"Dica Trentatré"
René Laennec nel 1816 inventò lo stetoscopio.
Quel giorno venne introdotta quella che in gergo si definisce auscultazione mediata, destinata a permettere al medico di ascoltare in modo sistematico i suoni prodotti da cuore e polmoni, inaugurando una nuova fase della diagnostica toracica.Bravo Laennec.
Ascoltare, interpretare, decodificare persino il suono scaturito dal cuore è sempre stata una sfida per poeti.
Quello normale è definito dai medici murmure vescicolare ed è dovuto alla formazione di vortici aerei all’interno degli alveoli.
Poi, certo, ci sono anche quelli bronchiali o polmonari, che possono essere secchi (ronchi) e umidi (crepitii e rantoli). I rumori di origine pleurica sono detti sfregamenti. È un concerto di battiti in quattro toni, detti 1°, 2°, 3° e 4° tono, separati da pause.
Coglierne l’intensità, il timbro e il ritmo è un’attività che, nella storia della medicina, ha marcato la differenza tra la vita e la morte.
L’esame obiettivo del torace prevede un’altra valutazione, quella del fremito vocale tattile. Il Laennec di oggi appoggia la mano sul torace del paziente mentre quest’ultimo parla, per percepire le vibrazioni sonore trasmesse attraverso i bronchi. La qualità e l’intensità di tali vibrazioni variano in presenza di alcune patologie polmonari, rendendo la manovra clinicamente utile.
«Dica trentatré»
Chi non la ricorda, l’espressione del gergo medico diventata, nel tempo, una formula di cultura popolare italiana? Oggi è spesso usata in senso figurato, come sinonimo di visita medica o di controllo, ma nasce da una pratica clinica ben definita e storicamente databile.
Coglierne l’intensità, il timbro e il ritmo è un’attività che, nella storia della medicina, ha marcato la differenza tra la vita e la morte.
L’esame obiettivo del torace prevede un’altra valutazione, quella del fremito vocale tattile. Il Laennec di oggi appoggia la mano sul torace del paziente mentre quest’ultimo parla, per percepire le vibrazioni sonore trasmesse attraverso i bronchi. La qualità e l’intensità di tali vibrazioni variano in presenza di alcune patologie polmonari, rendendo la manovra clinicamente utile.
«Dica trentatré»
Chi non la ricorda, l’espressione del gergo medico diventata, nel tempo, una formula di cultura popolare italiana? Oggi è spesso usata in senso figurato, come sinonimo di visita medica o di controllo, ma nasce da una pratica clinica ben definita e storicamente databile.
Mi sono sempre chiesto perché si facesse pronunciare al paziente una parola o un numero.
Il mio medico mi ha fatto riflettere.
«Montani, ma perché non pensa ai trigliceridi?»
«Mangerò meglio e tornerò in piscina e a Savate. Ora mi dica, però.»
«Se insiste, le dirò che con l’ascolto noi abbiamo bisogno di percepire il fremito vocale in modo marcato. È per questo che il paziente viene invitato a pronunciare parole con consonanti forti e vibranti, che producono onde sonore ben trasmissibili. Non è dunque il significato della parola a essere rilevante, ma la sua struttura fonetica.»
«Mi è chiaro. Non vi importano i significati, ma la struttura.»
«Ma sa che lei è proprio incorreggibile?»
«Sì, lo so. Mi occupo di comunicazione! Ascolto, non ausculto.»
«Ora se ne vada. Prenda la ricetta e ricordi gli esercizi.»
Il tema lezioso ha una certa componente simbolica intrigante e, poiché sono importuno, invadente, insistente, molesto, seccante, indiscreto, impertinente, uggioso, sfacciato, garrulo, procace, protervo, ossessionante, tormentoso, asfissiante, fastidioso, soffocante, martellante, opprimente, incessante, ho approfondito.
In italiano, il numero trentatré contiene consonanti dentali (t), una consonante vibrante (r), una struttura sillabica che favorisce una vibrazione sonora netta.
Nell’area tedesca, il paziente pronuncia «neunundneunzig» (novantanove).
Nei paesi anglofoni vengono spesso suggerite alternative come «blue balloons», «toy boat» o espressioni simili, più ricche di suoni vibranti.
È diventata, con il passare del tempo, una metafora di controllo e di verifica, anche se la pratica clinica moderna non la utilizza più sistematicamente.
Ma nella sanità come si comunica veramente?
C’è una netta propensione a scrivere per farsi capire, con un certo lessico plain per il cosiddetto consenso, con gli estenuanti fogli informativi, le Carte dei servizi.
Poi c’è frenesia nel documentare il processo per tracciare chi informa, cosa e quando, e come viene acquisito il consenso.
Si comunica come équipe, presentando e illustrando i ruoli, i passaggi del percorso, evitando contraddizioni fra professionisti.
Una certa privacy by design per informative specifiche (finalità, basi giuridiche, diritti). Devo ammettere, con una gestione sicura dei canali, evitando piattaforme consumer per i dati sanitari.
C’è di più: persino una trasparenza proattiva nel pubblicare standard, esiti e tempi d’attesa in modo facile da trovare e leggere.
Bello, no?
Poi c’è il mio medico: «Lasci perdere, non se ne occupi. Ci sono io per capire. Non è necessario che lo faccia lei».
C’è un mondo di carte, di leggi, di nuove procedure che confermano la traiettoria intrapresa, dimentico di un passato remoto paternalistico, dove la comunicazione medico-paziente si svolgeva prevalentemente dentro il sistema mutualistico – se ricordi l’INAM, hai la mia età – accanto alla figura del medico condotto.
Il medico decideva e il paziente aderiva, con scarsa negoziazione esplicita di alternative o preferenze. Ricordo registri linguistici con allocuzioni e distanza sociale: il “lei” deferente, la titolatura e talvolta persino le onorificenze: «professore», «Cavaliere dell’Ordine al Merito».
E poi il lessico e la semantica della diagnosi e della prognosi, con un mare di eufemismi, tanta reticenza, molta verità graduata.
E le ricette? Le ricette, le ricordate? La scrittura clinica fungeva da atto illocutorio performativo: non solo informava, ma abilitava l’accesso alla prestazione.
Si comunica come équipe, presentando e illustrando i ruoli, i passaggi del percorso, evitando contraddizioni fra professionisti.
Una certa privacy by design per informative specifiche (finalità, basi giuridiche, diritti). Devo ammettere, con una gestione sicura dei canali, evitando piattaforme consumer per i dati sanitari.
C’è di più: persino una trasparenza proattiva nel pubblicare standard, esiti e tempi d’attesa in modo facile da trovare e leggere.
Bello, no?
Poi c’è il mio medico: «Lasci perdere, non se ne occupi. Ci sono io per capire. Non è necessario che lo faccia lei».
C’è un mondo di carte, di leggi, di nuove procedure che confermano la traiettoria intrapresa, dimentico di un passato remoto paternalistico, dove la comunicazione medico-paziente si svolgeva prevalentemente dentro il sistema mutualistico – se ricordi l’INAM, hai la mia età – accanto alla figura del medico condotto.
Il medico decideva e il paziente aderiva, con scarsa negoziazione esplicita di alternative o preferenze. Ricordo registri linguistici con allocuzioni e distanza sociale: il “lei” deferente, la titolatura e talvolta persino le onorificenze: «professore», «Cavaliere dell’Ordine al Merito».
E poi il lessico e la semantica della diagnosi e della prognosi, con un mare di eufemismi, tanta reticenza, molta verità graduata.
E le ricette? Le ricette, le ricordate? La scrittura clinica fungeva da atto illocutorio performativo: non solo informava, ma abilitava l’accesso alla prestazione.
Il paziente vi riconosceva la “cura” più nella prescrizione tangibile che nel dialogo esplicativo, che rafforzava l’aspettativa di “uscire con la terapia”.
La relazione di cura oggi si fonda su informazione, comprensione e dialogo, perché «il tempo della comunicazione è un tempo di cura».
La relazione di cura oggi si fonda su informazione, comprensione e dialogo, perché «il tempo della comunicazione è un tempo di cura».
Persino il consenso informato non è un modulo, ma un processo comunicativo.
Sul piano linguistico, il modello contemporaneo prevalente privilegia verbi modali e cooperativi («valutiamo», «possiamo considerare», «le opzioni sono…») e vengono esplicitate le alternative terapeutiche, con il conseguente riconoscimento dei valori e delle preferenze del paziente.
Alcuni la chiamano «medicina narrativa», dove c’è spazio per l’ascolto della storia della malattia, la valorizzazione del racconto del paziente come dato clinico.
Sul piano linguistico, il modello contemporaneo prevalente privilegia verbi modali e cooperativi («valutiamo», «possiamo considerare», «le opzioni sono…») e vengono esplicitate le alternative terapeutiche, con il conseguente riconoscimento dei valori e delle preferenze del paziente.
Alcuni la chiamano «medicina narrativa», dove c’è spazio per l’ascolto della storia della malattia, la valorizzazione del racconto del paziente come dato clinico.
C’è anche integrazione tra le evidenze scientifiche e l’esperienza vissuta.
Già mi sento meglio. E voi?
Da René Laennec a oggi vi è stato più di un passaggio epistemologico, e non solo linguistico. Ci siamo scoperti tutti un po’ impazienti di scovare una consapevolezza biologale nuova, dove il nostro corpo non si trova davanti allo specchio da dentro uno schermo o – peggio – all’interno di una piazza digitale.
Necessitiamo di interpretazioni ulteriori e non più di sole diagnosi.
Di immagini archetipiche, come quella del medico alle prese con l’interpretazione dei sintomi e delle morfo-logie.
Forse la vera malattia sta nel non conoscere perché si sia detto per tanto tempo: «Dica trentatré».
Chiedete pure.
Già mi sento meglio. E voi?
Da René Laennec a oggi vi è stato più di un passaggio epistemologico, e non solo linguistico. Ci siamo scoperti tutti un po’ impazienti di scovare una consapevolezza biologale nuova, dove il nostro corpo non si trova davanti allo specchio da dentro uno schermo o – peggio – all’interno di una piazza digitale.
Necessitiamo di interpretazioni ulteriori e non più di sole diagnosi.
Di immagini archetipiche, come quella del medico alle prese con l’interpretazione dei sintomi e delle morfo-logie.
Forse la vera malattia sta nel non conoscere perché si sia detto per tanto tempo: «Dica trentatré».
Chiedete pure.