Il 25 aprile

Libertà è anche una faccenda di linguaggio.

C’è un’aria troppo densa che rende difficile ogni puntualizzazione. Ci provo. La consueta ridda di polemiche, a torto o a ragione, non ci deve distrarre da un punto (credo, spero) caro a tutti: la Liberazione è anche un atto di linguaggio.

È una questione di accesso al dire, e di possibilità del pensare. 
È la possibilità di nominare con franchezza ciò che c’è, senza che un’autorità (fisica, morale, emozionale) stabilisca in anticipo che cosa si possa vedere e che cosa si debba ignorare. Lontani da hateshow — spettacoli d’odio — e manierismi opachi.

Parlo della possibilità di dissentire senza dover chiedere scusa per la propria esistenza. E della possibilità, ancora più difficile, di non essere costretti a parlare come si parla da posizioni di privilegio sociale, intellettuale, di prestigio. Meglio, artatamente: di non dover indossare il lessico altrui come una divisa.

Quando diciamo “libertà”, spesso cerchiamo una parola esteticamente utile, di quelle che stanno bene ovunque. Una parola-totem, una parola-bandiera. Una parola parassita. Una parola omeopatica destinata alla cura del rancore sociale. E invece la libertà è altro perché non è accomodante e accomodata. La libertà non è un concetto da esibire, è una pratica da sostenere. E la prima sede in cui questa pratica si gioca è il linguaggio.

Non perché bastino le parole. Non perché la libertà coincida con il poter dire “qualsiasi cosa”. Ma perché senza il loro vincolo, senza la loro struttura, senza la loro responsabilità, non reggono nemmeno i fatti — non perché i fatti non esistano, ma perché l’accesso pubblico ai fatti passa da forme, filtri, cornici. I fatti, quando li guardi da vicino, sono impastati di segnali, gesti, codici, interpretazioni. Non c’è esperienza che non passi da un modo di raccontarsi. Non c’è realtà che non si lasci catturare, almeno in parte, dalla forma che le diamo.

E allora, nel giorno che ricorda la Liberazione, vale la pena fare una cosa che sembra astratta ma non lo è affatto. Vale la pena interrogare il rapporto tra libertà e comunicazione. Vale la pena chiedersi che cosa significhi, davvero, essere liberi dentro e attraverso le parole. Pare un interrogativo canagliesco ma è – a parer mio – una difesa d’ufficio dal rigurgito idraulico del momento, dalla provocazione fraudolenta.

La Libertà non è rumore. C’è un equivoco che ritorna, specialmente oggi. L’idea che libertà significhi “assenza di vincoli”. Che la libertà sia un’aria rarefatta dove ognuno si muove senza attrito. Ma la libertà, come ogni cosa che conta, vive nell’attrito, vive nei limiti scelti, non nei limiti imposti. Vive nelle regole condivise, non nelle imposizioni arbitrarie, vive nel patto, non nel capriccio.

Il linguaggio lo mostra con una chiarezza quasi crudele. Senza grammatica, senza sintassi, non c’è libertà espressiva. C’è solo rumore. E il rumore, paradossalmente, è una delle forme più efficaci di controllo perché sostituisce i criteri con il frastuono, e il frastuono con l’equivalenza: nel rumore tutto si equivale, tutto si annulla, tutto si perde.

Talvolta, sul punto, ho parlato di assenza di gravità nell’etimo contemporaneo: più facile la banalità, la scrittura sull’acqua, la carta moschicida.

La libertà di parola non è “parlare sempre”. È poter scegliere quando parlare e quando tacere. E poter scegliere, soprattutto, come parlare. Con che precisione, con che misura, con che cura. Perché una libertà che non sa articolarsi finisce per consegnarsi a chi sa farlo meglio, finisce per diventare ventriloquia. Finisce per ripetere, con l’illusione di inventare. E si sa, nel Paese degli eroi e degli inventori, potrebbe finire in tragedia.

E qui appare un punto delicato, quasi impopolare. La libertà linguistica non coincide con la spontaneità. La spontaneità, spesso, è un prodotto industriale. È una posa che si impara. È un automatismo di gruppo. È un pacchetto di frasi che circola e si installa. È l’imitazione scambiata per autenticità.

Essere liberi, nel linguaggio, significa interrompere l’automatismo. Significa rifiutare le frasi che si dicono da sole. Le frasi che hanno già deciso al posto tuo, quelle che non chiedono pensiero ma chiedono solo adesione.

La prima censura è, dunque, la povertà di vocabolario. Quando pensiamo alla censura immaginiamo un divieto esplicito, un bavaglio, una legge scritta male, un editore che taglia, un regime che proibisce. Ma spesso la censura più profonda non è quella che ti impedisce di dire ma è quella che ti impedisce di pensare perché ti priva degli strumenti per farlo.

Un lessico povero produce un mondo povero. Non perché la realtà dipenda dalle parole in modo magico, ma perché con le parole separi, distingui. Se non hai parole per le sfumature, la sfumatura scompare. Se non hai parole per i conflitti interni, restano solo nemici esterni. Se non hai parole per la complessità, ti resta la semplificazione e questa è la porta d’ingresso delle manipolazioni.

Libertà linguistica significa allora anche educazione al distinguo. Alla possibilità di dire “non è proprio così”, “non è solo questo”, “qui c’è una contraddizione”, “qui c’è un ambivalente”, “qui c’è un dolore che non so ancora nominare ma so che è rabbia”.

Ogni parola in più, quando è una parola giusta, è un centimetro di libertà. Non perché ti renda migliore, ma perché ti rende meno ricattabile. Meno ricattabile dalle narrazioni prefabbricate. Meno ricattabile dalle appartenenze che chiedono linguaggi obbligatori. Meno ricattabile dall’urgenza di schierarti prima ancora di capire.

Libertà di pensiero è libertà di sospendere. C’è un gesto mentale che oggi sembra quasi proibito. La sospensione, ovvero la capacità di non reagire immediatamente, di non trasformare ogni stimolo in risposta.

La comunicazione contemporanea, soprattutto quella che vive di piattaforme e di velocità, spinge esattamente nel senso opposto. Ti addestra a reagire, ti premia se reagisci, ti punisce se esiti, ti costringe a prendere posizione prima che tu abbia davvero preso le misure del problema. E questo produce un paradosso. Più “parliamo”, meno pensiamo. Più commentiamo, meno comprendiamo. Più ci esponiamo, più ci uniformiamo.

La libertà di pensiero, allora, non è una dichiarazione.
È un’architettura interiore. È la capacità di tenere aperta una domanda senza riempirla subito di slogan raccogliticci. È la capacità di sopportare l’incompletezza, che è una virtù umana prima ancora che intellettuale.

Ci sono epoche in cui la repressione è esplicita. Ci sono epoche in cui l’imposizione è più elegante. Ti lasciano parlare, purché tu parli dentro un recinto semantico. Ti lasciano dissentire, purché tu usi le parole della contesa già stabilite. Ti lasciano esprimerti, purché tu lo faccia in forme che alimentano il circuito dell’attenzione e quindi dell’economia.

E qui il discorso si fa ancora più scomodo. Perché il controllo oggi non ha sempre la faccia del censore. Ha spesso la faccia dell’intrattenimento. Della semplificazione “friendly”. Del linguaggio aziendale che sterilizza il conflitto. Del linguaggio mediatico che riduce tutto a duello.

La liberazione, in questo senso, non è solo liberarsi da un nemico storico. È liberarsi dalle strutture linguistiche che replicano, in forma soft, la logica dell’obbedienza. È liberarsi dalla necessità di essere sempre vendibili, sempre performanti, sempre pronti a tradurre la propria esperienza in contenuto.

Libertà è poter dire “noi” senza cancellare l’“io”. C’è un altro equivoco frequente. Che la libertà sia un fatto individuale, solitario, eroico, indomito. Certo – banale a dirsi – esiste una dimensione personale. Ma la libertà, storicamente e linguisticamente, si declina al collettivo. Perché la lingua è un bene comune. Perché il discorso pubblico è un campo condiviso e perché la mia parola ha senso solo dentro una comunità che la può ascoltare, contestare, rilanciare.

Il 25 aprile ci ricorda anche questo. Che la libertà non è una proprietà privata. È una relazione. E come tutte le relazioni può degenerare, può essere tradita, può essere ridotta a scambio utilitaristico.

Libertà comunicativa significa allora costruire spazi in cui il dissenso non sia patologizzato. In cui il conflitto non sia immediatamente moralizzato. In cui la critica non sia automaticamente interpretata come attacco personale. In cui l’errore non sia una colpa eterna ma un’occasione di rettifica.
Significa anche riconoscere che la libertà di parola non è un diritto senza costo. Costa fatica. Costa ascolto. Costa la capacità di riformulare. Costa la capacità di stare dentro una conversazione lunga, non solo dentro una polemica breve.

La parola crea un clima. Distribuisce possibilità e impossibilità. Produce pubblici mentitori dediti alle ombre, aduggiamenti pericolosi. Chi riduce la libertà a “posso dire quello che voglio” spesso sta dicendo, in realtà, “posso non prendermi cura di ciò che faccio agli altri con le parole”. È una scorciatoia. E come tutte le scorciatoie conduce a un vicolo. Perché una società in cui la parola è solo arma diventa una società in cui tutti si difendono, e nessuno costruisce.

È poter dire il vero senza la pornografia dell’umiliazione. È poter criticare senza annientare. È poter nominare un problema senza trasformare ogni problema in un processo sommario.

E sì, c’è poi una libertà del silenzio. Ma il silenzio non è innocente per definizione. È affidabile solo se è leggibile come pausa, come ascolto, come rispetto del tempo altrui. Se invece diventa rimozione, omissione, disimpegno, allora è una forma di complicità passiva, una formula di fascismo. Anche questo il 25 aprile lo insegna, senza bisogno di proclami. Ci sono silenzi che proteggono la vita. E silenzi che proteggono il dominio.

Una delle malattie del discorso contemporaneo è l’irreversibilità. La frase detta resta lì come un marchio, anzi come un fossile. La posizione presa diventa identità e la correzione diventa tradimento. E così la conversazione si irrigidisce. Si militarizza. Si trasforma in appartenenza e si misura in demoscopia.

Ma la libertà di pensiero include la possibilità di rivedere. Di tornare sui propri passi. Di dire “mi sbagliavo” senza che questo venga usato come arma definitiva. Include la possibilità di apprendere.
Una cultura libera è quella in cui le persone possono attraversare la complessità senza essere inchiodate a un’etichetta. È quella in cui la dignità non dipende dall’infallibilità.

In termini comunicativi, questo significa costruire forme di dialogo che non siano trappole. Significa smettere di trasformare ogni conversazione in un ring. Significa praticare, anche nelle organizzazioni, anche nei contesti professionali, un’ecologia della parola. Dove la chiarezza non è brutalità e l’empatia non è acquiescenza.

Il 25 aprile come esercizio quotidiano per evitare liturgie e anestesie.

E qui la comunicazione entra come responsabilità concreta. Non solo per chi fa informazione, non solo per chi lavora nelle istituzioni o nelle redazioni, ma per chiunque abiti il discorso pubblico. Oggi ognuno di noi è, in una certa misura, un micro-media. Consegnati dall’Era Biomediatica, dove ci specchiamo nei media (ne siamo il contenuto) creati da noi stessi (che ne siamo anche i produttori).

La Liberazione, allora, è una manutenzione continua e ordinaria. È difendere lo spazio del senso. È difendere la possibilità di dire “questo è complicato” senza essere accusati di essere ambigui. È difendere la possibilità di dire “questa parola è ingannevole” senza essere accusati di censura. È difendere la possibilità di ascoltare una posizione diversa senza tradire i propri intendimenti e le proprie gerarchie.
E soprattutto è difendere la possibilità di parlare bene. Parlare bene non in senso estetico, ma in senso etico e politico. Parlare bene significa non usare la lingua come clava. Non usare la lingua come sedativo. Non usare la lingua come maschera.

Qui il cerchio si chiude. Libertà e comunicazione non sono due capitoli separati. Sono un circuito. Se non sono libero, non posso comunicare davvero, perché posso solo ripetere, nascondere, adattarmi. Se non so comunicare, la mia libertà resta privata, impotente, fragile, esposta alla manipolazione.

Il 25 aprile mi chiede di difendere le condizioni del disaccordo. Mi chiede di mantenere aperto lo spazio in cui le parole possono ancora essere strumenti di verità e non solo di potere. Mi chiede di ricordare che la democrazia non è un dispositivo automatico. È una conversazione difficile, a volte dolorosa, sempre incompleta. E proprio per questo viva.

La libertà non è un monumento. È un verbo. E come ogni verbo richiede coniugazione, tempo, responsabilità.

Si intenda: niente assoluzioni o indulgenze. Parlo d’altro, parlo di rifiutare con fermezza ogni degustazione cannibalesca da scaffale.