Non capire un Corno

 

Un messaggio su Linkedin può diventare epico

Non ho capito molto di un tale che, in un messaggio su LinkedIn, mi ha chiesto di suonare il Corno di Orlando. Pareva anche bello, il post, nella sua articolazione.

Gli ho chiesto spiegazioni, se non altro per evitare di incorrere in errori di interpretazione. Macché, non ho più visto nulla.

“…un direttore bravo come lei sa bene che a un certo punto si deve suonare il Corno di Orlando per non vanificare gli sforzi…”

Sono quindi andato alla ricerca di significati. Ho letto e riletto. Ho chiesto in giro perché non ero certo di aver compreso.
E poiché sul potenziale di disallineamento narrativo oggi il nervo è scoperto, ho domandato persino a un docente di letteratura medievale.

Tutti ricordano la mitica pugna di Roncisvalle, dove Rolando, paladino di Carlo Magno, viene attaccato quasi di sorpresa.
A un certo punto della battaglia suona l’olifante, il corno che più tardi (secondo una licenza poetica) si romperà a pezzi e che, ancora oggi, sarebbe sul colle di Saint-Seurin a Bordeaux o – secondo alcuni – esposto nel museo del duomo di Praga.

Di quella vicenda molti dimenticano alcuni aspetti che, a mio modesto avviso, l’autore del post ha invece bene in mente. Sono quattro e dirimenti.
Rolando, durante la battaglia, si rifiuta di suonare il corno (anche) per orgoglio. Azione, questa, che avrebbe avuto la funzione di lanciare l’allarme per il vile attacco.
Quando finalmente si decide, lo suona ininterrottamente e con uno sforzo enorme fino allo spasimo, ma è troppo tardi.
Carlo Magno sente (tardivamente) il suono, comprende l’allarme, torna indietro e lo vendica.
Orlando muore prima dell’arrivo di Carlo Magno.
Chi di noi non si è imbattuto nelle chansons de geste, i poemi epici medievali che narrano di gesta eroiche, in particolare nella Chanson de Roland, il poema epico sulla spedizione militare di Carlo Magno?

Benché il prode eroe sia riuscito a fare “strage di infedeli” con la sua spada Durendal, qui ci lascia le proverbiali penne, più per orgoglio che per altro.

Non potendone fare a meno, ho desunto dal messaggio a me rivolto una serie di potenziali insegnamenti, al netto delle evidenze storiche e dei significati letterari propriamente intesi della vicenda di Rolando.

Chi si occupa di comunicazione a certi livelli, sebbene supportato da una squadra di professionisti, può rischiare l’autosabotaggio. Ovvero può credere ingenuamente di non commettere più errori (frutto di distrazione o, peggio, di dabbenaggine) per il solo fatto di averle viste tutte.

La cosiddetta esperienza – l’impareggiabile somma di vicende alterne, controverse o semplicemente pluriverse – è l’alibi migliore che alimenta due bias, quello di ancoraggio e quello di conferma. Confermare sempre e comunque le proprie convinzioni preesistenti e fare eccessivo affidamento sulle informazioni in proprio possesso sono due rischi di autosabotaggio che ci impediscono di focalizzare l’attenzione al meglio.
Fuor di metafora, ci impediscono di suonare il corno d’Orlando per tempo.

Altro rischio imperante: la temerarietà. Ovverossia la sciocca pretesa di potercela fare da soli anche di fronte a sfide analogamente già assunte in passato.

Magari in contesti diversi, con interlocutori diversi, l’esito potrebbe essere infausto o perlomeno lontano dalle più rosee aspettative iniziali.

Perire senza risultati apprezzabili. Lo sforzo finale dell’eroe comunicatore potrebbe non avere senso. Il dressage disciplinato e ineguagliabile che un comunicatore di razza possiede, in particolari situazioni, potrebbe essere vanificato da fattori ambientali del tutto indipendenti dalla volontà o dalla capacità di predizione.

Non finisce qui. 

C’è un ulteriore possibile insegnamento. Il gesto maldestro, l’incapacità di traduzione o di interpretazione, l’ansia da prestazione, i bias cognitivi prevalenti costringono qualcuno a intervenire in soccorso estremo.
Per gli esperti in crisis management, ciò potrebbe determinare una sovraesposizione indebita, un aggravio ulteriore e dispendioso di risorse, financo un eccessivo sbilanciamento rispetto agli iniziali obiettivi.

Insomma, l’incauto mio follower mi ha dato l’opportunità di riprecisare a me stesso il dilemma di Rolando, di fronte al quale le prudenze non sono mai abbastanza.

Gli risponderei così, vedete se vi garba: “La ringrazio per quello che sembrerebbe un suggerimento. L’ho cercata per saperne di più e per avere certezza sugli intenti. Quello che posso garantirle, da parte mia, è l’incapacità di produrre alcun suono da qualsiasi strumento musicale. Al contempo, la informo che il mio capo in arte, Carlo Magno, è addestrato a intervenire soltanto a propria difesa. E posso garantirle che i suoi fendenti sono letali.
Mi scriva ancora. Ho passione per le buone scritture e per le buone pratiche”.