Ghostare è meglio che stare a guardare
Non solo i fantasmi possono interrompere le comunicazioni.
«Che palle questi neologismi. Questi sono i principali killer del linguaggio.
Li manderei a cagare ’sti ignoranti che li utilizzano».
Mi hanno interpellato sul tema e dal muscolo dei miei interlocutori ne sono uscito perplesso. Ma anche un po’ rinfrancato.
«Mi piace il fatto che abbia scelto di ricorrere alle metafore antropomorfizzanti per arricchire il suo linguaggio.
Un piccolo suggerimento, però.
Le caratteristiche umane associate a entità astratte, oggetti o fenomeni potrebbero risultare fuorvianti.
Da un lato rendono più vividi concetti astratti, rafforzano l’espressività, facilitano la comprensione, permettono di spiegare concetti complessi tramite immagini concrete.
Tuttavia, se usate in eccesso, creano un’inflazione retorica, possono risultare artificiose o ridondanti, creare ambiguità e veicolare giudizi impliciti, diventando dei cliché».
«Non ho capito».
«Le faccio alcuni esempi: il tempo vola. La paura ti paralizza. La memoria tradisce. La speranza non muore mai. La verità viene a galla. Il vento urla. La luna sorride. Il mare inghiotte le navi. Il sole abbraccia la città. La città dorme. La casa ti accoglie. La macchina non vuole partire. La porta scricchiola un lamento. Le parole feriscono. La grammatica punisce gli errori. Il silenzio parla».
«Cazzo dici? Che fai, provochi?»
«Quest’ultima espressione, poi, deriva da una difficoltà di regolazione dell’umore e da una scarsa alfabetizzazione emotiva. Non se ne accorge, ma chi provoca è lei».
Sono seguiti sguardi minacciosi, gesti irripetibili, fatiche.
E tante risate degli astanti.
Veniamo a noi.
C’è un aspetto intrigante della lingua, ed è la sua continua elaborazione.
Pare un laboratorio, un continuum linguistico che rende dinamico il suo utilizzo nel fluire delle generazioni.
Ha molto senso, se ci pensate.
Dimostra un costante affinamento delle comunità di pratica, come ad esempio i milieu giovanili, le élite tecnologiche o i gerghi professionali.
Un approccio sistematico iniziale lo dobbiamo al linguista francese Louis Guilbert, che nella «Créativité lexicale» del 1975 propone un inquadramento metodico introducendo concetti nuovi come neologia di forma, neologia di senso, neologia sintagmatica.
Nei fatti, a ben vedere, il linguaggio umano è un atto creativo strutturale.
Anzi, è ancora meglio: «È una tecnologia corporea applicata ai bisogni simbolici».
La felice espressione è di Antonino Pennisi, filosofo e linguista italiano, impegnato – tra le tante cose – a riconsiderare il concetto di biopolitica.
Il linguaggio possiede precisi meccanismi sociologici di diffusione e ogni neologismo è un prodotto di adeguamento o affinamento delle nostre capacità trasformative del mondo, delle sue relazioni, dei suoi bisogni.
La geolinguistica e la sociolinguistica urbana ci hanno insegnato a comprenderne le logiche sottostanti: il complesso processo di semantizzazione, le curve di adozione, la composizione del repertorio comune.
Insomma, nulla è figlio della casualità, perché si tratta di un sistema aperto in costante rinegoziazione tra innovazione individuale e norma collettiva.
Non abbiamo più scuse: tutto è chiaro, noto.
Non possiamo ghostare di fronte alla responsabilità che ciò comporta.
Ceti medi urbani o trendsetter digitali, geek o nerd, influencer o growth hacker: oggi il conio di nuovi vocaboli è vicenda collettiva.
Non solo.
La neologia è una forma di creatività linguistica.
L’elaborazione dei neologismi coinvolge integrazione concettuale, associazione di idee e ricomposizione semantica: tutti processi chiave della creatività, come sostenuto da Paolo Petricca in «Semantica. Forme, modelli, problemi».
Nella pulsione disordinata e irrazionale contemporanea diventa segnale di creatività, flessibilità mentale, curiosità e disponibilità a uscire dagli schemi.
Vi dicono qualcosa parole come content creator, metaverso, algocrazia, eco-ansia, plogging?
E come mai?
Coraggio, ammettetelo.
Da Aristofane a fiorellino34, fatte le debite proporzioni, si assiste a onomatopee mirabolanti, parole composte stravaganti, mots-valises, linguaggi immaginari, accumuli verbali, giochi di parole, nonsense e parodie linguistiche.
E per fortuna.
Le lingue evolvono perché i parlanti producono continuamente parole nuove per descrivere nuove realtà o per esprimersi in modo originale.
La creatività linguistica è considerata una componente naturale del linguaggio umano.
Mi spingerei più in là, per affermare che oltre al nuovo c’è pure un vocabolo consunto, desueto, fossile.
E oltre alla scorta lessicale c’è il tema – pure cruciale – del suo corretto utilizzo.
Insomma, vengo al sodo.
Il cambio di paradigma culturale e sociale odierno, unitamente alla carenza linguistica formale, ci spinge verso un’incomprensibilità generale.
Frammentazione delle informazioni, utilizzo di nuove forme espressive per singole tribù, autoreferenzialità e rinuncia alle fonti certificabili o tracciabili comportano barriere sociolinguistiche insormontabili.
C’è una deriva inflattiva di parole nuove, vero, ma il problema di fondo è che a diminuire è la capacità complessiva di comprensione.
Mentre aumentano il superamento dei freni inibitori e il rancore da tribù.
«Non ho capito un cazzo di quello che mi ha detto. Eppure ho studiato»,
ha chiosato il tipo.
«Fa nulla. Però possiamo picchiarci, se crede».