Una banda di idioti

Pessima comunicazione per una buona lezione.


“Una banda di idioti” è un romanzo picaresco dello scrittore John Kennedy Toole, pubblicato per la prima volta nel 1980, undici anni dopo il suo suicidio. Pazzesco, per contenuti e storia dell’autore.

Come spesso accade, ebbe una crescente popolarità presso il pubblico soltanto dopo il conferimento postumo del Premio Pulitzer per la narrativa nel 1981.

Il protagonista è un uomo sovrappeso, colto in modo disordinato, profondamente ignorante rispetto al mondo reale.
Vive con la madre a New Orleans, passa le giornate a lamentarsi della “decadenza del secolo moderno” e comunica con un misto di presunzione, aggressività verbale, mancanza di empatia e totale incapacità nell’ascolto degli altri.
Ogni suo tentativo di interazione sfocia in equivoci, litigi o disastri sociali.
Per questo è spesso citato come uno dei personaggi letterari peggiori nella comunicazione interpersonale.

Walker Percy recuperò lo strano manoscritto e lo fece pubblicare. Dovette trovarci qualcosa di particolare, se riuscì a fargli assegnare addirittura un Pulitzer postumo.

Mi torna alla mente un altro caso emblematico di “cattiva comunicazione”, quello del capitano Louis Edward Nolan, un ufficiale di cavalleria britannica durante la Guerra di Crimea.
Un caso controverso ma illuminante, e non solo per chi ama le strategie belliche.
Durante la battaglia di Balaclava, Nolan fu incaricato di trasmettere l’ordine della cavalleria britannica. La comunicazione risultò vaga e ambigua, in particolare a causa di un gesto poco chiaro che fece fraintendere il bersaglio da attaccare.
Il risultato fu la celebre e disastrosa Charge of the Light Brigade, in cui 670 cavalleggeri caricarono erroneamente verso la postazione russa, subendo pesanti perdite.

Gli esempi si affollano alla mente — molti dei quali vi saranno noti — ma non intendo divagarne.

Una “cattiva o incompleta o fallace comunicazione” è oggi una dimensione strutturale – forse persino epistemologica – che attraversa università, media, agenzie di comunicazione, istituzioni, imprese e società civile.

L’errore o l’omissione sono dietro l’angolo, sempre.
Quando non veri e propri artifici.

Per linguaggio, per postura o per semplice piglio ardimentoso dei comunicatori o della committenza testarda (o infingarda).
Figlia di una volontà indomita di posizionamento, la “cattiva comunicazione” non riguarda soltanto la qualità dei messaggi, ma soprattutto i processi, gli attori e le infrastrutture attraverso cui l’informazione viene prodotta, filtrata, distribuita, interpretata.

Cause? Diverse per importanza e significato.

Intanto la dieta informativa come problema strutturale.
La sovrabbondanza di fonti – social media, newsfeed, newsletter, notifiche – genera una frammentazione dell’attenzione e riduce la capacità decisionale.

La trasformazione digitale ha indebolito gli intermediari storici (giornali, TV, radio), dando potere diretto a piattaforme, influencer e singoli utenti.
Logiche algoritmiche e dinamiche di tribalizzazione rendono più difficile la formazione di significati condivisi e univocamente interpretabili.
La semplificazione eccessiva e la riduzione dei legami logici sono l’altro fronte più propriamente epistemologico.
La tendenza a produrre testi brevi, paratattici, poco strutturati riduce chiarezza, articolazione concettuale e capacità argomentativa.

Da qui il progressivo impoverimento del linguaggio e la riduzione cognitiva, che influiscono negativamente sulla qualità del pensiero e sulla comprensione dei fenomeni complessi.

La diffusione delle fake news ha, inoltre, effetti diretti sulla percezione della realtà e sulla costruzione del consenso. La loro propagazione è favorita da reti sociali caratterizzate da velocità, emotional appeal e assenza di controllo editoriale.

Poi ci sono la bulimia comunicativa e l’ipertono muscolare.
L’avidità, il desiderio smodato, la brama di posizionamento producono effetti incontrollati, perché a pagarne le conseguenze è il contenuto, che perde progressivamente rispondenza, univocità e dunque credibilità.

C’è poi un processo creativo‑adattivo che realizza intenzionalmente, a tavolino, una “cattiva comunicazione”, intesa come distorsione informativa.
Questa segue modelli ricorrenti, simili a quelli usati nella propaganda, nel marketing e nella comunicazione persuasiva.
Fasi, tecniche e meccanismi psicologici ben studiati organizzano contenuti con l’obiettivo di confezionare un nemico o un colpevole, una situazione emotivamente coinvolgente, un messaggio semplice e polarizzato, di pronta beva.
La selezione parziale dei dati, le statistiche decontestualizzate, le causalità fallaci (la correlazione contro la causazione), la manipolazione visiva sono tecniche vere e proprie.

Compongono un esoscheletro funzionale, adatto a una nuova alfabetizzazione più emotiva e irrazionale, che muove da un intento molto lucido: intentare una vera e propria guerra cognitiva che pochi ancora comprendono e ancora meno dichiarano.

Esistono framework accademici come, ad esempio, “The Disinformation Triangle” di Victoria Rubin, “The Firehose of Falsehood” della RAND Corporation, i quattro livelli della manipolazione informativa concettualizzati da Wardle e Derakhshan.
Per i più ardimentosi, torna utile una riflessione sul modello di propaganda avanzato da Edward S. Herman e Noam Chomsky.

La “cattiva comunicazione” non è, quindi, un fenomeno monodimensionale, ma il risultato dell’interazione tra infrastrutture mediatiche digitali (algoritmi, piattaforme), pratiche professionali (logiche redazionali, comunicazione breve), comportamenti sociali (dieta informativa disordinata, polarizzazione, ipertono), dinamiche cognitive (semplificazione, stress da eccesso informativo), strategie manipolative (fake news, narrazioni distorte).

Oggi la “cattiva comunicazione” non è più un incidente: viviamo in una dieta informativa che sazia di numeri ma affama di senso.

Non occorre la Sibilla delfica per immaginare che questa contemporanea Lourdes linguistica, prima o poi, dovrà rinunciare all’arsenale demagogico e tornare a ristabilire nessi logici nelle proprie scritture.
Perché? Perché lo dobbiamo a noi stessi, alle nostre intelligenze e sopravvivenze.
Al primato del primate della specie Homo sapiens, la cui caratteristica distintiva dovrebbe essere la cultura cumulativa tecnicamente mediata.
Una macchina culturale performante che estende il corpo e la cognizione, consentendo una cooperazione su larga scala.

Povero capitano Louis Edward Nolan. Lì si trattava di errori interpretativi.
Qui si tratta di errori epistemologici, di guerra cognitiva, di Sapiens stories.