Mutazione genetica nei media?

Meglio insistere. Cerchiamo insieme le ragioni di una mutazione in atto che è anche nostra. 

“Lei ha detto che il giornalismo è in crisi. Conferma?”.
“Ho riferito dell’altro e più incisamente. Siamo tutti in crisi. Il giornalismo riflette un orientamento generale”.
“Lei non mi sembra in crisi”.
“La sua percezione mi mette in crisi”.

Il dialogo tra sordi che riporto è realmente accaduto, con un piglio acrimonioso e petulante.
Come è finita?
Semplice, con una crisi di nervi.

Lo scambio fortuito, al di là del suo tono, non è una divergenza di opinioni, ma un corto circuito di statuto: ciò che per uno è crisi strutturale, per l’altro resta percezione soggettiva, difesa identitaria o fatica personale. 

Tra maquis locali e bookbullismo di genere, mi sono convinto che si debba riproporre una articolata riflessione sul giornalismo e sulle sue caratteristiche. Ho preso appunti, che di seguito elenco, senza alcuna pretesa di sintesi, anzi con il desiderio di promuovere un confronto che ben si sposi con le attuali necessità di chiarezza e lucidità.

Questo il mio assunto: la trasformazione del giornalismo classico non dovrebbe essere letta come una banale transizione di formato o di supporto.

Ci troviamo piuttosto di fronte a una mutazione genetica dei media, in cui cambiano simultaneamente la struttura del racconto, la posizione dell’enunciatore, il regime di verità e il tempo dell’esperienza informativa.

Parlare di mutazione genetica non implica un destino inscritto una volta per tutte, ma serve a nominare un mutamento che investe contemporaneamente le forme, i tempi e i criteri di legittimazione del senso, rendendo inservibili molte categorie ereditate.

I media non si limitano più a “mediare” il reale: lo co-producono, lo modulano in tempo reale, lo frammentano in flussi continui di attenzione, visibilità e reazione. In questo passaggio, il giornalismo perde il ruolo di infrastruttura stabile della sfera pubblica e diventa una funzione intermittente dentro ecosistemi più vasti, governati da piattaforme, algoritmi e logiche performative. Parlare di mutazione genetica significa allora riconoscere che non è mutato solo ciò che viene raccontato, ma il modo stesso in cui il senso si organizza, circola e si legittima nello spazio pubblico contemporaneo.

Come dicevo al mio caro interlocutore, “siamo tutti in crisi. Il giornalismo riflette un orientamento generale”.

La riflessione è intrigante. Guardiamoci dentro con il contributo di alcuni autori che non compongono un coro armonico, né un quadro teorico unificato, ma disegnano una costellazione di diagnosi che, da angolature diverse e talvolta incompatibili, intercettano uno stesso slittamento di fondo.

Jürgen Habermas ha formulato un passaggio epistemologico importante. Per l’autore della “Scuola di Francoforte” il giornalismo classico si intende come infrastruttura discorsiva della sfera pubblica borghese. La sua crisi coincide con la colonizzazione del discorso pubblico da parte di mercato, pubblicità e logiche sistemiche, che trasformano l’informazione in comunicazione strategica.

Il professore della Columbia University Michael Schudson aggiunge un passaggio importante sulla cosiddetta oggettività giornalistica, sostenendo che essa non abbia un valore eterno, ma sia una tecnologia professionale storicamente situata, nata per rispondere a contingenze politiche, economiche e culturali. La sua erosione segnala il mutamento dell’ecosistema, non una semplice “decadenza” etica.

Che dire del maestro Marshall McLuhan? Per lui – lo ricordo – il passaggio da stampa a media elettronici ha ridefinito la struttura percettiva e cognitiva del pubblico. Il giornalismo cambia non solo nei contenuti, ma nella forma-tempo del racconto, tra simultaneità, frammentazione e tribalizzazione.

C’è poi tutta una filiera di posizioni sul giornalismo inteso come postura, che merita di essere ripercorsa a partire da Neil Postman, il quale riflette sulla trasformazione del giornalismo in intrattenimento e sulla conseguente perdita di profondità argomentativa, a favore della prevalenza della forma spettacolare sulla funzione informativa.

Per Gaye Tuchman le notizie sono costruzioni sociali routinizzate. La crisi del giornalismo classico nasce quando le routine professionali non riescono più a stabilizzare il caos informativo.

Anche Barbie Zelizer individua una mutazione importante: il giornalismo non è solo un mestiere ma una comunità interpretativa. La trasformazione consiste nello sgretolarsi delle narrazioni fondative condivise, dalla missione all’autorevolezza, fino alla figura del testimone.

Allarmi anche da Bill Kovach e Tom Rosenstiel, per i quali il giornalismo come disciplina di verifica entra in progressiva nuova luce. La crisi nasce quando verifica, indipendenza e accountability vengono subordinate a velocità, engagement e polarizzazione.

E poi Nick Couldry, José van Dijck, Cass Sunstein. Per il primo, la crisi del giornalismo è crisi del potere simbolico, con le piattaforme che ridefiniscono chi può contare come voce. Per il secondo, la trasformazione del giornalismo è inseparabile dalla “piattaformizzazione” della sfera pubblica, dove valori editoriali e logiche algoritmiche entrano in conflitto strutturale. Infine, dal pubblico condiviso agli echo chambers, il giornalismo perde la funzione di spazio comune deliberativo.

Queste letture, prese insieme, non offrono una soluzione, ma delimitano un campo di tensione entro cui il giornalismo ha progressivamente smesso di sapere con esattezza che cosa stesse facendo mentre continuava a farlo.

E dunque?

Il mutamento in atto non mette in crisi il giornalismo. Al contrario, l’informazione continua a essere richiesta, sollecitata, incessantemente interrogata. A mio parere, ciò che potrebbe venir meno è una funzione che il giornalismo aveva progressivamente assunto nel contesto digitale, spesso senza tematizzarla esplicitamente e dandola per acquisita. Per un lungo periodo il giornalismo, soprattutto online, ha funzionato come un dispositivo di soglia, un luogo di passaggio tra ciò che non si sapeva e ciò che diventava conoscibile, tra la domanda emergente del lettore e una risposta culturale organizzata, tra l’evento e la sua iscrizione in un orizzonte interpretativo condiviso.

Che questa funzione fosse una vocazione strutturale o una configurazione storicamente contingente resta una questione aperta, ma è difficile negare che abbia costituito per lungo tempo uno dei modi principali attraverso cui l’informazione organizzava l’esperienza del sapere comune.

Questa funzione di soglia non si è semplicemente indebolita, ma risulta oggi strutturalmente erosa. I sistemi di risposta automatica intercettano la domanda prima che essa incontri un percorso editoriale, fornendo un esito immediato che non richiede attraversamento, esposizione, né mediazione. In questo senso il giornalismo rischia di perdere centralità non per una presunta caduta di qualità (che rimane e alta), ma perché non coincide più con il gesto cognitivo oggi dominante.

Questo spostamento della domanda non è però un accidente esterno: è anche il risultato di pratiche, scelte e compromessi che il giornalismo stesso ha progressivamente interiorizzato nel tentativo di adattarsi all’ecosistema digitale.

Il nodo non riguarda dunque il miglioramento dei contenuti in sé, ma il riconoscimento del fatto che la domanda informativa contemporanea non cerca più un varco da attraversare, bensì una "soluzione da ottenere".

A questa trasformazione si affianca il collasso di un modello implicitamente pedagogico che il giornalismo digitale aveva ereditato e praticato senza mai dichiararlo come tale. Informare ha significato per anni insegnare a leggere il mondo attraverso testi, proporre gerarchie di rilevanza, costruire una memoria progressiva degli eventi, accompagnare il lettore dentro una continuità interpretativa.

La crisi del traffico digitale (utile la lettura del precedente post) non segnala il rifiuto di questa funzione, bensì la sua progressiva invisibilità rispetto a pratiche cognitive percepite come più rapide, più economiche in termini attentivi, meno vincolanti.

In questo scenario un giornalismo che continua a operare prevalentemente come aggregatore generico, come distributore di aggiornamenti o come fornitore di sintesi rapide entra in una competizione frontale con sistemi che risultano strutturalmente più efficaci in quel medesimo compito. Si tratta di una competizione persa in partenza, non per ragioni contingenti ma per asimmetria architetturale.

Un’ulteriore conseguenza riguarda la crescente inconsistenza epistemologica della categoria di pubblico generalista.

La dissoluzione del pubblico generalista, infatti, non è soltanto un problema di target o di modelli di business, ma investe la possibilità stessa di un’esperienza informativa condivisa, con conseguenze che eccedono il perimetro del giornalismo.

Questa definizione poteva avere senso in un regime informativo fondato sulla scarsità dell’accesso, sulla necessità del filtro, sulla condivisione forzata dell’esposizione. Nel regime della risposta diretta il soggetto non si espone più a un flusso, ma interroga una funzione. Il pubblico smette di configurarsi come collettività relativamente stabile e diventa una sommatoria di richieste situate, intermittenti, non sincronizzate.

Un giornalismo che continua a parlare indistintamente a tutti rischia di perdere progressivamente ogni interlocutore riconoscibile. Meglio l’oratoria forcaiola polarizzante piuttosto che banali narrazioni sudate.

È a partire da questo sfondo che la questione della fiducia torna a imporsi, non come correttivo tecnico o morale, ma come problema di architettura narrativa e di postura cognitiva.

Visto così, il quadro generale e la questione della fiducia non possono essere affrontati nei termini tradizionali della scontata credibilità o della verifica fattuale. Si tratta di presupposti indispensabili, ma non più sufficienti. La fiducia non si ricostruisce moltiplicando le fonti né irrigidendo i protocolli di controllo, bensì intervenendo sul patto narrativo che lega chi scrive a chi legge.

Nel regime informativo precedente la fiducia era ancorata soprattutto all’accuratezza, all’affidabilità e all’autorità della fonte. Oggi questi elementi restano necessari, ma hanno perso la loro capacità di distinguere una voce dall’altra. Anzi, da soli, rischiano di diventare tic retorici.

La fiducia è di tipo strutturale, riguarda il modo in cui il mondo viene raccontato, la stabilità degli strumenti interpretativi introdotti, la continuità della postura cognitiva adottata nel tempo. Il lettore non chiede più soltanto se ciò che legge sia vero, ma se quello sguardo sia abitabile, se possa entrarvi senza sperimentare una costante sensazione di disorientamento. Il lettore accorto, caratterizzato certamente da un metabolismo accelerato, chiede meno contenuti blockbuster e più ambienti riconoscibili, abitabili.

Assumere una traiettoria interpretativa - di questo vorrei parlare - non mette tuttavia al riparo da nuove forme di opacità; espone anzi il giornalismo al rischio di trasformare la coerenza in recinto e la continuità in auto-rassicurazione.

La fiducia narrativa si produce quando una voce giornalistica smette di reagire esclusivamente all’attualità e inizia a costruire un mondo leggibile. Questo comporta una riduzione dell’ansia di copertura totale e l’abbandono dell’illusione di completezza.

Non si tratta di rinunciare alla complessità in nome di una posizione, ma di riconoscere che una neutralità assoluta, quando non è dichiarata né argomentata, tende oggi ad apparire opaca o addirittura algoritmica. Il lettore, oggi, accetta l’incompletezza, ma difficilmente accetta l’incoerenza.

Nel regime dell’intelligenza artificiale generativa ciò che è generico tende a essere riassunto, ciò che è neutro a essere sostituito, ciò che è standard a essere ottimizzato. La fiducia prende forma laddove il contenuto non è riducibile a una risposta, non è separabile dalla voce che lo produce e conserva una memoria interna che lo rende non intercambiabile. Questo comporta inevitabilmente una contrazione quantitativa del pubblico, ma consente di ricostruire una continuità qualitativa nel tempo.

Infine, la fiducia narrativa presuppone un diverso rapporto con il tempo. Un giornalismo che aspiri a sopravvivere alla disintermediazione cognitiva non può competere con l’intelligenza artificiale sul terreno della velocità o della reattività. 

Deve piuttosto spostarsi altrove, nella ricorsività che torna sui temi senza consumarli, nella stratificazione che non azzera continuamente i contesti, nella responsabilità di esposizione che assume nel tempo le conseguenze di ciò che racconta.

La fiducia nasce quando il lettore avverte che qualcuno resta sulle cose mentre tutto accelera.

Questo mutamento del patto narrativo non riguarda solo l’informazione in senso stretto, ma investe più ampiamente il modo in cui il linguaggio pubblico, e in particolare quello politico, ha progressivamente rinunciato alla complessità come risorsa.

Cosa ne pensate? Grullerie o amor fati? Ciò di cui non si può parlare è opportuno tornare a ragionare. Insieme.