Il conflitto #3
Parto da un pregiudizio, lo confesso.
In realtà, a farmi confessare è stato un mio collega con il quale ho condiviso gli studi teologici e filosofici. “Sfido io, per te è facile perché parti dall’ermeneutica. Per te il conflitto è strutturale”.
“Sacrosantissimo. E quindi?”
Gadamer mi ha insegnato la pluralità di orizzonti; Ricoeur, il conflitto delle interpretazioni; Derrida, la différance; Eco, la negoziazione nella comunità e i limiti dell’interpretazione. E… tantissimi anni alla direzione di un’agenzia di comunicazione e trentasei campagne elettorali mi hanno insegnato la resistenza linguistica.
Tuttavia, il meccanico che conosce il funzionamento dell’auto, lo scopo delle singole parti, potrebbe tranquillamente scegliere di non guidare affatto. Oppure potrebbe scegliere di non avvertire il possessore dell’auto di certi strani rumori che diventano segnali preoccupanti.
Quindi, insisto.
Il conflitto, a determinate condizioni, può diventare un’opportunità di confronto e di mediazione perché le parole offrono strumenti (pragmatici, argomentativi, retorici) e l’interpretazione fornisce criteri (ermeneutici, etici) per coltivare un dialogo forte, capace di attraversare le differenze senza annullarle.
Facciamoci presto l’abitudine, perché in una società di discorsi accelerati e memorie contese, abitare il conflitto significa imparare a fare spazio: alla parola altrui, all’alterità del testo, all’ambiguità della storia.
Questo spazio non è vuoto: è il laboratorio in cui si formano le competenze linguistiche, le virtù ermeneutiche e le funzioni narrative che ci permettono di vivere non malgrado il conflitto, ma grazie al suo lavoro generativo.
Quindi, ecco l’idea.
Istituire un laboratorio di “Conflitto Narrativo”. L’idea muove dall’assunto che il racconto trova nel conflitto – inteso non come rissa o rumore, ma come tensione strutturata tra posizioni, valori, aspettative e gradi di conoscenza – il principio generativo capace di illuminare le ragioni delle parti, di far emergere ciò che altrimenti resterebbe in ombra e di promuovere nel lettore uno spostamento cognitivo che conduca a un vero e proprio apprendimento.
In questo senso, il conflitto non è l’incidente di percorso o la scorciatoia drammatica che fa “alzare la voce” al testo: è la grammatica profonda attraverso cui le storie interrogano il mondo e, interrogandolo, insegnano qualcosa di verificabile sulla nostra maniera di vivere insieme.
Un laboratorio, per definizione, è un ambito protetto, dove le tensioni sono calmierate e le pulsioni normalizzate o, più semplicemente, rese note e evidenti agli occhi di tutti.
Nel laboratorio, i partecipanti imparano a distinguere tra la conflittualità sensazionalistica, che solletica l’emozione ma non restituisce comprensione, e la conflittualità generativa, che, pur non rinunciando alla tensione e all’intensità, le mette al servizio della chiarezza, della pluralità e della responsabilità.
Ne consegue che ogni attività proposta avrà la duplice funzione di allenare tecniche di costruzione narrativa e di consolidare una postura ermeneutica, cioè la capacità di argomentare le proprie scelte interpretative, di riconoscere i limiti della lettura proposta e di misurare gli effetti che quella lettura produce su personaggi, autori e pubblico.
Gli obiettivi culturali del laboratorio si collocano nella prospettiva di una cittadinanza narrativa matura, nella quale le storie non vengono intese come un passatempo ornamentale o come un apparato retorico a supporto di identità già date, ma come spazi di confronto regolato dove differenze di visione, di linguaggio e di esperienza possono coesistere senza annullarsi.
Gli obiettivi educativi hanno, invece, quattro ambiti complementari.
Il primo è di natura linguistico-narratologica, ossia concerne l’esercizio paziente sulle scelte di focalizzazione (chi vede e che cosa), sull’architettura del conflitto (qual è la natura dello scontro, quali sono le poste, come si graduano le intensità), sulla costruzione dei dialoghi (con attenzione alla pragmatica degli atti, alle riparazioni conversazionali, alla cortesia che non nasconde il dissenso).
Il secondo è ermeneutico, cioè allena la predisposizione a motivare, a difendere e rivedere le interpretazioni avanzate, riconoscendo che il testo resiste, pone vincoli e pretende fedeltà a criteri di coerenza. Il testo, in fondo, non è mai “per sempre”.
Il terzo è socio-emotivo, perché riguarda la capacità di stare nella dissonanza senza rifugiarsi nelle semplificazioni e ha la funzione di far crescere l’empatia cognitiva, non intesa come una banale commozione generica, ma come una disposizione a vedere il mondo con gli occhi dell’altro.
Infine, il quarto è etico-digitale, in cui si affrontano le responsabilità di rappresentazione, l’uso di dati e fonti, la gestione della privacy e la necessità di dichiarare il metodo con cui una storia è stata costruita.
E i risultati? Quali risultati potrebbe realizzare?
Un laboratorio sul conflitto narrativo potrebbe far sì che ciascun partecipante sappia innanzitutto riconoscere un conflitto nella sua specificità valoriale, cognitiva, pragmatica, culturale o linguistica; quindi scomporlo nelle sue parti costitutive e, infine, ricomporlo in un progetto narrativo coerente, nel quale la scelta del punto di vista, la distribuzione delle informazioni, la costruzione di un evento trasformativo e la definizione di una “regola del mondo” procedano di concerto.
L’ermeneutica è chiamata in causa non come contemplazione del mistero, ma come etica del confronto: l’idea che più interpretazioni possano e debbano coesistere sotto vincoli di pertinenza, coerenza e fedeltà al testo alimenta la pratica della peer review e della “nota di metodo” con cui ogni autore giustifica le proprie scelte.
La narratologia offre il vocabolario tecnico per progettare trame, focalizzazioni, gestione delle informazioni e dei tempi, con la cura di evitare l’effetto di sorpresa gratuita e di perseguire piuttosto la svolta significante, quella che, una volta avvenuta, rende il “prima” del racconto legittimamente diverso dal suo “dopo”.
Infine, la semiotica aiuta a lavorare sui confini e sulle traduzioni: molte storie vivono su soglie linguistiche, generazionali, professionali e la competenza nel costruire “ponti semantici” fa spesso la differenza tra un racconto stereotipato e uno capace di far circolare senso tra mondi.
Il conflitto, in questa palestra (prima para-verbale, poi linguistica), abilita una serie di azioni culturali che, a tale scopo, diventano vere leve del cambiamento, prima cognitivo, poi relazionale. Ne ho trovate sette e le elenco di seguito.
Tensione narrativa → Mette l’accento sulla dinamica, non sull’antagonismo.
Divergenza di senso → Il conflitto come scarto interpretativo, non come lotta personale.
Dialettica del racconto → Richiama il confronto tra posizioni che producono significato.
Contrasto generativo → Esplicita l’idea che dal conflitto nasca qualcosa.
Friczione narrativa → Metafora fisica: dall’attrito nasce energia.
Disallineamento narrativo → Ottimo per contesti educativi e organizzativi.
Opposizione significativa → Più formale, adatta a contesti accademici.
Utili e di interesse, ma vi avverto. Si dovrebbe partire da un principio olistico fondamentale: un “Conflict Design Canvas”, una “Carta del Racconto Responsabile”, che metta tutti i partecipanti d’accordo.
D’accordo per cosa? Per chiedere di nominare con precisione il tipo di conflitto, la posta in gioco (per chi e che cosa cambia), le voci chiamate in causa, la focalizzazione scelta, i codici di tensione impiegati (enigma, omissione, ritmo, ellissi), la svolta e le sue conseguenze.
Non sono auspici, ma gli elementi che costituiscono il laboratorio più utile del momento. Se dovessi organizzarlo e venderlo con la stessa indomita propensione alle logiche del mercato, penserei a un payoff. Del tipo:
Il conflitto che fa crescere le storie
Dove le differenze diventano trama
Racconta la frizione, non l’urlo
Scegli il punto di vista, cambia il mondo
Svolte che insegnano, storie che restano
Mostra come si costruisce la tensione
Più punti di vista, più verità utilizzabili
Il racconto come spazio di mediazione
Da urto a orizzonte: progettare il dissenso
Ma si sa, i migliori venditori non amano il conflitto. Anche se dovrebbero imparare a gestirlo come parte integrante della trattativa.