Il conflitto come officina di senso

C'è una grammatica utilizzata in modo inconsapevole. 

Isaiah Berlin riletto alla luce dei conflitti attuali non consola ma aiuta. Due suoi lavori mi tornano alla mente, più di altri: Two Concepts of Liberty e The Crooked Timber of Humanity.

È il tema di fondo che mi interroga, non senza contraddizioni e cesure: la pluralità conflittuale è la condizione normale dell’umano, non un incidente da correggere.
Detto fatto, ecco facile giustificare. Max Weber, Norberto Bobbio e, in un certo senso, Pier Paolo Pasolini invitano a rileggere il conflitto. 
Ma non c’è fraintendimento, né consolazione, né giustificazione.

Ho letto e riletto Hiroshima, il giorno zero dell’essere umano di Luisa Bienati per Marsilio, ma anche Ibuse Masuji, che ha scritto pagine immense sulla tragedia nucleare. Ma prima ancora Franco Fortini, che mi aveva già fin troppo investito del tema durante indimenticabili cene e nei trascorsi nel suo studio.

Poi, certo, c’è la dimensione politologica a prendere il sopravvento nel dibattito corrente e ricorrente: da Hobbes in poi, il conflitto è connesso alla natura plurale e competitiva degli individui. Poi c’è anche Carl Schmitt, per il quale il conflitto costituisce l’essenza del politico. E, a seguire, tutti coloro che dilatano il tema alle accezioni antropologiche, psicologiche, eccetera.

Qui, il conflitto non è semplicemente una minaccia all’identità, ma una sua prova decisiva. È nello scontro—interno o esterno—che l’identità si chiarisce, si interroga, talvolta si trasforma.
Abbiamo imparato, in casa, a scuola, sul lavoro, sugli spalti, che la maturità, individuale e collettiva, non consiste nell’eliminare il conflitto, ma nel riconoscerlo come spazio di negoziazione, dove l’identità può evolvere senza negare la complessità dell’altro.

Ma non è questa l’area semantica che mi interessa.

L’assunto di partenza è netto: il conflitto è l’area semantica dove esplodono le contraddizioni, si evidenziano, si collocano, si misurano. Questa non è solo una formula; è un criterio operativo per l’esercizio della scrittura in un’epoca di ipertrofia informativa e di latitanza di contenuto, di proliferazione discorsiva e di smottamento veritativo.

Nella dinamica che qui propongo, il conflitto non viene estetizzato né romanticizzato: non è culto della frattura, né celebrazione della rissa retorica.

È, più sobriamente, un dispositivo cognitivo: torna utile perché costringe la parola a definire i propri margini, a esplicitare presupposti, a prendere posizione. 
Ogni parola è già una decisione: apre spazi e ne chiude altri, media possibilità, sceglie criteri d’interpretazione.

Ne discende una conseguenza politicamente ed eticamente non banale: se la comunicazione è ambiente cognitivo e spazio simbolico, non è mai neutra; l’enunciazione è sempre, anche quando non lo dichiara, un gesto posizionale. Questo gesto — qui sta la difficoltà — non si compie una volta per tutte: va manutenuto, verificato, esposto alla prova del controcanto.

Per questa ragione la scrittura, nel suo esercizio più esigente, non è una fabbrica di soluzioni, ma un laboratorio di posture: l’atto di spiegare non coincide con l’atto di placare.

Al contrario, esigere chiarezza significa non sottrarre le differenze al loro attrito: rinunciare a scorciatoie consolatorie, rifiutare la retorica di una fine pacificante, accettare la disciplina di una tensione che regge senza strappare. 
In questo senso, i testi che prendono sul serio il conflitto non aspirano a stabilizzare il senso, ma a tenerlo in tensione: non annullano i problemi in moralismi o in modelli prescrittivi, ma li espongono, li lasciano risuonare nello spazio pubblico con responsabilità e rigore.

Vorrei, con voi, per voi, iniziare a sviluppare una metalinguistica e una critica filologica del conflitto come forma interna del linguaggio e come condizione del pensiero comunicativo, innestando la riflessione su una metafora strutturante: il dramma, in una declinazione molto particolare, quella di Hans Urs von Balthasar.

Il punto non è importare un sistema teologico, ma lavorare operativamente con una grammatica drammatologica del senso: ruoli, azioni, scena, tempo, posta — cinque coordinate per mettere in atto la nostra semantica.

Come in un grande e apprezzabile gioco di ruolo. 
Dove nulla appare scontato perché tutto ha un prezzo ben preciso.

Siamo in conflitto e vedremo perchè.