Una certa idea di Europa
Gironzolare per i caffè di Parigi per riscoprire chi sei.
L’ho riletto al ritorno dall’ennesimo viaggio a Parigi e ho ritrovato tutto ciò che alla prima lettura vi avevo scovato.
Forse con un’amarezza più sottile, accompagnata però da un grande senso di rinnovato orgoglio.
Me ne aveva fatto (insperato) dono un politico italiano, cavallo di razza della prima ora, al termine di un incontro a casa sua. L’incontro verteva sul futuro dell’Europa, non tanto come continente bensì come radice della civiltà occidentale.
A quel tempo, di politici, ne frequentavo tanti, più per lavoro che per altro. Organizzavo campagne elettorali, scrivevo testi programmatici, discorsi, piani organizzativi per le segreterie e persino lettere per qualche loro amico amante.
Li ho frequentati praticamente tutti, ma era un’altra epoca.
Una certa idea di Europa è il titolo di un libercolo prezioso che George Steiner ha voluto regalare a tutti noi nel 2004. È la trascrizione della X Nexus Lecture, tenutasi presso l’Università di Rotterdam nel 2004, che portava come titolo originale The Idea of Europe. E che consiglio vivamente.
L’intellettuale francese scompare nel 2020, a novant’anni, e per fortuna non ha assistito all’odierna querelle sulla cosiddetta sopravvivenza della nostra civiltà.
Nel libro citato, George Steiner riflette con noi, per noi, su alcuni simboli che uniscono gli europei. Tra questi, i Caffè, dove si discute, si trama, si costruiscono ponti e pontieri. «Basta disegnare una mappa dei Caffè, ed ecco gli indicatori essenziali dell’“idea di Europa”», scrive.
E ancora: «luogo degli appuntamenti e delle cospirazioni, del dibattito intellettuale e del pettegolezzo».
Luoghi di memorie e, al tempo stesso, di diversità culturale, di orgoglio e di visione protesa sempre al futuro.
«Un europeo colto si trova intrappolato nella ragnatela di una memoria luminosa e insieme soffocante», probabilmente da riconoscere prima ancora che da rivendicare.
Bisognava frequentare i Caffè per incontrare persone come Fernando Pessoa, Søren Kierkegaard, Sigmund Freud, Karl Kraus, Robert Musil, Rudolf Carnap, Stendhal, Lenin, Jaurès, Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Albert Camus, Boris Vian, Guillaume Apollinaire, Pablo Picasso, Jacques Prévert, Voltaire, Rousseau, Diderot, Danton, Marat, Robespierre, Balzac, Victor Hugo, Stefan Zweig, Lev Trotskii, Marinetti, Boccioni, Italo Svevo, James Joyce, Goethe, Wagner, Leopardi e D’Annunzio, Elsa Triolet, André Gide, Jean Giraudoux, Wilfredo Lam, Fernand Léger, Ernest Hemingway, Milena Milani, Man Ray, Raymond Queneau, Umberto Eco, Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Aldo Palazzeschi, Dino Campana, Elio Vittorini, Tommaso Landolfi, Antonio Bueno, Silvio Loffredo, e chissà quanti altri.
Fermo posta, luogo di lavoro, spazio di scrittura e di libertà, questi locali disseminati in tutta Europa erano arene del dibattito e dell’eloquenza.
«L’ultimo incontro tra Danton e Robespierre ha avuto luogo al Café Procope di Parigi», ci ricorda Steiner.
Ne conoscete? Avete visitato qualche Café sopravvissuto?
A Parigi, Le Procope, il De Flore o Les Deux Magots. A Vienna, il Café Central. A Lisbona, A Brasileira. A Firenze, il Giubbe Rosse. A Trieste, il Caffè Pirona. A Roma, l’Antico Caffè Greco. A Edimburgo, l’Elephant House, solo per citarne alcuni.
Nel prezioso volumetto, il nostro ricorda un passaggio di Edmund Husserl in Crisi e rinascita della cultura europea: «Il termine Europa allude evidentemente all’unità di una vita, di un’azione, di un lavoro spirituale. […] L’Europa dimentica sé stessa quando dimentica di essere nata dall’idea di ragione e dallo spirito della filosofia; il suo maggior pericolo – conclude Husserl – è la stanchezza».
Steiner insegnò in lungo e in largo: Princeton, Stanford, Oxford, Ginevra.
Il suo maestro di mistica ebraica, Gershom Scholem, probabilmente influì sul concetto di storia, così come lo aiutò a definire la “potenza negativa del linguaggio”, quando accostò Hitler alla figura del falso messia Sabbatai Zevi.
Ci ragiono. Ci ho ragionato tanto.
Nessuna museificazione, nessun tic retorico, nessuna nostalgia, nessun sentimento da inner exiles, come nessuna aporetica del linguaggio.
Soltanto la cruda certezza di far parte di una consonanza, di un mosaico linguistico e culturale imponente, di un crocevia di aspirazioni scientifiche e culturali, di fedi millenarie; di essere nati a Gerusalemme e ad Atene.
E per questo – solo per questo – essere consapevoli di far parte di una civiltà traducibile, memorabile, transdisciplinare, capace (nonostante tutto, nonostante le confuse cancellerie, le macellerie etniche e i mercati dopati) di far resuscitare i morti.
C’è una frase di George Steiner che amo e che rilancio: «Invitare gli altri al significato», e per un comunicatore è un tragico impegno senza fine.
Si tratta di un invito destinato a cadere nel vuoto per coloro che scommettono in borsa sulla «reale prospettiva di cancellazione della civiltà» europea.
Che esuberanza. Che oltranza. Che intemperanza. Che speranza. Che temperanza. Che alleanza. Che baldanza. Che cittadinanza. Che comunanza. Che costanza. Che distanza. Che eleganza. Che fratellanza. Che istanza. Che luminanza. Che militanza. Che padronanza. Che prestanza. Che rimescolanza. Che sorellanza. Che testimonianza. Che uguaglianza.
Basta lagnanza.
(Il discorso prosegue perché è molto più complesso.)