Saremo Sanremo?
Questo diapason civile coglie tante frequenze.
Eloquenze, magniloquenze, affluenze, conseguenze, incongruenze, influenze, accondiscendenze, aderenze, ambivalenze.Dai, che l’avete vista almeno una puntata!
Non è (solo) televisione: è una soglia.
In questi giorni l’Italia rallenta, si mette in ascolto, si sente addosso un lessico comune.
Le canzoni si susseguono come capitoli di un romanzo corale: si chiamano, si contraddicono, si completano.
Le canzoni si susseguono come capitoli di un romanzo corale: si chiamano, si contraddicono, si completano.
È l’esperimento — riuscito — di un Paese che tenta di spiegarsi con parole cantabili, accessibili, condivise. Più che uno specchio, un accordatore: misura le dissonanze e le porta a un’intonazione provvisoria.
Che piaccia o meno. La musica, intendo!
Si tratta di un sismografo dell’immaginario.
L’edizione 2026 registra con nitidezza l’Italia dell’“età selvaggia”, con desideri rimodulati, bassa tolleranza per le mediazioni, energia di sopravvivenza che inventa microbenesseri quotidiani.
Sullo sfondo, il libro nero delle fatiche (debito alto, ceto medio febbrile, rappresentanza in crisi) che le canzoni trasformano in riti vocali: ironici quando serve, affettuosi quando basta. Q.B.
Il realismo resta duro, ma contaminato da un’edonistica volontà di stare al mondo, almeno per la durata di un ritornello.
Per il suffragio di massa, il ritornello è il nucleo emotivo e concettuale di una canzone.
Il realismo resta duro, ma contaminato da un’edonistica volontà di stare al mondo, almeno per la durata di un ritornello.
Per il suffragio di massa, il ritornello è il nucleo emotivo e concettuale di una canzone.
A proposito di suffragio, ma non è questo il momento della fiducia bassa e dei cori alti?
La mappa della fiducia è inclinata, vero. Censis & Istat ribadiscono le flessioni generalizzate verso le istituzioni (partiti in coda), mentre l’UE attrae un residuo di affidamento maggiore del governo nazionale.
La mappa della fiducia è inclinata, vero. Censis & Istat ribadiscono le flessioni generalizzate verso le istituzioni (partiti in coda), mentre l’UE attrae un residuo di affidamento maggiore del governo nazionale.
In questo vuoto verticale proliferano ritualità orizzontali: il coro di Sanremo, la citazione pop, la battuta che attraversa salotti e bar.
È una socialità a bassa soglia che non pretende appartenenza, ma consente riconoscimento. Un minimo, flebile, riconoscimento.
Mediaoralità, prima di tutto: frasi brevi, paratassi elastica, anafore magnetiche (“resta”, “ancora”, “ai ai…”), inventario domestico che avvicina la retorica alla prossimità (che poi è l’unica distanza accettabile): piatti, cane, citofono.
Mediaoralità, prima di tutto: frasi brevi, paratassi elastica, anafore magnetiche (“resta”, “ancora”, “ai ai…”), inventario domestico che avvicina la retorica alla prossimità (che poi è l’unica distanza accettabile): piatti, cane, citofono.
La metrica mescola rime molli e libertà ritmica; il translinguismo intercetta il tempo reale con anglicismi, francesismi, spagnolismi, perfino lessico AI; come se la canzone fosse un elemento dell’ecosistema digitale.
C’è poi una temporalità tutta autobiografica.
Le trame sono cronologie dell’io: l’infanzia che chiama l’adolescenza, l’adulto che conteggia i ritorni. Arisa scandisce le fasi; Nigiotti narra l’apprendistato emotivo; Paradiso convoca i classici della nostalgia — film, pianoforte, treni.
Il tempo ha la forma del ritorno: darsi un filo continuo in un presente prudente, da manutenere più che da progettare.
È la controfigura musicale di un benessere soggettivo cauto.
E i corpi? La corporeità qui è minima e in cura.
L’invenzione realista passa per lacrime, eyeliner, insonnie, letti disfatti.
E i corpi? La corporeità qui è minima e in cura.
L’invenzione realista passa per lacrime, eyeliner, insonnie, letti disfatti.
Microgesti di cura che funzionano come compressa simbolica contro un malessere psicologico più visibile tra giovani e donne. La canzone diventa soccorso e piccola pedagogia emotiva: non spiega, accompagna.
Ma poi c’è l’amore.
“Resta” contro “disinnamorarsi”: l’amore è un pendolo ambivalente.
Ma poi c’è l’amore.
“Resta” contro “disinnamorarsi”: l’amore è un pendolo ambivalente.
Le storie girano in cerchio (conflitto, tregua, ripartenza), con poche promesse forti e molti patti di coesistenza fragile. Sullo sfondo, un immaginario di bassa progettualità (l’inverno demografico fa da rumore di fondo), ma il desiderio di legami resiste, anche in formato ridotto.
C’è il Paese. Sì, ricordo bene, e con la consueta satira dell’italianità.
Nei registri ironici (Ditonellapiaga, J-Ax, Dargen) sfilano tipi e tic nazionali: insofferenze per le mode, autoironie sulle furbizie, cartoline del Belpaese, fastidi per il digitale. Non è semplice scherno: è energia narrativa che trasforma l’impotenza in gesto. Coerente con il quadro: fiducia istituzionale sotto la soglia e domanda di protezione che si sposta verso l’Europa.
Tutto crolla con i nostri territori vulnerabili.
Quando Sayf nomina le alluvioni (Emilia, Liguria), o altri evocano città che bruciano, la geografia emotiva si appoggia alla geografia del rischio: ricordate ISPRA?
C’è il Paese. Sì, ricordo bene, e con la consueta satira dell’italianità.
Nei registri ironici (Ditonellapiaga, J-Ax, Dargen) sfilano tipi e tic nazionali: insofferenze per le mode, autoironie sulle furbizie, cartoline del Belpaese, fastidi per il digitale. Non è semplice scherno: è energia narrativa che trasforma l’impotenza in gesto. Coerente con il quadro: fiducia istituzionale sotto la soglia e domanda di protezione che si sposta verso l’Europa.
Tutto crolla con i nostri territori vulnerabili.
Quando Sayf nomina le alluvioni (Emilia, Liguria), o altri evocano città che bruciano, la geografia emotiva si appoggia alla geografia del rischio: ricordate ISPRA?
Per l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, il 94,5% dei comuni italiani è esposto a frane e alluvioni, con un recente aumento degli eventi estremi.
La canzone traduce il dato tecnico in empatia, accorcia la distanza tra mappa e vissuto.
Insomma, avete unito i puntini? Ecco la grande funzione sociale di Sanremo.
Nel lessico Censis, il Festival agisce da infrastruttura emotivo-civile.
Insomma, avete unito i puntini? Ecco la grande funzione sociale di Sanremo.
Nel lessico Censis, il Festival agisce da infrastruttura emotivo-civile.
In un’epoca di appartenenze intermittenti, offre un noi transitorio ma reale: non chiede tessere, pretende attenzione.
È lì che il collettivo, indebolito sul piano politico, si ricompone sul piano estetico.
Il canto, per qualche sera, è un diritto di cittadinanza: si entra, si ascolta, si risponde in coro. Poi ognuno torna al proprio quotidiano, con un’intonazione appena migliore.
Postilla
Se cercate una chiave, chiamatela polifonia, racconto collettivo ma anche liminalità (ancora la soglia), e poi rito (la ripetizione che protegge). Nessuna di queste parole aggiunge dati; semplicemente nomina ciò che le canzoni, quest’anno, hanno già fatto: accordare il Paese senza pretendere di risolverlo.
Sanremo 2026 è il luogo in cui la fragilità sociale trova forma cantabile e, nel farlo, rende la fragilità condivisa.
Postilla
Se cercate una chiave, chiamatela polifonia, racconto collettivo ma anche liminalità (ancora la soglia), e poi rito (la ripetizione che protegge). Nessuna di queste parole aggiunge dati; semplicemente nomina ciò che le canzoni, quest’anno, hanno già fatto: accordare il Paese senza pretendere di risolverlo.
Sanremo 2026 è il luogo in cui la fragilità sociale trova forma cantabile e, nel farlo, rende la fragilità condivisa.
Non è poco, anzi è molto. E ne sono grato.
Basta riconoscersi e riprendere il discorso interrotto.
Ora spengo la TV e dormo. O forse smetto di dormire.
Ora spengo la TV e dormo. O forse smetto di dormire.
PS: Guardateci dentro (in attesa di conoscere il vincitore di questa edizione).
• Ritornelli come dispositivi mnemonici (“Resta con me… Resta con me” nelle Bambole di Pezza; “Ai ai” in Dargen D’Amico; “stupida… sfortuna” in Fulminacci)
• Le rime sono spesso assonantiche/quasi imperfette (“male/amare”, “mare/andare”), funzionali a una canzone pop ibridata con trap/urban (Luchè, Nayt, Chiello).
• Ci sono codici plurilingui e code switching (“I love you”, “voilà”, “bailando contigo así”).
• C’è una dominanza della prima persona singolare in forma diaristica e autoanalitica (Nigiotti, Bravi, Renga), con occasionali dialogismi diretti (“dimmi cosa mi hai messo nel bicchiere…”, Ditonellapiaga; “me lo ridai?”, Dargen).
• Abbondano biografie in versi: Arisa scandisce l’età (10, 14, 30, 40 anni) collegando crescita, voce, pace e legami familiari (“chiamerei mio padre”, “tra le braccia di mia madre”). Nigiotti e Raf tematizzano il tempo che “vola/corre” e il tentativo di “volare”/resistere, mentre Paradiso usa il repertorio nostalgico (pianoforte, film, treni, pioggia).
• Si intravedono tracce di corporeità quotidiana (sigarette, pelle, trucco/eyeliner, “mal di pancia”, “mascara che cola”, “pizzicotto”), con microrealismi domestici (piatti, citofono, cane) che abbassano il registro dall’epico all’iperconcreto (Dargen, Eddie Brock, Bravi, Gassman).
• Non manca l’ossessione erotico-ossessiva. Esplicita in Ossessione (Samurai Jay: venerdì, foto, noche de sexo, “feeling maledetto”) e Voilà (Lamborghini: litigi/pace “in un letto”), con un erotismo più performativo che romantico.
• Dargen costruisce un paesaggio satirico nazionale (Bel Paese “stivale da diva”, olio d’oliva, Gardaland, Adriatico → Africa, “rete” che rovina e “AI”), ibridando turismo, religione pop e tecno-ansie.
• Sayf impasta Italia sociale (alluvioni Emilia/Liguria, tasse, bar, Cannavaro, Tenco, “hotel a ore”) con un “tu mi piaci” che cerca prossimità affettiva in un Paese contraddittorio.
• E tanta ansia, stanchezza, bisogno di cura di sé (“forse sono solo stanca”, Arisa; “mostri che c’ho dentro”, Nigiotti; “male necessario”, Fedez/Masini; “guarisce il mio disordine”, Mara Sattei).
• Tanti i fastidi. Ditonellapiaga usa cataloghi di fastidi (mode, politici, “F24”, spam) e perculaggio della socialità fake (“facciamoci una foto”, “che fai tu di lavoro? Faccio schifo”).
• J-Ax propone un “Italia starter pack” che incrocia cliché, furbizie, debolezze civiche e cori da stadio, oscillando tra cinismo e sopravvivenza.
• Ci sono amori instabili tra dipendenza affettiva (Chiello: “voglio disinnamorarmi… lasciami sciogliere nell’agonia”), richiesta di ancoraggio (Bambole di Pezza: “Resta con me in questi tempi di odio”) e accettazione del conflitto (Lamborghini: “un po’ ti odio, un po’ I love you”).
Ci siamo. Tutti e perfettamente riconoscibili. Siamo Sanremo.