Lectio difficilior potior

 

Che lezione ci ha dato!

Il passato perenne che stiamo vivendo e che ci proietta in un futuro di aoristi incomprensibili gode di bagliori fulminei.

Attacco pessimistico?
Nient’affatto.
È l’abitudine alla gibigianna mediatica che porta a collocarci in un lazzaretto della rinuncia, che finisce con l’affievolire ogni speranza.

Nel mondo reale, invece, ci sono belle sorprese.
Instabili, ma vere e proprie epifanie.
Trovarsi gomito a gomito con miniature d’uomo che hanno idee (e parole) coraggiose e forse inedite (per la loro giovane età) rassicura, commuove, rinfranca l’animo.

Non solo più, dunque, l’era della delusione, bensì l’era del progetto lucido, caratterizzata, nel caso degli Zoomers e dei Centennials, da un ritmo di irrequietezza perpetua che scardina la percezione specializzata dei pessimisti perenni e infaticabili, o rassegnati, o brontoloni (scegliete pure).

Ho ascoltato un discorso dal metabolismo accelerato.
Ho visto un giovane minuto, all’apparenza docile ma cauto, volpino nel concaggio accurato delle parole – che belle, queste ultime, quando sono selezionate per bene – e volitivo, proiettato innanzi.
Alto, altissimo, leggermente curvo sul podio.

L’ho sentito, e bene, ingaggiare una lezione a tutti i presenti, a me per primo.
Lectio difficilior potior, avrebbero detto i latini colti.
Dal mio ciglio avrei detto: «che botta assurda».

Il giovane non si è dato alla macchia, non ha digrignato i denti.
Non ha brandito campagne esauste.

Come se avesse già espiato mille purgatori, ha parlato di “mito del successo precoce”, ha descritto “la trappola della partecipazione passiva”, ha chiesto di “poter orchestrare e non iperspecializzare”, ha ricordato che si può, si deve sbagliare.

Forse rallentare, probabilmente rinunciare. E rimarcare.

Sentite qui:
«Viviamo sommersi da narrazioni di successo precoce. Qualcuno fonda una startup a vent’anni e diventa milionario. Qualcun altro è influencer a sedici anni. Un altro ancora ha già pubblicato un libro, ottenuto un riconoscimento, compiuto il giro del mondo. E noi? Noi siamo qui, a studiare, a cercare di comprendere cosa vogliamo fare, a volte faticando ad arrivare a fine mese.
E ci percepiamo in ritardo. Costantemente in ritardo.
Non permettiamo che questa pressione sociale ci comprometta.
Non sacrifichiamo la profondità per la velocità. Non rinunciamo all’esplorazione per l’apparente sicurezza di una strada già tracciata. Il nostro percorso ci appartiene, con i suoi tempi, le sue deviazioni, i suoi ritorni indietro che poi si rivelano passi avanti».

E ancora:
«Il nostro obiettivo non deve essere inseguire un modello standardizzato di successo. Deve essere esprimere la nostra unicità attraverso collegamenti tra i nostri saperi e sinergie tra le nostre esperienze. Perché quella unicità costituisce l’unica cosa che nessun algoritmo potrà mai replicare».

Così pure:
«Albert Camus scrive: “La vera generosità verso il futuro consiste nel dare tutto al presente”, una frase che le generazioni precedenti sembra non sempre abbiano interiorizzato. Noi lo faremo, insieme, con il privilegio dell’educazione e il dovere della responsabilità. Diamo tutto al presente: la nostra presenza, il nostro impegno, la nostra capacità di rialzarci. Questo è il nostro modo di essere generosi verso il futuro che vogliamo costruire».

L’intrigante ma folle accumulazione è lucida, di pronta presa.
Però anche felpata, incalzante ma garbata.

E quando Matteo Niccolò Leone me l’ha donata, ho trovato in quelle pagine preziose carte moschicide su cui trattenere luoghi comuni, stanche e logore parole sulle generazioni che verranno.

Non propone un allenamento al rallentamento e nemmeno un semplice (quanto, peraltro, utile) percorso da flâneur.
È lontano dal disimpegno.
È divieto alla promenadologia, allo strollology.
È un antidoto baudelaireiano-benjaminiano contro i low trusters.
È un flash forward che allontana tempi rarefatti e cosmetici e anticipa buone cose palindrome che invece pensavamo perdute.

Insiste, dal podio.
L’importante è esserci, assumersi l’onere, accarezzare l’errore come opportunità e cogliere il rischio della sprovvedutezza con sufficiente margine di successo.

Grazie, Matteo Niccolò Leone.
E grazie all’Università IULM di Milano, che ha il privilegio di averti nel Senato Accademico. Durante l’inaugurazione del 57° Anno Accademico, anche la Rettrice Valentina Garavaglia ha percorso, in parte, i medesimi temi.
Magnifica, nella carica e nel pathos, assolutamente priva di sciagurati invalicabili isosceli.
Chiara e risoluta anche lei.
Ma preziosamente garbata, molto lontana da tic retorici e visibilmente commossa.

Come tutti noi, peraltro, presenti a quel rito autenticamente apotropaico di una comunità educante e svegliante.
Amante.

Ultima nota a margine.
Matteo Niccolò Leone ha citato Camus. C’è una frase di questo grande autore che mi rimbalza spesso nella mente, ed è questa: «L’uomo è l’unica creatura che rifiuta di essere quello che è».

Mi pare si trovi nell’opera L’Homme révolté (The Rebel).
Mi pare anche che Matteo l’abbia finalmente contraddetta.
Una vera, difficile lezione.


La fotografia: Nel marzo 2018 l’artista Emilio Isgrò consegna all’Università IULM la sua opera “Monumento all’Inferno”, che raffigura dante Alighieri seduto e bendato di fronte alle pagine cancellate dell’inizio della Divina Commedia.
Una rappresentazione che simboleggia la perdita della capacità di leggere e reinterpretare la cultura europea: anche il sommo poeta è rappresentato accecato dalla mancanza di educazione verso la parola umana. Un significato profondo, un monito ad agire e fare della comunicazione uno strumento di libertà.
L’opera scultorea rappresenta quindi il momento storico “infernale” in cui ci troviamo, immersi in una comunicazione globale che, da un lato, abbatte le barriere, ma dall’altro ci fa dubitare della nostra esistenza in un mondo eccessivamente frenetico.
La tecnica della cancellatura, utilizzata da Isgrò fin dagli anni ’60, diventa un linguaggio e un nuovo alfabeto che lascia tracce nell’arte mondiale, rappresentando un’arte colta e civile, capace di liberarsi dal sovraccarico informatico che ha permeato le nostre società (dal sito dalla IULM).