La Milanesiana
Femminile singolare?
Strano aggettivo sostantivato, quello derivato da “milanese”.
Somiglia al maschile singolare “Milan”,
che “l'è un gran Milan”,
ma – dicono – è un’eccezione.
Il resto, infatti, si declina sempre
al femminile.
Non è una boutade se mi dico invaghito della sua efficienza, della discrezione e dell’eleganza cosmopolita.
Che vi credete? Milano è una miniera verbale perché
sa funzionare, anticipare, organizzare.
Se vi intriga la discettazione, proviamo l’anamorfosi.
La città è un dispositivo storico, una forma di vita,
una macchina simbolica.
Dunque, perché Milanesiana?
Con calma. Avete fretta?
Con Carlo Emilio Gadda, razionalità produttiva, energia nervosa, efficienza tragica. Luogo della mente operativa, della precisione industriale, della tensione morale del lavoro moderno.
Una capitale dell’intelligenza che non si concede leggerezza.
C’è Franco Fortini, con la moralità civile, il conflitto, il rigore politico.
Per lui Milano è la città della coscienza critica, del dissenso organizzato, dell’editoria militante, del lavoro intellettuale come dovere civile.
Certo, Stendhal. Forse il primo a riconoscere in lei una città diversa dalle italianità pittoresche: meno monumentale, più europea, più concreta.
Quasi vocata all’anti-folklore.
Ma pure luogo di intensità vissuta, reale, corporea.
Non città-museo, ma città che si attraversa e si usa, per Hemingway.
E Luciano Bianciardi?
Una città che ti prende e ti usa, ma anche quella che offre opportunità a chi arriva. Crudele ma meritocratica, accelerata ma aperta.
E con Giorgio Bocca.
Qui una funzione nazionale: si sperimentano anticorpi civili,
forme di responsabilità pubblica, reazioni etiche ai disastri italiani.
Posso dimenticare Gio Ponti? Qui l’estetica non è decorazione, ma funzione. Qui il design è un linguaggio civile.
Rem Koolhaas insiste sul motore produttivo di idee.
Centro non appariscente, ma strategico della modernità globale.
C’è pure Umberto Eco, per il quale è il luogo dove i linguaggi
si contaminano: editoria, moda, media, pubblicità, università.
Una città che produce segni prima ancora che oggetti.
Non educa. Verifica. Non punisce l’errore, ma l’approssimazione. Premia la competenza, tollera poco la retorica, diffida dell’alibi. La sua etica è silenziosa, spesso ruvida, talvolta ingiusta. Ma non è mai arbitraria.
Accoglie chi arriva, ma non lo assolve.
Offre spazio, non protezione. Opportunità, non attenuanti.
L’inclusione, qui, non è una dichiarazione. È una prova quotidiana.
Nella sua sintassi segreta vi si scorgono il Biscione dei Visconti,
serpente che inghiotte un bambino, e la Scrofa Semilanuta,
mito fondativo ritrovato da Belloveso.
C’è di tutto nel suo sogno amniotico.
Orale, amorale, umorale, amatoriale.
Collaborale, corroborale, chiaroscurale, culturale.
Allodiale, cardiale, concoidale, confindustriale, congeniale, globale.
Tra fanfaluche e amor fati, per comprendere bisogna appartenere.
Oppure?
Oppure, con rarefatta intelligenza, tocca ricorrere alla farmacopea.
Che c’entra?
Tra antiche botteghe, tra le più nobili d’Italia, e radici industriali,
tra le più importanti d’Italia, c’è chi, per professione o vocazione,
è stato in grado di gestire la dispensazione, fornendo consulenza
su interazioni e controindicazioni.
C’è chi è stato comunicatore capace di ascoltare attivamente
le esigenze del paziente, trasmettendo fiducia e sicurezza.
Gentilezza e cortesia sono considerate qualità fondamentali, sapete?
Bello anche il caduceo, antico simbolo costituito da una verga con due serpenti intrecciati e talvolta alati, attributo di Ermes. Equilibrio tra forze opposte, rapidità del messaggero, commercio, saggezza.
Che matterie.
Che grullerie.
Che storie sedimentate.
Eccomi, al punto.
C’è una figlia d’arte, figlia dei farmacisti Giuseppe e Rina, laureata in farmacia.
Ha ceduto alle lusinghe degli speziali e dei complicati libri di farmacopea.
Ha rimediato presto, come direttrice editoriale della Bompiani per venticinque anni, pubblicando Tolkien, Saramago, Oz, Sebald, Houellebecq, Kureishi, Dicker, Cunningham, Coelho, Maalouf, Ben Jelloun, Tondelli, De Carlo, Veronesi, Nesi, Scurati, Eco, e chissà quali altri.
Ha unito scienza, storia, geografia, divinazione e letteratura.
Ne ha fatto una pozione curativa, dall’etimo garbato, irriducibile al fragore e ai tic retorici.
Solve et coagula.
Trasformare, migliorare, talvolta distruggere una forma per riaggregarla in una configurazione più pura.
Anti-dogmatica per eccellenza, come pure la città.
Forma di vita e macchina simbolica, come pure la città.
Accelerata ma aperta, come pure la città.
La Milanesiana, Milano ed Elisabetta Sgarbi,
a uno sguardo approssimativo, sono realtà differenti.
A uno sguardo attrezzato,
sono estensioni naturali del medesimo garbo fermo e risoluto.
Si legge, della Milanesiana:
«Fin dalla sua prima edizione, si propone come grande laboratorio di eccellenza di letteratura, cinema, musica, arte, scienza, filosofia…»
Ecco lo sguardo attrezzato.
Dispositivo storico, forma di vita, macchina simbolica.
C’è di che essere fieri, una volta ogni tanto, di essere milanesi,
lombardi, italiani.
Amici di Elisabetta, La Milanesiana.