UN LABORATORIO DI FUTURO
Ho visto due passioni, due artigiani del buono e del bello, e ne scrivo con piacere.
C’è un potente simbolo della civiltà umana e delle sue trasformazioni sociali e culturali, e non è altro che un grande laboratorio di futuro.
Sotto la crosta dorata della storia si cela un prodotto di mani e sudore della fronte, seme universale, soffio di vento antico, gesto che divide e moltiplica, danza di sapienti dita.
Nel ventre ardente del futuro si forgia un rito antico che si rinnova tra le fiamme di un laboratorio cosmico.L’impasto, ancora vergine, danza nell’attesa: si trasmuta, compiendo il salto evolutivo che solo il fuoco sa guidare.
Nel turbine della Maillard, le molecole si intrecciano come sinfonia di stelle: zuccheri e proteine esasperano la loro danza, generando la crosta che racchiude il segreto dell’alba.
Poi, l’amido che si risveglia come terra assetata, che assorbe l’acqua, che si fa gel, che accoglie il sogno.
E il glutine, pilastro effimero, che si abbandona al calore: si dissolve e si ricompone, solidificando la trama nel mistero della materia.
Tutto vibra nell’abbraccio dell’idratazione: acqua che è respiro, linfa e memoria, plasma vivente che custodisce il futuro.
Così il pane, partorito dal forno, si fa simbolo universale: nutrimento di civiltà che guarda lontano, compagno di viaggi e rivoluzioni, promessa fragrante che attraversa le ere e ci invita a costruire, ogni giorno, il nostro domani.
Non sembra neppure vecchio, anche se alcune macine risalgono a 30.000 anni fa, in Medio Oriente.
Questo laboratorio di infinita croccantezza ci è in dote come espressione linguistica e, dunque, è radicato nell’eloquio, è testimone delle civiltà.
Si dice molto a proposito: “è buono come il pane”; si deve “portare a casa il pane”; bisogna “essere pane e companatico”; “pane al pane, vino al vino”; che “non si vive di solo pane”; che “occorre guadagnarsi il pane quotidiano”; “essere pane per i tuoi denti”; “poter essere il pane di qualcuno”; “essere amici come il pane”; eppoi “dividere il pane”; “non lasciare nemmeno una briciola di pane”; mai “togliere il pane di bocca a qualcuno”.
L’avete mai visto nascere, lievitare?
C’è una poesia di Pablo Neruda, nelle “Odi elementari” del 1954, che lo racconta con colta precisione.
“Ode al pane
Pane,
con farina,
acqua
e fuoco
t’innalzi.
Spesso e lieve,
ripiegato e tondo,
riproduci
il ventre
della madre,
equinoziale
germinazione
terrestre.
Pane,
(…)
cresci, cresci
d’improvviso
come i fianchi, la bocca, i seni,
le colline della terra,
vite,
sale il calore, t’inonda
la pienezza, il vento
della fecondità,
e allora resta fissato l’oro del tuo colore,
(…)
Adesso,
intatto,
sei
azione d’uomo
miracolo reiterato,
volontà della vita.
(…)
lotteremo per te con altri uomini
con tutti gli affamati,
per ogni fiume ed aria
andremo a cercarti,
tutta la terra divideremo
perché tu possa germinare,
e con noi
andrà avanti la terra:
l’acqua, il fuoco, l’uomo
lotteranno con noi”.
Se c’è un nesso etico tra le parole e la vita, lo si deve al pane.
Qualunque sia la superstizione che vi muove, quel prodotto di mani e pietà, di ingegno e organismi unicellulari, è l’unico elemento che ci viene da molto lontano, a garanzia della nostra unicità.
Se c’è un nesso tra il sudore e la vita, lo si deve al fornaio.
Qualunque sia la fola bizzarra o la convulsione morale o la precarietà umana, la memoria sociale lo sa.
(…)
cresci, cresci
d’improvviso
come i fianchi, la bocca, i seni,
le colline della terra,
vite,
sale il calore, t’inonda
la pienezza, il vento
della fecondità,
e allora resta fissato l’oro del tuo colore,
(…)
Adesso,
intatto,
sei
azione d’uomo
miracolo reiterato,
volontà della vita.
(…)
lotteremo per te con altri uomini
con tutti gli affamati,
per ogni fiume ed aria
andremo a cercarti,
tutta la terra divideremo
perché tu possa germinare,
e con noi
andrà avanti la terra:
l’acqua, il fuoco, l’uomo
lotteranno con noi”.
Se c’è un nesso etico tra le parole e la vita, lo si deve al pane.
Qualunque sia la superstizione che vi muove, quel prodotto di mani e pietà, di ingegno e organismi unicellulari, è l’unico elemento che ci viene da molto lontano, a garanzia della nostra unicità.
Se c’è un nesso tra il sudore e la vita, lo si deve al fornaio.
Qualunque sia la fola bizzarra o la convulsione morale o la precarietà umana, la memoria sociale lo sa.
È l’unica attività umana che perdura all'irrequietezza, alla vacuità.
In questo contemporaneo ritmo da perpetua catastrofe, fare il pane è fare il bene, e per sempre.
C’è in Gallarate un luogo dove il pane ha due nomi precisi, come due vocazioni altrettanto precise, da sognatori accaniti, da istintualità indomabili: Daniela e Cosimo.
Rapanà è il loro mondo, che è anche il mio.
In questo contemporaneo ritmo da perpetua catastrofe, fare il pane è fare il bene, e per sempre.
C’è in Gallarate un luogo dove il pane ha due nomi precisi, come due vocazioni altrettanto precise, da sognatori accaniti, da istintualità indomabili: Daniela e Cosimo.
Rapanà è il loro mondo, che è anche il mio.
Grazie per questa vostra eterna fragranza, per questo nostro pane quotidiano.
Per la vostra – nostra – inesauribile dedizione notturna al futuro, al lievito del mondo.

