Ancora sui linguaggi dello sport
L’olimpiade semantica è un atlante tascabile della convivenza.
Come accade spesso, l’appetito è arrivato mangiando. Così, di soppiatto e con un poco di simpatica arrendevolezza, ho letto “La partita degli dei” di Marino Bartoletti e “Nel mezzo del pallon di nostra vita” di Luigi Garlando.
Il primo è una celebrazione del calcio come mito collettivo che esalta la dimensione emotiva e memoriale del tifo attraverso un incontro simbolico tra leggende del passato e dell’immaginario sportivo.
Il secondo restituisce una riflessione sul calcio tramite un parallelo con la Divina Commedia. Feroce analisi delle virtù e dei vizi del calcio contemporaneo con uno stile narrativo che coniuga registro sportivo e riferimenti letterari classici.
Mi suggeriscono anche Jorge Valdano e Santiago Segurola. Vedremo.
Il fatto che lo sport sia un fenomeno culturale totale non implica certo che dovrò occuparmene con la lettura di ulteriori faticosi testi. Nel mio catalogo dello spirito lo sport ha la dimensione (ragguardevole ma non sufficiente, lo so) della socialità spontanea. Tuttavia…
L’io proliferante di questo squarcio di secolo implica la necessità di considerare lo sport dall’interno della sua officina linguistica. E infatti, lo sport è anche un “campo” di poteri, con regole implicite su chi può parlare, come e con quale legittimità.
La voce che conta — quella dell’allenatore? del capitano? dell’arbitro? del dirigente? — non è distribuita in modo neutrale, perché è impastata di storia, genere, classe, origine e accesso alle risorse.
Il loro gergo tecnico non è solo identità: è anche soglia. Apre per chi lo maneggia per bene, ma esclude (o intimidisce) chi ne resta fuori. Pongo una domanda scomoda ma necessaria: chi tace nello sport? Quante volte il talento ha bisogno di un interprete sociale per essere ammesso alla conversazione?
Insisto sul tema del linguaggio perché è centrale nell’ambiguità sodale del periodo.
Lo sport è anche scuola di linguaggi taglienti. Nel perimetro regolato del gioco proliferano insulti ritualizzati, fischi, provocazioni, che appartengono alla drammaturgia dell’agonismo, ma possono scivolare nel razzismo, nel sessismo, nell’omolesbobitransnegatività, nell’abilismo.
Qui la sociologia ci chiede di non estetizzare la tossicità ma di chiamarla per nome, capirne i meccanismi di difesa dell’identità di gruppo, dell’ansia da status, dell’emulazione, e progettare anticorpi. Non moralismi, ma rituali alternativi: cori che includono, simboli che allargano, sanzioni che educano senza umiliare.
Orecchie aduggiate non sono di aiuto. Le vere parole, quelle che contano, sono altrove e ben distanti da cerimonie e malefici.
Lo sport oggi non vive solo nel campo, perché ha un flusso preciso: telecamere, microfoni, piattaforme, algoritmi di raccomandazione, highlight da 15 secondi.
Il linguaggio sportivo diventa quindi un prodotto con storyline, branding personale, soundbite allenati, post-match speech scolpiti per la clip, divise pensate per l’icona condivisibile.
C’è ancora chi rilutta? Guardiamoci meglio dentro.
Le parole non servono solo a coordinare l’azione, servono a monetizzare l’attenzione.
Non è un ammiccamento, tranquilli, e nemmeno un tradimento: è un’altra grammatica, che ha effetti molto particolari perché semplifica le complessità in narrazioni binarie (eroe/antieroe), inflaziona l’agonismo in intrattenimento, cura l’immagine più della pratica.
Nella “fabbrica del visibile” il gesto si duplica. Uno per il gioco, uno per lo schermo. E il secondo finisce spesso per retroagire sul primo.
Mica finito. Non esiste sport senza spettatori. La tifoseria è co-autore del testo; scrive col corpo (coreografie), con la voce (cori), con il tempo (ritmi di sospensione/esplosione).
Gli stadi sono laboratori di appartenenza, con bandiere come segnali di riconoscimento, riti d’ingresso (la prima volta allo stadio), memorie tramandate (nomi, partite, epiche sconfitte).
Qui si producono linguaggi che poi tornano nella vita quotidiana e sono slogan, metafore, gesti, codici estetici.
Educare il pubblico non significa addomesticarlo, significa renderlo consapevole del proprio potere semantico.
Se mettiamo insieme campo e potere, media e mercato, ombre e luci, agonismo e merito, pubblico e dati, allora lo sport si mostra per ciò che è, ovvero un atlante tascabile della convivenza, dove le lingue non solo dicono il mondo, ma lo fabbricano a ogni passaggio, a ogni grido, a ogni silenzio.
E qui ribadisco un concetto, che per me è sorpresa confermata a ogni ingresso di stadio. La sua grandezza non è nell’abolire il conflitto — è nel regolarlo per renderlo fecondo.
E la sua pedagogia non è nel promettere vittorie — è nel dare forma alla perdita, all’errore, alla riprogettazione.
E qui la comunicazione non è un abbellimento ma tecnica di vita.
Chiosa:
Se esiste un atlante della convivenza sportiva, allora esiste anche la sua topografia emotiva, la sua meteorologia algoritmica, la sua ecologia narrativa. Ogni gesto, ogni dato, ogni coro produce microclimi di senso che anticipano o ritardano il modo in cui ci capiremo fuori dal campo.