esercita un fascino narrativo perché è il frutto del fluire del tempo e non andrebbe violata.

Nel restauro si mette mano alle cicatrici della storia e si rielaborano sentimenti come la melanconia e la nostalgia, perché c’è uno spread incommensurabile tra ciò che posso fare per rammendare, suturare, colmare, e le ragioni stesse che hanno portato, lacuna dopo lacuna, strappo dopo strappo, storia dopo storia, a quella porzione di racconto che ho tra le mani, che resta tale, cioè porzione.

È, nei fatti, un modo per esercitare la genealogia.

La comunicazione, a parer mio, ha in cura quello spread e, poiché il futuro ha ancora bisogno di noi, il modo migliore per occuparcene è considerare la singola storia come una porzione di un orizzonte molto più ampio di quanto non si possa sapere e apprezzare fino in fondo.

Saper collocare, pezzo dopo pezzo, lacuna dopo lacuna, tratto dopo tratto, in una genealogia che riesca a ricostruire i legami di una parentela smarrita.