L’intervista imprevista

Che idiozia scriversi un’intervista. Un’autointervista, intendo.


In realtà l’ho visto fare diverse volte, perché nella mia professione non è inusuale, anche se mi infastidisce il fatto che a rischiarne sia il senso complessivo del mio lavoro, di un esercizio di stile, di un corollario di contenuto.
«Insomma, si è tenuto fin qui. Non sbrachi ora, dai».
Appunto.
Ed eccomi qui, al quarantesimo post del mio blog, nel tentativo di ricostruire una storia sensata da riproporre a tutti.
«Tutti, chi?»
Tutti coloro che vogliano riflettere senza premure, accordi o pregiudizi di sorta sull’importanza delle parole, delle regole della comunicazione tra persone perbene. Potenzialmente tutti, verosimilmente pochi.
«Non importa, non sottilizziamo. Andiamo avanti».

Da qui – pensate – potrebbe pure nascere un genere letterario nuovo e prorompente: l’«intervista autodafé». Quanti ne nutrono l’insano desiderio?

Si tratterebbe di uno “specchiologo”, un dialogo apocrifo in cui l’autore si traveste da altro per farsi dire la verità da sé. Un’intervista clandestina tra l’io che parla e l’io che sa. Un gioco di ruolo serio in cui l’autore si interroga fingendo di non essere coinvolto. Una conversazione con un sé apocrifo che fa domande indiscrete. 
Un’intervista in maschera per smascherarsi meglio.

Lo psichiatra di Kesswil sorriderebbe all’idea, lui interessato alle sincronicità, alle correlazioni di causa-effetto, alle misteriose connessioni, alla teoria del multiverso. 
I carteggi tra Jung, Schrödinger e Pauli sull’argomento sono di ispirazione.

Non tergiverso. Imperverso con il mio universo. Ecco l’intervista.

Luca Montani, il di lui ispiratore.
Nel suo blog lei scrive, con apparente leggerezza e una certa precisione: «Mi occupo di comunicazione. Ascolto, non ausculto.» È una frase che colpisce. Da dove nasce questa distinzione?

Luca Montani, l’altro.
Nasce da una metafora clinica molto concreta. Nell’auscultazione medica non interessa il significato delle parole del paziente, ma la vibrazione, il suono, la struttura. Nel mio post «Dica trentatré» scrivo provocatoriamente che oggi «non è dunque il significato della parola a essere rilevante, ma la sua struttura fonetica». La comunicazione non può fermarsi lì. Se resta solo auscultazione, diventa tecnica. L’ascolto, invece, implica interpretazione, relazione, responsabilità. È un passaggio epistemologico, non solo linguistico.

Luca Montani, il di lui ispiratore.
In quello stesso testo lei afferma che «il tempo della comunicazione è un tempo di cura». È una posizione forte, soprattutto oggi.

Luca Montani, l’altro. 
È una posizione necessaria. L’ho maturata osservando la mia professione, ma vale ovunque e per chiunque. Oggi comunichiamo in fretta, per tracciabilità, per adempimento, per posizionamento. Ma la relazione di cura — e direi la relazione umana in generale — non funziona così.
Questo vale anche per le organizzazioni, per le istituzioni, per la politica. Se togliamo il tempo alla comunicazione, togliamo la possibilità di comprensione. Rimane solo il gesto formale.

Luca Montani, il di lui ispiratore. 
Uno dei tratti più riconoscibili del suo blog è l’uso di esempi “ordinari”: il cibo, la musica, il pane, Sanremo. Perché questa insistenza sul quotidiano?

Luca Montani, l’altro. 
Perché il linguaggio vive lì. Non nei modelli astratti.
Nel post «La cucina d’autore non esiste. È la nostra» scrivo: «La cucina non è mangiare o nutrirsi». È un modo per dire che il cibo è cultura, linguaggio, memoria.
Lo stesso vale per Sanremo. Nel testo «Sta per riaprire i battenti il più grande laboratorio italiano di linguaggi» definisco il Festival «una vetrina industriale e un rito nazionale». Non è una provocazione: è un fatto culturale. Lì si negoziano linguaggi, identità, generazioni. Ignorarlo significa rinunciare a capire come funziona l’immaginario collettivo.

Luca Montani, il di lui ispiratore. 
In più punti lei parla di “cattiva comunicazione”, ma in modo molto diverso dal senso comune.

Luca Montani, l’altro. 
Sì, perché non mi interessa la lamentela.
In «Pessima comunicazione per una buona lezione» scrivo che «la cattiva comunicazione non riguarda soltanto la qualità dei messaggi, ma i processi, gli attori e le infrastrutture».
Oggi la cattiva comunicazione non è un errore: è strutturale. È una «dieta informativa che sazia di numeri ma affama di senso». Questo è il punto epistemologico. Non è solo rumore: è una crisi del pensiero, una guerra cognitiva, come la chiamo esplicitamente.

Luca Montani, il di lui ispiratore. 
Lei insiste molto anche sul tema della narrazione, ma prende le distanze dallo storytelling.

Luca Montani, l’altro. Assolutamente.
La narrazione non è una tecnica di persuasione. È un dispositivo antropologico.
Il racconto in prima persona è la vera testimonianza che oggi manca. La biografia è un dispositivo culturale, una negoziazione sociale. Aggiungo: la biografia è resistenza alla semplice esistenza.
Lo storytelling, così come viene usato oggi, spesso anestetizza. La testimonianza, invece, espone. Chiede responsabilità. È molto più scomoda.

Luca Montani, il di lui ispiratore. 
Un altro tema centrale è il silenzio. Lei scrive: «Il silenzio è un forte atto linguistico». Non è un’affermazione controcorrente?

Luca Montani, l’altro. 
Lo è solo in apparenza.
Io dico chiaramente che il silenzio è sempre situato. Non è mai neutro. Può essere relazione, ma anche omissione, acquiescenza, pavidità.
Richiamo Wittgenstein — «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere» — non per invocare il mutismo, ma per ricordare il limite. Oggi parliamo troppo, e spesso a sproposito. Il silenzio, quando è scelto, diventa una forma alta di responsabilità linguistica.

Luca Montani, il di lui ispiratore. 
C’è un passaggio che colpisce molto: quando lei scrive che «a mancare non è una buona narrazione, ma una capacità di lettura».

Luca Montani, l’altro. 
Si dice spesso che i giovani non si raccontano più. Io scrivo il contrario: i giovani scrivono tanto. Il dramma è che non li leggiamo.
La crisi non è produttiva, è interpretativa. Abbiamo smesso di leggere davvero: testi, contesti, persone. Senza lettura non c’è comprensione, senza comprensione non c’è comunicazione.

Luca Montani, il di lui ispiratore. 
Se dovesse sintetizzare la sua riflessione in una sfida principale, quale indicherebbe?

Luca Montani, l’altro. 
Restituire peso alle parole. La selezione delle parole è il punto di partenza. Non la grafica, non il format, non la velocità.
La comunicazione oggi soffre di deflazione del senso. Le parole circolano troppo e valgono poco. La sfida è tornare a considerarle per ciò che sono: atti che costruiscono realtà, relazioni, possibilità. O le usiamo con cura, o ci useranno loro.

Luca Montani, il di lui ispiratore. 
In fondo, il suo blog sembra chiedere più responsabilità che soluzioni.

Luca Montani, l’altro. 
Esatto.
Non credo alle ricette. Credo alle posture.
La comunicazione non è un mestiere neutro: è una pratica umana radicale. E come tutte le pratiche radicali, implica scelte, limiti, assunzione di conseguenze. Questo, oggi, è già molto.

Luca Montani, il di lui ispiratore. 
Consiglia la lettura del suo blog?

Luca Montani, l’altro. 
Meglio starne alla larga. Qualcuno azzarda la tesi che la comunicazione sia un tema subalterno all’esercizio del potere. Se così fosse, non vi sarebbe una magnitudo costante e sottotraccia, una sorta di tremore fastidioso ogni volta che non si recita più a soggetto o si incrina il rapporto fiduciario — di compromesso, di franchezza o di desistenza — con la committenza.
Chi scrive oggi — non importa dove, se per una testata giornalistica, un blog, un libro, un brano musicale, all’interno di un’organizzazione pubblica o privata — può rischiare del suo solo attraverso l’esercizio delle parole.
Abilitarsi a questo rischio significa esporsi. 
Situarsi nel bel mezzo del conflitto e prendervi parte. E coglierne finalmente il senso.
Perché, a ben frugare tra rovine e scarti, c’è eccome.