Il conflitto #1

Siamo noi il conflitto. Occorre esserne consapevoli.

Sto per dire una banalità. Eccola: nel fatto minimale dell’enunciazione, due forze si incontrano e sono differenza e aspettativa. La prima separa un termine dall’altro (nessun segno significa, se isolato: significa per differenze e opposizioni); la seconda incornicia il segno in una pragmatica d’uso, cioè in un orizzonte di intenzioni, contesti, regole implicite.

Troppo tardi fingere di non intendersi su questo punto.
La differenza, per funzionare, ha bisogno di una frizione perché non percepiamo alcuna distinzione se non sotto forma di resistenza. Banale ma vero.

Ogni buona definizione — filosofica, giuridica, poetica — si misura con ciò che non intende dire, e lo fa con sufficiente rigore da non rendere l’atto definitorio della parola una stupidità tautologica.

Ancora meglio. Se ogni espressione rappresenta un gesto e una posizione, la responsabilità è una sorta di architettura pragmatica perché l’intento di affermare il vero consiste nella messa alla prova delle condizioni di validità: quali fonti utilizzo, quali metodi impiego, quali controlli incrociati produco, quali sono gli scarti residui.

La postura che mi raccomando, dunque, è: concedere parola a chiunque, ma esigere per ogni parola pronunciata una sorta di rendicontazione cognitiva. Questo è il contrario della parafrasi (che spesso traveste la pigrizia), il contrario della menzogna (che traveste la paura), il contrario dell’artefatto (che traveste l’intenzione con l’effetto).

Torno al conflitto. Questo viene spesso scambiato per gara demolitoria. 
Ma la sua forma alta, all’opposto, è una prova riflessiva: l’argomento contrario non è materiale da sbranare, ma un vero e proprio indice di incompiutezza del nostro punto di vista. In questa prospettiva la pratica critica non si misura sulla destituzione del pensiero altrui, bensì sulla perizia con cui si porta alla luce la residua opacità del proprio impianto concettuale. Il risultato non sarà un consenso, ma una curvatura: il proprio concetto riprende fiato e forma nel suo passare per il fuoco della confutazione altrui. Meraviglia.

Pensate alla Filologia, la disciplina che analizza e interpreta documenti scritti, principalmente antichi o medievali.
L’obiettivo di ricostruirne l’originale autentico attraverso la critica testuale e lo studio della lingua e dei suoi contesti, l’ho sempre inteso come laboratorio di dissidio tra testimoni diversi.

La filologia vive di conflitti ordinati: varianti, lacune, interpolazioni sono la sua materia prima. Non si procede a colpi di decretali, ma per ponderazione: si mettono in concorrenza le lezioni, si rileva la genealogia dei testimoni, si affina la storiografia del testo vivo.

Questa disciplina risulta esemplare: trattare il conflitto come archivio significa farne un dispositivo di decisione. Nessuna variante è indifferente: è sempre indizio di un gesto interpretativo, di un contesto d’uso, di una politica della trasmissione.

Preciso il pensiero sdentato: il testo è un dispositivo specchio per la realtà così come la tradizione è una catena di conflitti regolati.

Ogni passaggio ridefinisce il testo e lo reinterpreta, rimisura le priorità, ritaglia un canone per un’epoca precisa. Qui la critica filologica produce una lezione chiave per la pratica del linguaggio contemporaneo: regolare il conflitto non significa neutralizzarlo; significa mantenerlo responsabile. In un’epoca che scambia la velocità per verità, la filologia ricorda che l’attendibilità è un lavoro lungo, paziente, situato — dove il dissidio non si spegne, ma si raffredda per essere leggibile.

Sì, ma perché il dramma? Perché Von Balthasar?

Il dramma non è una metafora. È un modello operativo che rende visibili (e dunque criticabili) gli elementi che compongono un atto di senso. Nella declinazione balthasariana, il Theo-Drama pensa l’esistenza come partecipazione a una scena in cui libertà e verità si giocano in azioni e attraversamenti, talvolta conflittuali: il vero non è un possesso statico, ma un evento interpretativo che coinvolge soggetti, ruoli, tempi, rischi.

Ne viene una sorta di “grammatica drammatologica” che offre coordinate di lavoro affascinanti, soprattutto utili per comprendere le ragioni che hanno convinto l’Oxford Dictionaries a definire, nel 2016, la “post-truth” come parola dell’anno, evidenziando il predominio delle emozioni sui fatti.

Leggete bene, sì: il predominio delle emozioni sui fatti.
Steve Tesich avviò il dibattito sul tema, forse inconsapevolmente, in un articolo su The Nation nel 1992, elaborando come il pubblico americano avesse scelto di vivere in un mondo dove la verità non era più rilevante dopo lo scandalo Watergate. Un saggio sull’ingenuità della democrazia a responsabilità limitata.

Poi è arrivato Lee McIntyre ad analizzare come il fenomeno non sia una semplice bugia, ma un tentativo di sottomissione ideologica della realtà. Ralph Keyes, autore di The Post-Truth Era, è stato tra i primi a sistematizzare il concetto; e poi Matthew D'Ancona, Anna Maria Lorusso, Gérald Bronner, Cass Sunstein, hanno approfondito con approcci multidisciplinari.

Converrete con me sul fatto che il tema sia il dramma, ovvero che si giochi all’interno della categoria del dramma.

Un antropos-dramma, molto diverso dal Theodramma di Hans Urs Von Balthasar che interpreta la storia della salvezza come un grande dramma in cui Dio e l’uomo sono attori veri e liberi, e il mondo è il palcoscenico su cui si svolge la loro relazione.

Nella sua visione, Dio non rimane spettatore ma entra nella scena attraverso l’incarnazione di Cristo, atto centrale in cui la libertà divina incontra realmente quella umana. Ogni persona possiede una sua parte da interpretare, una vocazione che la inserisce nell’azione divina senza annullarne la libertà. La teodrammatica raccoglie così grazia, libertà e responsabilità in una visione unitaria.

Nella migrazione antropologica, la mia declinazione del concetto di dramma intende i ruoli non come banali maschere per fingere, ma come funzioni di responsabilità. Portano con sé aspettative, libertà d’interpretazione, obblighi di coerenza. Nello spazio pubblico, l’enunciatore non è mai un individuo astratto: è un ruolo (giornalista, ricercatore, amministratore, attivista) e un nome (biografia, storia, ferite, apprendimenti). Il conflitto ingaggia ruoli: li mette in crisi, li riconfigura, li costringe a uscire dalle comodità delle loro convenzioni.

Dire è agire: impegnare promesse, concedere credito, imporre vincoli, aprire diritti, sottrarre opportunità.

Preciso l’invito alla pugna: una semantica senza dramma finge che il linguaggio sia una dispensa di referenze, mentre una semantica drammatologica prevede che ogni atto linguistico inserisca qualcosa nel mondo, e che l’impegno sia coestensivo all’enunciazione. Niente menzogna, falsità, mendacio, fandonia, invenzione, impostura, frottola, panzana, balla, storia, ciancia, bubbola.

Il conflitto, qui, non è urto sterile: è il rischio senza il quale le parole non hanno consistenza pubblica. Trasferite la riflessione ai fenomeni politici, alle organizzazioni e alla gestione del potere, e la sfida è aperta.

La scena entro la quale ci muoviamo come comparse non è un fondale neutro: è un insieme di dispositivi — tecnici, simbolici, istituzionali — che regolano la visibilità. Nella scena digitale? Gli algoritmi, i formati, le metriche sono parte del copione: decidono cosa sta “davanti”, cosa resta “dietro”, cosa si percepisce come centrale. Leggere il conflitto è anche saper leggere la scena che lo mette in forma: chi rende visibile cosa, quando, a chi, con quali incentivi.

Chiudo con la questione del tempo.
Ogni conflitto ha un tempo qualitativo: c’è il momento opportuno per dire, per tacere, per intervenire. Questa semantica drammatologica introduce una coordinata di ritmo: la verità non è solo ciò che si dice, ma quando e come lo si dice.

In un ecosistema di accelerazione continua, il compito è reintrodurre il kairos, contro la dittatura del “subito”. Ancor più: proteggere il tempo lungo della verifica dalla bulimia del commento.

Che dramma, questo conflitto eterno, enorme, prezioso. Come noi.