Pasqua come grammatica dell’irreversibile

Ho proprio voglia di rileggere Bultmann e Barth.

Nel post precedente ho chiamato “nicchie linguistiche” quegli ambienti in cui la morte non è un tabù muto né un oggetto da consumare, ma un oggetto legittimo di parola: con regole, tempi, ruoli, limiti. Ricordate?
Tra tutte, la nicchia liturgica è forse la più istruttiva, perché non si limita a “parlare di morte”: la mette in scena come evento che attraversa il linguaggio e lo costringe a una posa responsabile. E lo fa, soprattutto, nel luogo dove il cristianesimo misura la propria verità: la Pasqua

Qui provo a dilatare la riflessione fino a un incrocio per me decisivo della teologia del Novecento: Rudolf Bultmann e Karl Barth, letti non come citazioni d’autorità, ma come due modi opposti (e complementari) di comprendere che cosa significhi dire Pasqua oggi—cioè dire morte e vita senza ridurle a cronaca, a sterile mito (nell’accezione come forma simbolica precritica, non come menzogna) o a puro intimismo.

Preciso un passaggio preliminare: la liturgia non è solo un “affaire” religioso, è un dispositivo del dire. E la sua forza non sta nel “dire meglio” della conversazione ordinaria, ma nel rendere possibile un tipo di parola che altrove collassa.

Nel post precedente l’ostacolo contemporaneo era l’addestramento della lingua alla reversibilità, alla soluzione, alla chiusura rapida. La liturgia, al contrario, impone una temporalità che non si può ottimizzare perché prevede e contempla la ripetizione, l’attesa, la durata, il silenzio. 

La liturgia trasforma le formule in responsabilità, non in cliché. Fuori dalla nicchia liturgica, le formule sul morire tendono a diventare automatismi; dentro, la formula è vincolata da un contesto che ne preserva il peso: posture, gesti, ruoli, comunità. Per questo la liturgia può usare ripetizione senza scadere necessariamente nel vuoto: la ripetizione non è inflazione, è memoria regolata.

Non solo. La liturgia tiene insieme il singolare e il comune. Uno dei nodi della mia insistenza è la riflessione sulla perdita di un discorso che tenga insieme finitezza individuale e responsabilità collettiva del ricordare. 

La liturgia, quando funziona, fa proprio questo: la morte di uno non è solo “un caso”, e non è solo “il dolore di qualcuno”: è un evento che viene attraversato dalla comunità mediante forme (linguaggi, pose, prossimità) condivise. 

Certo, la liturgia può fallire, può diventare automatismo, può scivolare essa stessa in spettacolo.

La Pasqua, da questo punto di vista, non è una data nel calendario ma un modo di articolare morte e vita in un’unica traiettoria simbolica (passione–morte–risurrezione) che diventa accessibile non come informazione, ma come partecipazione. Nei linguaggi liturgici contemporanei questo è spesso chiamato “mistero pasquale: un concetto che descrive insieme l’evento salvifico e il modo in cui l’evento diventa presente nella celebrazione. 

Questo punto è decisivo. La liturgia non “spiega” l’irreversibile, ma lo custodisce dentro un ordine che non è burocratico né spettacolare. E nella custodia c’è già un’etica del linguaggio: la parola non invade, non chiude, non pretende di risolvere; accompagna.

Rudolf Bultmann è utile qui perché costringe a una domanda radicale: che cosa significa dire “Cristo è risorto” in un mondo che non abita più il linguaggio mitologico del Nuovo Testamento? La sua risposta non è scartare la Pasqua, ma ricollocarla: il centro non è una cronaca verificabile nei termini della storiografia moderna, bensì la proclamazione (Kerygma) che interpella l’esistenza qui e ora.

Nei miei lunghi studi teologici, mi ha sempre interpellato l’utilità di affrontare l’interpretazione del nucleo del messaggio cristiano senza l’impalcatura mitologica del I secolo, non più comprensibile per l’uomo contemporaneo.

Evito apposta di entrare nella complessa questione storica dei racconti pasquali e della loro stratificazione: ciò che mi interessa è il funzionamento simbolico e linguistico della Pasqua come dispositivo del dire, non la sua genesi testuale.

La disputa con Karl Barth, se non ricordo male, ruota proprio su questo punto: Bultmann teme che, se si definisce la risurrezione “non storica” (nel senso della scienza storica moderna) ma la si afferma comunque come accaduta, si introduca una zona ambigua di “storia” sottratta a ogni criterio, e dunque linguisticamente instabile. 

Detto in altre parole, per il teologo evangelico tedesco affermare la risurrezione come fatto storico (come fa Barth) crea un evento sradicato dalla realtà concreta, sottratto a ogni criterio critico. Una risurrezione intesa come Historie diventa mythos che tenta di oggettivare Dio, rendendo la fede un'accettazione intellettuale di un miracolo.

Barth prende sul serio la critica di Bultmann alla verificabilità storica, ma rifiuta la conclusione implicita: che il non dimostrabile rischi di diventare non accaduto o solo interno. 

Nella disputa, accetta che la risurrezione non sia un fatto storico (non nel senso comune del termine), affermabile con i mezzi della storiografia moderna, ma non per questo rinuncia a dire che è accaduta; e, proprio per evitare l’ambiguità, insiste su un punto: l’evento pasquale è un atto di Dio che non si lascia catturare dai presupposti del metodo storico moderno, senza per questo dissolversi nel soggettivo. Sto forzando consapevolmente le posizioni per farle lavorare come figure del problema linguistico, non come dottrine da manuale.

Vi gira la testa? È giusto, perfettamente coerente con l’importanza di queste riflessioni.

Torno alla liturgia, al suo cuore, che è un luogo in cui il cristianesimo dichiara che la Pasqua non è soltanto un fatto passato, né soltanto un simbolo psicologico, ma una realtà che si rende presente nella parola e nel rito. 

Bultmann mette a fuoco un aspetto che torna perfettamente nella mia riflessione, pur non essendo questa una sede accademica: la parola non è un ornamento della morte, è il luogo in cui la morte viene presa in carico senza essere ridotta a oggetto (inteso in senso grammaticalepragmatico e non epistemologico).

Detto in altre parole (le mie, pure stentate ma accorate): Bultmann spinge a pensare una “parola che sappia morire” non come parola che descrive, ma come parola che accade, e nel suo accadere trasforma l’ascoltatore—non perché lo consola, ma perché lo pone davanti alla decisione. Un inciso: morire qui si intende non come annullarsi, ma come rinunciare alla pretesa di chiusura e di controllo.

Se mettiamo insieme Bultmann e Barth senza forzarli a una sintesi artificiale, otteniamo una cosa molto utile. Siamo di fronte a due modi diversi di spiegare perché la liturgia è un laboratorio di dicibilità.

Nella mia cornice, tutt’altro che definitiva e accademica (dunque senza alcun sprezzante conclusione), significa che la nicchia liturgica resiste sia alla “rimozione statistica” sia alla “spettacolarizzazione”, perché possiede una grammatica (come insieme di vincoli che rende possibile un dire responsabile, non una teoria) in cui il silenzio ha funzione, la formula ha peso, e la parola non è rumore ma atto responsabile. 

Se nel mio precedente contributo la posta in gioco era “restituire alla parola la sua mortalità”, la liturgia mostra un paradosso fecondo: la parola diventa più viva quando accetta di non essere onnipotente.
La Pasqua, celebrata, è il punto in cui il cristianesimo non nega l’irreversibile (la morte c’è, pesa, ferisce), ma lo attraversa senza trasformarlo in oggetto manipolabile.

Ed è qui che la nicchia liturgica illumina la mia diagnosi contemporanea: non basta “parlare di più” o “parlare meglio”; occorre un ambiente del dire che autorizzi la lentezza, la memoria, la responsabilità, e che impedisca alla lingua di diventare un algoritmo di reazione. 

La liturgia, almeno in potenza, è questo ambiente. Interessante, no?