An American Trotter
Proviamo a comunicare le Olimpiadi come una grande scommessa di vita, non solo di sport.
Proviamoci e basta.Sembra che Cicerone, nelle Tusculanae disputationes, abbia chiarito un concetto importante: «A mio parere la vita umana è simile a una di quelle feste che si tengono con grande apparato di giochi e sono frequentate da tutta la Grecia [i famosi Giochi Olimpici]. Ivi, infatti, alcuni cercano la gloria e la fama di un premio nelle gare sportive, altri sono attirati dal guadagno trafficando nel comprare o nel vendere, e c’è poi una categoria di persone che non cercano né l’applauso né il guadagno, ma vi si recano come spettatori e osservano attentamente ciò che avviene e come avviene.
Non diversa è la vita umana, dove siamo giunti come se fossimo partiti da una città verso un mercato affollato: alcuni schiavi della gloria, altri del denaro e pochi altri che cercano di capire quello che succede e perché. Questi si chiamano appunto filosofi, cioè amanti della sapienza».
Tosto, vero?
Ci sta. Anche se, al tempo, l’importante era vincere, non partecipare.
«O corona o morte», si gridava, e l’agonismo sfrenato riguardava solo uomini che gareggiavano nudi per evitare travestimenti, orpelli, struffaldinerie.
Le gare a Olimpia erano dedicate a Zeus e non (come oggi) agli sponsor o alle nazioni di appartenenza.
I migliori risultati erano la tregua olimpica, con la sospensione dei conflitti, e la promozione di un’identità greca comune.
Là, a quelle latitudini, lo sport e la filosofia non erano distinti: contribuivano insieme a formare il cittadino ideale. Il concetto di kalokagathìa (καλοκαγαθία), l’ideale educativo per eccellenza, lo spiega bene.
La kermesse, il furore del muscolo proteso, l’ambizione di essere migliori sempre e comunque hanno solcato i secoli, riproducendo l’esperienza ma migliorandola nella postura, nell’autostima, nella coscienza dei propri limiti e delle proprie capacità.
I Giochi celebrano il motto «Citius, Altius, Fortius» (più veloce, più in alto, più forte; dal 2020 si aggiunge «communiter»), incarnando i valori di eccellenza, rispetto e amicizia.
Correttezza, fair play, considerazione dell’altro e delle regole, uguaglianza, ispirazione, confidenza con la sorella sconfitta e il fratello sudore sono diventati significati ulteriori.
Spingono verso l’ardimento.
L’atletismo è migliorato, e noi con lui.
Malgrado le aspettative riposte dal barone De Coubertin, i Giochi Olimpici non riescono a preservare la pace mondiale né a scongiurare i conflitti armati.
L’edizione del 1916 venne annullata in seguito allo scoppio della Prima guerra mondiale; analogamente, le manifestazioni programmate per il 1940 e il 1944 furono cancellate a causa della Seconda guerra mondiale.
Ci sta. Non riusciamo proprio a giocare con serietà; talvolta la pugna si fa reale e gli sconfitti diventano corpi esanimi che riempiono spalti, radure, persino stadi.
La misura della prestazione, il tempismo, il ritmo, il tempo educativo diventano sforzo bellico, smobilitazione, strategia offensiva.
Il gesto atletico diventa smorfia, strazio, e il tifo, contumelia.
Il giuramento diventa fanfaluca.
Ma i Giochi Olimpici ricordano che la protensione c’è e che attraversa i secoli dei secoli.
Che senza perorazione è possibile solo l’afrore che, a lungo andare, spazientisce e rende inadeguati.
Che forse, migliori di così, si può ambire a essere, a diventare.
I Giochi ci impongono il disgusto per la medietà e per la voglia di servitù.
I Giochi sono il catalogo dello spirito umano.
De Coubertin scrisse molto e a proposito sul tema. Tra i tanti suoi libri ricordo Leçons de pédagogie sportive (1921) e Mémoires olympiques (1932).
Wikipedia ricorda anche che «nel 1936 il CIO lo propose per il Premio Nobel per la pace, per i suoi sforzi nella riduzione delle tensioni mondiali attraverso la rinascita e l’organizzazione dei Giochi olimpici internazionali».
C’è un tale, Walter Winans, che scalfisce la mia fin troppo scarsa conoscenza dello sport. Leggete qui: Winans ha vinto due medaglie olimpiche, una d’oro ai Giochi del 1908 e una d’argento in quelli del 1912, entrambe nel tiro di precisione.
E poi un altro oro, sempre nel 1912.
Ma non in altre pratiche sportive: bensì nella scultura. Un cavallo di bronzo che traina un carro. An American Trotter, il titolo dell’opera.
Un segno dei tempi, una sfida nella sfida, un guizzo di creatività, come se la disciplina per la quale gareggiava non bastasse più e l’intero suo Paese mirasse all’altro.
I Giochi Olimpici, oltre alle medaglie per le competizioni atletiche, assegnavano allora anche medaglie nella pittura, nella scultura, nell’architettura, nella letteratura e nella musica.
Che bella l’arte quando imita lo spasimo della conquista.
Che bello lo sport quando celebra la capacità tutta umana di trattenere l’offesa e di slanciarsi nella prova dei fatti, nella verità, nell’alétheia (ἀλήθεια).
Aristotele considerava l’arte come mìmesis (imitazione) delle azioni reali, una forma di diletto che eleva. Hegel la concepiva come la prima manifestazione dello Spirito. Pura bellezza, come un corpo nell’atto di superarsi, di spingersi oltre i propri limiti fisici e mentali attraverso resilienza, disciplina e gestione consapevole dello sforzo.
Abbiamo ancora bisogno di Mimesi, di Verosimiglianza, di Catarsi.
Ecco perché i Giochi Olimpici sono straordinariamente attuali, una grande scommessa di vita.
Che ci meritiamo tutti, nessuno escluso.