La Giornata della Memoria
«Non sareste più sollevati se io fossi stato capace di dimostrare che tutti i persecutori erano pazzi?»
Chiede il grande storico dell’Olocausto Raul Hilberg.La domanda insiste, sfacciata.
La fuga dalla responsabilità di conoscere la risposta, pure.
Ma la capacità retorica supera di gran lunga l’impresa di riuscire nell’unica sfida che varrebbe la pena di intraprendere oggi: approfondire quello sterminio non più come un semplice e ulteriore capitolo della Seconda guerra mondiale, ma come un capitolo abominevole di una stortura nel processo di civilizzazione.
E interrogarsi sulla perdurante e pervicace capacità – tutto Sapiens sapiens – di eliminarci vicendevolmente senza tante storie.
Quando capita: di pogrom in pogrom.
Ma si badi.
Eliminarci non per impulso irrazionale o per cattiveria conclamata – ma che si intende, poi, per “cattiveria”? – o per necessità di una banale prevaricazione, per calcolo economico o per posizione sociale o per sfrenata e parassitaria ideologia o per fottuta sopravvivenza.
C’è dell’altro nelle terre di Germania, di Polonia, di Ucraina.
Pure in questa terra c’è stato dell’altro.
C’è dell’altro nella civiltà moderna borghese, colta e raffinata, industriale e accademica di quegli anni.
A ribadirlo con lucidità è stato Zygmunt Bauman in Modernità e Olocausto. Non fu un’aberrazione accidentale, ma un prodotto della razionalità e della burocrazia della società moderna.
I processi di standardizzazione e di disumanizzazione hanno reso possibile lo sterminio di massa come un’operazione efficiente e burocratica.
E la ragione? Da strumento di libertà a mezzo di dominio, annullando la responsabilità morale individuale.
L’Olocausto è il prodotto della modernità: non un evento isolato, ma un’espressione estrema delle tendenze insite nella modernità europea, che ha generato un’ingegneria sociale impegnata a eliminare le persone.
Più precisamente:
«L’Olocausto fu il prodotto specifico dell’incontro tra le vecchie tensioni che la modernità aveva ignorato, trascurato o mancato di risolvere, e i potenti strumenti di azione razionale ed efficiente creati dallo sviluppo della modernità stessa. Sebbene tale incontro sia stato un evento unico e abbia richiesto una rara combinazione di circostanze, i fattori che furono alla sua base erano, e sono tuttora, diffusi e “normali”. Dopo l’Olocausto non si è fatto abbastanza per sondare la portata di questi fattori e meno ancora per bloccarne gli effetti potenzialmente terrificanti. Noi riteniamo che su entrambi i fronti si possa e certamente si dovrebbe fare molto di più».
Ancora meglio:
«Per quanto siano abominevoli, e per quanto grande sia la riserva di potenziale violenza che contengono, l’eterofobia e le ansie connesse alla contesa sui confini non sfociano – né direttamente, né indirettamente – nel genocidio. Confondere l’eterofobia con il razzismo e il crimine organizzato sul modello dell’Olocausto è fuorviante e perciò potenzialmente dannoso, in quanto distoglie l’attenzione dalle vere cause del disastro, che sono radicate in alcuni aspetti della mentalità e dell’organizzazione sociale moderna, e non in reazioni agli estranei che nella storia si sono sempre riscontrate, e neanche in conflitti di identità meno universali ma comunque largamente diffusi. Nello scatenamento e nella conduzione dell’Olocausto l’eterofobia tradizionale gioca un ruolo ausiliario. I fattori veramente indispensabili risiedono altrove e hanno un rapporto al massimo meramente storico con le forme più familiari di avversione tra gruppi. La “possibilità” dell’Olocausto era radicata in alcuni caratteri universali della civiltà moderna; la sua “esecuzione”, d’altro canto, era legata a una specifica, e niente affatto universale, relazione tra lo Stato e la società».
(…)
«Il genocidio moderno è un elemento di ingegneria sociale mirante a realizzare un ordine sociale conforme al progetto della società perfetta. Per gli iniziatori e gli esecutori del genocidio moderno la società è un oggetto di pianificazione e progettazione consapevole. Per essa si può e si deve fare di più che non semplicemente modificare qualcuno dei suoi molti dettagli, migliorare qui e là, curare alcuni dei suoi fastidiosi disturbi».
(…)
«Hans Mommsen, uno dei più illustri storici tedeschi dell’epoca nazista, ha recentemente sintetizzato nel modo seguente il significato storico dell’Olocausto e dei problemi da esso creati alla coscienza della società moderna: “Mentre la civiltà occidentale sviluppava i mezzi per una inimmaginabile distruzione di massa, l’addestramento fornito dalla tecnologia e dalle tecniche di razionalizzazione moderne ha prodotto una mentalità puramente tecnocratica e burocratica, esemplificata dal gruppo degli esecutori dell’Olocausto, sia che essi abbiano commesso l’omicidio in prima persona, sia che abbiano preparato la deportazione e la liquidazione delle vittime seduti a una scrivania dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, nelle stanze del servizio diplomatico o come plenipotenziari del Terzo Reich nei paesi occupati e in quelli satelliti. Da questo punto di vista la storia dell’Olocausto sembra essere il “mene tekel” dello Stato moderno”».
È il Giorno della Memoria. E io non ho nulla da mettermi.
La mia coscienza di insegnante prima e di comunicatore poi rischia il fiato corto sul tema, nonostante le lunghe letture, i viaggi, le testimonianze di Nedo Fiano, di Goty Bauer, di Liliana Segre, il teatro di Jerzy Grotowski praticato nelle baracche di Birkenau sulle note di Saudades di Nana Vasconcelos, le notti a casa di Beppe e Paola, gli spettacoli, Edoardo Geradini, le grullerie in giro per l’Italia con lo scopo di moltiplicare l’attenzione sul tema.
Nonostante la mia formazione filosofica e teologica e il mio impegno, che speravo perdurasse civile.
Ho varcato la soglia di tanti campi di sterminio.
Nelle terre di Germania e di Polonia ho accompagnato centinaia di studenti con l’obiettivo di stanarli, di condividere con loro una sensazione primordiale di inadeguatezza, nonostante la necessità di comprendere le nostre radici, la nostra inettitudine o più semplicemente la prossimità con l’indicibile.
A proposito.
Per nulla indicibile, Auschwitz è assolutamente comprensibile e alla portata di tutti. Non può e non deve dare luogo all’ennesimo esilio del pensiero, alla ragione cosmetica dei buoni sentimenti, all’indignazione.
Quest’ultima, ancella della consolazione che giustifica l’arrendevolezza.
Il rigor mortis dei massacrati è molto simile al nostro funereo lutto delle Giornate, dove il ricordo necessario, istituzionalizzato, prova a suturare, ad arrestare l’emorragia di senso. Prova.
Ma non spiega perché e come «l’Europa (sia) il luogo in cui il giardino di Goethe quasi confina con Buchenwald», come scrive George Steiner in Una certa idea di Europa.
Partiamo dal linguaggio.
Dalle sue categorie, dal lessico che utilizziamo quando raccontiamo storie, dissimuliamo, derubrichiamo, traduciamo. Postveritiamo.
Vedete, il ricordo non è un obiettivo ideologico, culturale, politico, di questo o di quello.
C’è molto di più in ballo, e riuscire nell’impresa di comprendere potrebbe aiutarci a considerare il presente come l’eterno futuro che vorremmo però diverso dal passato.
C’è bisogno di parlarne, di guardarci in faccia.
«O vi si sfaccia la casa.»