Gnanca na busia

Il racconto in prima persona è la vera testimonianza che oggi manca.

A Palazzo Pretorio, in piazza Plinio Pellegrini, a Pieve Santo Stefano, c’è una biografia che è, al tempo stesso, un vademecum della vita contadina e un notes che ha reso universale, ai miei occhi, la parola «amore».

Confinata tra Umbria, Toscana e Romagna, Pieve Santo Stefano è da tempo la “Città del diario”, dove l’associazione “Archivio Diaristico Nazionale” ha realizzato un museo molto particolare.

Qui c’è un sudario di donna e di mille amori che vale la pena di vedere.

Si tratta della lunga biografia di una contadina dalla sintassi sghemba che, alla morte del marito, decide di segnare (e ricamare) su un prezioso lenzuolo del suo corredo il diario di una vita.
Di coppia, di campagna, di lavori da spaccar mani e fegato.

Dovreste leggerlo, il sudario di Clelia Marchi, di cui è stato realizzato un libro, "Gnanca na busia", edito dalla Fondazione Mondadori e da Il Saggiatore.

Il lenzuolo-diario rappresenta il dialogo di una vita con Anteo – «Le lenzuola non le posso più consumare col marito e allora ho pensato di adoperarle per scrivere» – e diventa il simbolo dell’Archivio dei diari.

Di getto, incomincia a scrivere la storia della sua esistenza da L’albero degli zoccoli, con riferimenti a una vita molto agra «e a prepararsi alla guerra, con lo straniero in casa, le tessere al mercato, i muri crivellati, la paura delle bombe e del padrone. Ad alleviare la fatica, l’amore per i figli, quelli allevati e quelli persi».

Un raro esempio di quella provincia italiana in rapida trasformazione, con le persone che contano di più piantate nel cuore come nel pugno, pietre e vanghe.

L’arazzo autobiografico ha trovato dignità presso l’istituzione museale perché i fatti sono diventati testimonianza corale, congettura motivata, una sorta di polifonia con scala, ritmo ed etica della rappresentazione.

Lì c’è un mondo raccontato con lucida e incauta franchezza (che oggi non ritroviamo facilmente), inciso a biro sul talamo coniugale che fu.

«Care persone, fatene tesoro di questo lenzuolo, ché c’è un po’ della vita mia; è mio marito. Clelia Marchi, (72 anni), ha scritto la storia della gente della sua terra, riempendo un lenzuolo di scritte».

Il narratore eterodiegetico alterna racconto e commento, lascia il posto alla sola intertestualità documentale cui poteva attingere – i suoi ricordi, le sue fatiche, le sue conquiste – e la biografia mappa il campo sociale per spiegare traiettorie e opportunità.

Nessun verbo di riporto, nessun marcatore di distanza, pochi verbi di atteggiamento proposizionale (credere, volere, temere), nessun marker di incertezza e nessuna cautela.

L’“adesso” del biografo (il tempo della scrittura) e l’“adesso” del soggetto (il tempo dell’evento) coincidono con il ritmo sinusale di un cuore esausto ma fiero.
Quello che impasta terra e sangue senza pena e contorsione.

Ne ho lette di biografie, tante.

Plutarco, Vite parallele; Svetonio, Vite dei Cesari; Tommaso da Celano, Vita di Francesco; Benvenuto Cellini, Vita; James Boswell, Life of Samuel Johnson; Goethe, Poesia e verità; Casanova, Storia della mia vita; Lytton Strachey, Eminent Victorians; Virginia Woolf, Orlando; A. J. A. Symons, The Quest for Corvo; Stefan Zweig, Maria Stuarda.

Mi piace il genere letterario – lo ammetto – perché presenta un patto referenziale esplicito: il testo si impegna a riferire i fatti della realtà, non finzioni.
Ciò di cui ammetterne oggi il bisogno, la mancanza. O no?

Che si tratti di libro di memorie o libro dei ricordi o memoriale o resoconto quotidiano o cronaca personale o taccuino o zibaldone o ephemerides o diario cronachistico o vademecum o codicillo, varrebbe proprio la pena tornare al racconto in prima persona.

La biografia, per sua natura, seleziona e gerarchizza: costruisce una trama di senso, concede spazio al conflitto interpretativo, favorisce molteplicità ma senza caos; non è scrittura sorvegliata, ornamentale.

La biografia è una teleologia retrospettiva perché consente di leggere il passato alla luce dell’esito finale. Non possiede effetti alone che possano contaminare il giudizio globale e la selezione delle fonti.

Contiene, sì, lacune, alternative interpretative, qualche incertezza, ma tutto ciò è tipico della vita quando non intende smettere di essere vissuta.

Concediamoci alla biografia.

Organizziamo il caos del vissuto, selezioniamo ciò che conta, mettiamo in relazione passato, presente, possibilità future.
La biografia è un dispositivo culturale, è una negoziazione sociale.
La biografia è resistenza alla semplice esistenza.

coesistenza
desistenza
assistenza
consistenza
insistenza
persistenza
sussistenza
accoglienza
accondiscendenza
acquiescenza
adempienza
aderenza
adiacenza
adolescenza
ambivalenza
antecedenza
antiveggenza
apparenza
appariscenza
appartenenza
ascendenza
assorbenza
astringenza
attinenza
autocoscienza
autosufficienza
avvenenza
benevolenza
capienza
chiaroveggenza
clemenza
compiacenza
concrescenza
conoscenza
contingenza
controtendenza
convalescenza
convenienza
convergenza
corpulenza
corrispondenza
coscienza
decenza
nonviolenza
onniscienza
onniveggenza
pazienza
pertinenza
plusvalenza
precedenza
preminenza
premorienza
prescienza
prevalenza
preveggenza
previdenza
provvidenza
prudenza
quiescenza
reminiscenza
residenza
resilienza
riconoscenza
rispondenza
sapienza
transigenza
trascendenza
trasparenza
urgenza
valenza

Che insofferenza, Clelia.

Grazie.
Faremo tesoro di questo lenzuolo.
Su questo suolo.