Emat glaudium

C’è un fortissimo rischio di fraintendimento.

Tra vocabolazzi e grassiloqui, ci si intende poco, pochissimo, q.b., e questa situazione ci trova nel bel mezzo di una guerra di posizionamento irrefrenabile che, invece, meriterebbe tutta la premura possibile.

Una guerra a bassa intensità, ibrida, non convenzionale, coperta, non dichiarata, non lineare, di quinta generazione, irregolare, asimmetrica, per procura.

Riuscire a definirla non è importante.
Riuscire a trovarvi una collocazione precisa per schivarne i colpi, invece, sì.

In comunicazione, sono le story wars. Le avevo definite così qualche anno fa, nel bel mezzo dell’ennesimo scandalo reputazionale, quello di Cambridge Analytica. Correva l’anno 2018 quando The New York Times e The Observer riferirono del possibile utilizzo di informazioni personali di 87 milioni di utenti di Facebook senza alcuna autorizzazione.

Durante il mio intervento alla presentazione della XIII edizione dell’Osservatorio Nimby Forum avevo richiamato l’attenzione sulla necessità di allestire contronarrazioni efficaci per la sopravvivenza intellettuale.

Ogni comunicazione ha effetti probabilistici, tradisce intenti preterintenzionali, focalizza parole guida, è un vero GPS del momento che stiamo vivendo.

Ma quando il comunicatore può fare la differenza?
Quando riesce a disambiguare, ovvero quando coglie il veleno presente nel lessico e nella sintassi che portano inevitabilmente al fraintendimento.

Non vede nulla, orienta. Non offre modelli, tenta di illustrarli.
Non propone solipsismi, ma comunità, esperienze.
Rifiuta l’ambiguità che porta allo spaesamento.

Per carità, il rischio del fraintendimento c’è sempre.
Forse perché, per natura espansa, il sapiens sapiens è portato alla corruzione linguistica, in quanto possiede il seme della prosodia finalizzata al proprio migliore posizionamento possibile.

E poi, diciamolo, siamo troppo impulsivi.
E sia. Ma c’è dell’altro?

Strattonato tra pulsioni narrowcasting e pulsioni broadcasting, anche il Maestro per eccellenza viene descritto dall’evangelista Luca come oggetto di un grosso fraintendimento di cui, ancora oggi, a certe latitudini, ne paghiamo le conseguenze per l’ermeneutica spiccia.

«Chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una».
Cosa capiscono? Il fin troppo ovvio. «Signore, ecco qui due spade».

Nelle righe redatte in greco colto e scorrevole non v’è traccia alcuna del suo probabile risentimento. Avrebbe potuto dire (o almeno pensare): «Ma no, suvvia. Non intendevo: armatevi gli uni contro gli altri», oppure «mi spiego meglio», o ancora «pregate perché possiate comprendere quando parlo».

No, l’evangelista chiosa: «Ma egli rispose: “Basta!”».
«Basta!», capite?
Scocciato, laconico, perentorio.

Non pago, lo stesso Luca riprende il concetto in altro luogo, con altri obiettivi.
Stavolta è il Maestro a essere in vero pericolo e urge un aiuto concreto.
Siamo nel Getsemani, al momento dell’arresto e a pochi paragrafi dal Calvario.

«Signore, dobbiamo colpire con la spada?».
E lui: «Lasciate, basta così!».

L’agnizione qui è inequivocabile, perché nel Giardino degli Ulivi si consuma nuovamente un fraintendimento.
Ne nasce e si sviluppa il pensiero più audace nella storia dell’umanità, quello della dedizione incondizionata di Dio, che spariglia ogni altra visione monoteistica sul rapporto uomo-Dio e che introduce un tema inedito: quello dell’agonia di Dio.

Arriva il Natale, capisco.
Non c’è modo di trattenere il pubblico su questi temi o sull’argomento ricorrente del fraintendimento.
La noia è dietro l’angolo.
Ci sono i regali da fare.

Eppure, l’utopia triste della pace passa proprio attraverso nuove narrazioni e il coraggio di assumerle come tali.
Nuove, ovvero vocate e votate al successo, e non all’ennesima esperienza emozionale.