La celebre proposizione 7

Dire, fare, tacere.

Il dilemma quotidiano dei comunicatori (e purtroppo spesso solo di questi).

Joseph Antoine Toussaint Dinouart pubblicò nel 1771, con il titolo “L’art de se taire, principalement en matière de religion”, un utile contributo alla causa della sobrietà, più intesa come nepsis, vigilanza. Poi vedremo da cosa.

Tradotto in “L’arte di tacere”, ristampato nel corso dei secoli e in più contesti socioculturali, è diventato una delle prime guide contro l’incontinenza verbale e scritta e forse anche contro la prolessi.

L’enigmista del XVIII secolo inizia tosto: «È bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio».

Cicerone, Quintiliano, Seneca hanno proposto all’umanità e molto prima accurate riflessioni sul fatto che un oratore dovrebbe saper parlare ma anche tacere al momento giusto.
(Per la verità, l’accorato appello varrebbe anche per altre categorie professionali...).

In ogni caso, nel secolo dell’Encyclopédie illuminista di Diderot e d’Alembert, il nostro polemista nato ad Amiens non sarà certo passato inosservato.

Veniamo al punto. La moderazione o la rarefazione nella
 comunicazione comportano necessariamente il silenzio. 
Nessun amor fati. Nessuna grulleria o matteria.

Ne vogliamo parlare con sano fracasso, baccano, frastuono?
Il silenzio è un forte atto linguistico, non c’è dubbio. 
Nella struttura del conversato il gioco delle pause conferisce impatto, determinazione, lucidità, standing.
Al contempo, può trasferire ostilità, disaccordo, rifiuto, puntiglio.
Talvolta svolge la funzione di mitigare conflitti preferendo una pacifica sospensione del giudizio temporaneo.
Oppure, in dosi opportune o ostentate, riduce il rumore di fondo proponendosi un ruolo dominante.

Più oltre.
È più potente delle parole e nella storia della spiritualità è lo spazio sincretico dell’incontro con l’Altro. Per non parlare del ruolo del silenzio nell’arte, dove il silenzio poetico è anche disincantato ascolto del ‘Duende’, l’intensa e misteriosa forza emotiva ben descritta da Federico García Lorca, tipica dell’atto creativo.
Mai vuoto, mai effimero, mai solipsistico. Il silenzio è audace.

Più vicino.
Il silenzio è relazione perché si consuma nell’atto di una scelta precisa e non è mai indifferente. È sempre situato.
È misura del tempo perché colloca gli attimi in una successione di valore tra un prima e un dopo, tra un presente e un futuro; in questo senso è un’opzione di libertà davvero notevole.
È rivelativo di intenzioni sordide o deprecabili: acquiescenza di fronte a un atto di prevaricazione, oppure omertà, pavidità, subalternità.

Più dentro.
Il silenzio può dare voce al disagio, all’ineluttabilità del rifiuto o della mancanza. Evidenzia il nostro mondo diventato disadorno, spaventevole. Il lutto dietro l’angolo.
David Le Breton in “Sul silenzio” avverte infatti la necessità di scongiurare l’angoscia del silenzio che negli infiniti anfratti dell’umano potrebbe disorientare, inebetire non poco.

Esistono nel linguaggio corrente una serie di espressioni che ne tradiscono l’ulteriorità avanzata.
Faccio qualche esempio, giusto per andare oltre la ciarla.

Silenzio radio
Sotto silenzio
Silenzio della notte
Zona del silenzio
Suonare il silenzio
Rimanere in silenzio
Ascoltare in silenzio
Soffrire in silenzio
Sopportare in silenzio
Rompere il silenzio
Costringere al silenzio
Ridurre al silenzio
Obbligo del silenzio,
Scusarsi per il silenzio
Raccomandare il più assoluto silenzio
Silenzio stampa
Passare sotto silenzio
Silenzio-assenso

Nella comunicazione intesa come trasmissione e che avviene attraverso precisi codici condivisi e canali precisi – che si tratti di comunicazione verbale, paraverbale o non verbale – il ruolo del silenzio è cruciale e non occasionale.
Rimarca una distanza e manifesta una volontà esplicita.

Poiché il linguaggio in generale e la postura del comunicatore in particolare possiedono dei limiti precisi, è bene tornare a considerare l’opzione radicale: 
il silenzio. Sì, il silenzio.

A convincerci è stato Ludwig Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus pubblicato nel 1921. Nella proposizione numero 7 si legge: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere».

Abbiamo così appreso i limiti del linguaggio, la sfida di raccontare l’indicibile con nuove metriche e categorie e abbiamo ipotizzato la scelta del silenzio come atto filosofico.
Nessuna rinuncia, solo esercizio dell’opzione fondamentale, quella del Sapiens Sapiens in assenza di gravità, caratterizzato dall’etimo irriducibile.
E perciò pronto alla damnatio memoriae.

Nella mia, nella vostra, cultura ci sono diversissimi e stuzzichevoli riferimenti a supporto. In ordine sparso e senza alcuna pretesa di esaustività.

C’è John Cage che nel brano 4'33" non esegue nessuna nota per tutta la durata del brano. C’è Max Picard, che definisce l’uomo “un’appendice del rumore”. C’è Rimbaud che nomina il poeta “Maître du silence”. C’è Claudel, per il quale il poeta (ancora lui) è un “seminatore di silenzi”.
Ci sono Merlau-Ponty, Maritain, Jaspers, Sartre, Nietzsche, Cioran.

Ma nel mio chiostro interiore si trovano anche il Sinedrio e il Getsemani perché come ricordava Elio Vittorini ne “La nuova cultura”: “Pure, ripetiamo, c’è Platone in questa cultura. E c’è Cristo. Dico: c’è Cristo”.

Ma soprattutto c’è la signora Trombetti che tra necrologi giornalistici e politiche blockbuster incalza, chiede spiegazioni, ruba commenti sull’ennesima Crans-Montana e domanda al comunicatore che sono perché non si riesca a fare di più che questo futuro di carni bruciate e fumanti.

E io a dirle, forse più per sfinimento che per convincimento: “Sss. Il silenzio!”
Almeno per oggi, per rispetto.