Leggeri. Come la musica

Sta per riaprire i battenti il più grande laboratorio italiano di linguaggi. Sanremo, prega per noi.


C’è modo e modo di dire musica.
L’insieme dei generi di facile ascolto e di larga diffusione commerciale (dalla canzone melodica al pop‑rock), che si sono consolidati con l’industria discografica e i media di massa, dal secondo dopoguerra in poi, è illustrato ogni anno nella kermesse sanremese, con il consueto e fisiologico codazzo di critiche. Spesso a vanvera.

Un manesco, quanto calcareo, processo alle intenzioni che dall’Ariston giunge a casa nostra per stranirci, smaliziarci, farci discutere, ridere, piangere.
Tutto a discreta portata di mano per predatori del buon gusto inclini a un buon pasto totemico nazionalpopolare.
E sia. Confermo la presenza, grazie.

Il Festival di Sanremo (dal 1951) è insieme vetrina industriale e rito nazionale, capace di riflettere mode, tensioni sociali e innovazioni del costume, dal boom economico al presente.

Come manabile della storia sociale d’Italia non c’è male. Emblematiche la vittoria di Modugno (1958) e il “caso Tenco” (1967), perché segnano uno spartiacque nella percezione della canzone e della sua qualità autoriale.

Che storia, la musica: dal belcanto moderno al cantautorato; la canzone politica, il rock progressivo; il pop elettronico e lo spettacolo; la world music e le prime culture urbane; il digitale, le piattaforme e la rinascita dell’indipendente; l’It pop, il rap/trap e la nuova egemonia urbana; i social media, l’intermedialità, l’export e i ritorni collettivi.

Il Festival è un invito a ingurgitare a sbafo le pietanze nuove o riscaldate della cultura italica che ogni anno, di direzione artistica in direzione artistica, mutano considerevolmente di sapidità.

L’esperienza ammaestra, non c’è dubbio.
E qui l’esperienza ha forgiato, migliorandone le performance, donne e uomini alle prese con uno spettacolo enorme, dall’indubbio successo.

Dal prodotto‑padre, poi, figli, nipoti, pronipoti: Sanremo Giovani, DopoFestival, PrimaFestival, DietroFestival, Sanremo Top, La Tombola di Sanremo, Arriva il Festival, Sanremo Estate, Sanremo si nasce, Il caso Sanremo, Sanremo contro Sanremo, Sanremo dalla A alla Z, Sanremo Young, FuoriFestival, Viva Rai2!... Viva Sanremo!

A proposito di linguaggi e di comunicazione (perdonate il mio autismo culturale), il Festival ha introdotto autobiografia, critica sociale, microstorie urbane, dialetti, slogan e iconografie social, l’edonismo, le aspirazioni di riscatto, la musica nei movimenti studenteschi e operai.
C’è di tutto e di pronto accatto. E non mi pare poco.

Il Festival ha creato canoni condivisi, un vocabolario comune tra le generazioni, continuamente riattualizzato; nuovi ponti culturali con l’ingresso di rap/trap e It pop tra Gen X, Millennials e Gen Z, rinegoziando norme espressive e temi.

Oddio, che fatica, solo al pensiero.
Di più e tanto altro ancora.

Convivono la grande orchestra e i synth, fino alle DAW domestiche e all’estetica Auto‑Tune della trap. Coesistono forme ibride e contaminazioni dalla world mediterranea in un continuo meticciato stilistico.
E ancora, e in apnea: ibridazione morfologica, lessicalizzazione rapida in un linguaggio comune con metafore quotidiane.

Non c’è funzione identitaria che faccia discutere più di questa.
Non c’è località più famosa e teatro più versatile in scenotecnica e illuminotecnica.
Non c’è coprifuoco che tenga.
Non c’è shaming popolare più efficace.

I fatti alternativi qui non entrano, restano fuori. Ad entrare è il Paese reale, con le sue ansie, con le sue aspettative. E con la sua musica, ovviamente.

L’euforia della canzone qui, per un pugno di giorni, ridona speranza alla cittadinanza strofica. Paiono capitoli di un grande manuale di comunicazione, con titoli che incarnano noi, le tribù, il Belpaese che si è rialzato, ha stentato, tramortito si è trasformato.

Leggetene qui la colonna sonora: “Nel blu dipinto di blu”, “Non ho l’età”, “Ciao amore, ciao”, “Canzone per te”, “Piazza Grande”, “Un’emozione da poco”, “Maledetta primavera”, “Vacanze romane”, “Vita spericolata”, “Almeno tu nell’universo”, “Come saprei”, “La terra dei cachi”, “Oggi sono io”, “Tutto quello che un uomo”, “Ti regalerò una rosa”, “L’essenziale”, “Grande amore”, “Ringo Starr”, “Fai rumore”, “Zitti e buoni”, “Musica leggerissima”, “Brividi”, “Splash”, “Pazza”, “Volevo essere un duro”.

Sono stato ospite un paio di volte e devo confessare di essermi emozionato non poco per la complessità della macchina operativa, l’accuratezza del palinsesto, la professionalità, la scenografia, la bravura dell’orchestra, la frenesia cittadina, con i suoi locali invasi dagli artisti.

Mi fermo, finalmente.
Ascolto, guardo, leggo, godo di sana musica leggera per un tempo palindromo non più tanto leggero.
Sanremo, prega per noi.