Mangiarsi le parole
Due sacerdoti e le nostre parole.
Può capitare di esprimersi in modo incomprensibile, divorando d’impresa il fluire delle parole. Si mangiano, appunto.
Complice un’insana fretta, un’ingordigia di fondo, una caparbia intenzione da Houdini per fuggire da qualsiasi costrizione con l’obiettivo di liberarsi finalmente (sì, ma da cosa?). La chiamerei escapologia narrativa. Boh, qualcosa di simile. E voi?
È il modello umano aumentato che prevede un utilizzo rarefatto delle parole, perché preferiamo mangiarle che pronunciarle. Oggi come nel Terzo Reich.
Perdiamo in onomatopea e in genealogia, perché senza le giuste parole non riusciamo a fare la differenza e ci sfuggono le concatenazioni; tutto appare indistinto e approssimativo, come nella comunicazione di guerra.
Questa – la comunicazione belligerante – non opera alcun distinguo, non va per il sottile, non moltiplica le parole, bensì le riduce, le semplifica, le mangia.
Ci sono nemici da scovare, luoghi comuni da produrre, malefici da pronunciare, sintassi da affilare, pirotecniche verbali da pubblicare, ammiccamenti fraudolenti da provare, memorie da profanare, arie da arroventare. E financo carni da maciullare.
In questo contesto non rilutta la parola. Rutta. Burp! L’eruttazione che ne segue ci rende erigmofonici e prossimi al silenzio. «Meglio stare zitti che contraddire quando ci si trova in minoranza», asseriva un mio allievo al master sulla comunicazione balistica.
«Non ho parole. Ti boccio» – gli dissi.
Invece no. Chi vuole occuparsi di comunicazione, nelle sue più svariate dimensioni disciplinari e con qualsiasi committenza, potrebbe consonarsi e vocalizzare, più per caparbia missione che per convenienza spicciola.
«Ascetismo comunicativo»: l’avevo definito così, sempre in quel master di cui sopra. Dicevo che avremmo dovuto prometterci reciprocamente un fino in fondo nella cura e nella selezione delle parole, di ogni singola parola.
Per evitare il rischio orrendo della banalizzazione, dell’assuefazione, dell’arrendevolezza colpevole e, in ultima analisi, per evitare la guerra, domestica o di territorio o di professione. Finiamola con le story wars.
Avrei voluto ribadirlo anche durante un recente incontro a porte chiuse con l’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, egregiamente organizzato dal Board Comunicazione, Sostenibilità e Relazioni Esterne di Assolombarda (che frequento troppo poco, purtroppo e accidenti). Un’occasione di rara e proficua bellezza, dove le parole semplici ma affilate del monsignore, cauto ma molto ben preparato, hanno interpellato le nostre professioni. La mia di sicuro.
Pubblici mentitori, testimoni, propulsori, facilitatori, agenti provocatori. Cosa siamo e come speriamo? Perché speriamo, vero?
Spero di non fare danni, spero di essere utile, spero anche di essere onesto.
Un altro sacerdote mi torna alla mente. Un altro incontro. Altre parole. Era il 1997, a Città di Castello, e lui era Ivan Illich. Mi disse allora che la miseria materiale era tale per un’altra miseria, tutta immateriale, facilitata dall’uso promiscuo delle parole.
Anche lui contro la perdita dei linguaggi vernacolari, contro il degrado del lessico, per una linguistica della libertà contro monopolio e omologazione.
Ma soprattutto contro l’armonizzazione, l’allineamento, la povertà e la ripetitività nel linguaggio e, più propriamente, nel lessico.
Parlammo di Gleichschaltung, di incitamento, di appello, delle parole che, dismesse, rendono il pensiero rarefatto e incapace di difendersi e di riconoscersi.
Ricordai con vaghezza una frase che anni dopo finalmente avrei ricondotto al suo autore.
«Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico. Se per un tempo sufficientemente lungo al posto di “eroico” e “virtuoso” si dice “fanatico”, alla fine si crederà veramente che un fanatico sia un eroe pieno di virtù e che non possa esserci un eroe senza fanatismo».
Furono di V. Klemperer e l’opera LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, edita nel 1998 da Giuntina.
I due sacerdoti, maestri di fede e, dunque, di Parola, mi hanno colpito molto. Così pure questo discorso eterno e materno sull’utilizzo delle parole.
Può ancora capitare di esprimersi in modo comprensibile, scandendo le parole, aggiungendo vocaboli desueti o nuovi, con l’obiettivo di spiegarsi meglio, di non deprecare, di non odiare, forse di oblare.
Post scriptum
Il senso comune usa il concetto di parola per descrivere la gamma delle relazioni e delle possibilità interumane. Proviamo a ripassarle insieme. Male non dovrebbe fare.
a parole
avere l’ultima parola
avere una sola parola
di parola
di parola in parola
dire a mezze parole
dire due parole
è una parola!
essere in parola con qualcuno
far parola di qualcosa
giocare sulle parole
macinar parole
metterci una buona parola
mezza parola
mezze parole
non è ancor detta l’ultima parola
parola d’ordine
parola di Dio
parole d’oro
parole grosse
parole pesanti
parole sante!
passar parola
pesare le parole
prendere in parola
quattro parole in croce
restare alla parola
rimangiarsi la parola
spendere una parola
tenere in parola qualcosa
tenere in parola qualcuno
togliere la parola di bocca
Parole, bagnarole, barcarole, fienarole, fregarole, fumarole, schiumarole, tombarole, prole.
Viole.