Ancora sull'errore

Rischio, tragedia o esperienza conoscitiva?

Se siete sopravvissuti all’ennesimo momento formativo aziendale è perché avete superato il confronto con espressioni del tipo: “Dobbiamo imparare ad accettare l’errore”. È, in effetti, una frase che suona bene, perché promette libertà, ma proprio per questo risulta ai più preparati alquanto sospetta. “Accettare” è spesso un verbo anestetico. 


Contiene una carezza ma non esplicita un metodo. E soprattutto mette l’errore nel posto sbagliato, quello dell’incidente che capita, del prezzo da pagare per andare avanti, della macchia da tollerare finché impossibile da cancellare. 

Sul tema, nei convegni e su questo blog, sono già intervenuto diverse volte e non sempre proficuamente, ma con particolare insistenza. 


Lo ribadisco: l’errore non è un rischio da “gestire”. È un dispositivo di conoscenza.

Un acceleratore di verità. E, se abbiamo il coraggio di dirlo fino in fondo, è una materia progettuale. 


Un errore non dice soltanto che qualcosa è andato storto.

Dice come stiamo pensando. E lo dice con una chiarezza che l’autonarrazione, di solito, non concede.

Lo dico meglio: nel racconto che facciamo di noi stessi siamo competenti, coerenti, ragionevoli, ma nell’errore siamo maggiormente esposti. 


Di più. Ogni errore possiede una sorta di grammatica perché mostra quali categorie stiamo usando per leggere il mondo, quali relazioni riteniamo plausibili, quali impliciti mettiamo in campo senza accorgercene.

C’è l’errore di chi confonde priorità e urgenza, e rivela un modello mentale centrato sul rumore. C’è l’errore di chi scambia consenso per assenza di conflitto, e rivela un’idea fragile di comunità. C’è l’errore di chi cerca sempre una causa unica, e rivela una difficoltà con la complessità. C’è l’errore di chi non delega, e rivela un immaginario del controllo come garanzia morale.


Poi, tanti altri, più legati ad aspetti tecnici o di processo, talvolta incauti, talvolta nemmeno prevedibili. 

In questa prospettiva, l’errore diventa leggibile come segno che rinvia a una struttura. Una spia che non serve a colpevolizzare, ma a diagnosticare.

Il punto, allora, non è “ammettere” l’errore. È interpretarlo. Trattarlo come traccia di un paradigma operativo. E chiedersi, con una domanda più precisa della solita “di chi è la colpa”, qualcosa del tipo: quale ipotesi implicita mi ha portato qui? 

La differenza è enorme perché la colpa chiude mentre l’ipotesi apre. 


Sul concetto mi sembra corretto insistere. Sapete perché? Perché l’attribuzione di una colpa è volta a individuare un colpevole. Una postura più accorta e intransigente, invece, cerca e affina le ipotesi perché diventa fondamentale individuare il modello. E i modelli, si sa, sono sempre modificabili. 


In un mio libro di prossima pubblicazione, avverto un facile errore di banalizzazione. Quando l’errore viene considerato un inciampo, tutta l’energia del sistema va in due direzioni: minimizzare il danno e ripristinare l’ordine.

È comprensibile, certo. Ma è anche il modo più sicuro per perdere la conoscenza che l’errore porta con sé. Perché l’errore ha una finestra temporale. Se lo chiudi subito con una toppa, ti resta l’illusione di aver risolto. Se lo abiti per un momento, ti resta una comprensione nuova. 


Qui entra in gioco l’idea di area. L’area non è un posto comodo, ma è un posto generativo. È quel punto in cui non sei più dentro una vecchia certezza e non sei ancora dentro una nuova. È un territorio intermedio, fragile, spesso attraversato da vergogna e difesa. Proprio per questo apre a una sfida epistemologica perché ti costringe a nominare, a distinguere, a vedere ciò che prima era invisibile perché coperto da automatismi, tic retorici, bias. 


Pensiamo a quanto spesso l’errore venga “chiuso” con una frase rapida. È stata una distrazione. È stato un fraintendimento. È stata sfortuna. Sono etichette che funzionano come un tappo cognitivo. Mettono una parola al posto di una ricerca approfondita. L’area epistemologica, invece, impone un’altra postura, non punitiva, ma interpretativa. 


E c’è un effetto culturale collaterale, tutt’altro che secondario. Una comunità che tratta l’errore come area produce linguaggi più fini. Impara a distinguere tra dato e interpretazione. Tra intenzione ed esito. Tra responsabilità e colpa. Tra limite del processo e limite della persona. In altre parole, diventa meno brutale e più intelligente. Più capace di diagnosi e meno dipendente dalla punizione come forma di gestione del reale. 


Si badi. Non tutti gli errori sono uguali e qui serve una distinzione netta, senza moralismi ma con un sano rigore. 


Errore fecondo è quello che aumenta informazione, che produce conoscenza. Non perché sia “bello sbagliare”, ma perché l’errore, in certe condizioni, produce una differenza. Fa emergere una variabile ignorata. Rivela una correlazione nascosta. Smonta una falsa evidenza. Costringe a ripensare un processo. L’errore fecondo è spesso un errore di esplorazione. Accade quando stai testando i confini, quando provi una strada nuova, quando metti alla prova un’ipotesi. È l’errore che, una volta letto, ti lascia più competente di prima. 


Errore anestetizzato, invece, è quello che non insegna nulla. O meglio, potrebbe insegnare, ma viene neutralizzato da un insieme di pratiche difensive. Si ripete uguale a sé stesso. Ha la struttura della ricaduta. Non perché le persone siano incapaci, ma perché il sistema impedisce di trasformare l’errore in conoscenza. L’anestesia prende molte forme. La più comune è la retorica del “capita”. Un’altra è la fretta. Un’altra ancora è la teatralizzazione della colpa, che produce paura e quindi occultamento. E poi c’è l’anestesia più sottile, quella del linguaggio standardizzato: quando ogni errore viene raccontato con le stesse parole, e dunque reso indistinguibile, e dunque inassimilabile. 


La domanda decisiva non è “come evitiamo l’errore”. È “come evitiamo l’anestesia”. Perché l’errore, anche quando costa, può diventare capitale cognitivo. 

Qui sta il punto che spesso spaventa, perché implica una responsabilità più alta della semplice tolleranza.

Progettare l’errore significa costruire contesti in cui sia possibile sbagliare in modo informativo senza distruggere fiducia, reputazione, relazione.

Significa creare ambienti dove l’errore non viene né glorificato né punito, ma letto, codificato. 

Progettare l’errore non vuol dire cercare il fallimento.

Vuol dire rendere l’apprendimento una funzione strutturale, non un accidente postumo. Vuol dire introdurre intenzionalmente margini di prova, micro-sperimentazioni, prototipi, simulazioni, revisioni tra pari, rituali di debriefing che non siano processi mascherati. Vuol dire separare, quando possibile, i luoghi dell’esplorazione dai luoghi dell’esecuzione. Perché confondere i due produce l’errore peggiore: quello che nasce dalla paura di sbagliare. 


C’è una frase che andrebbe scolpita nelle culture organizzative, ma non come slogan motivazionale. Come regola epistemica. "Chi non può sbagliare, non può conoscere". Se non puoi sbagliare, non sperimenti. Se non sperimenti, non distingui. Se non distingui, non impari. E se non impari, ripeti. La ripetizione è fin troppo comoda ma finisce con il diventare una forma lenta di ignoranza. 

Naturalmente qualcuno obietterà, ed è giusto. In certi ambiti l’errore è inaccettabile, perché ha conseguenze irreparabili. Ma proprio lì, dove l’errore non è consentito, la progettazione dell’errore diventa ancor più necessaria. 


Perché l’unico modo di ridurre davvero l’errore è creare dispositivi che lo anticipino in forme controllate, che lo rendano visibile prima che diventi catastrofe. 

La cultura della punizione non riduce l’errore. Riduce la sua dichiarazione. E quando un errore non viene dichiarato, non viene nemmeno conosciuto. Resta nel sistema come una crepa silenziosa. 


Se l’errore è “colpa”, produrrà difesa. Se l’errore è “fallimento”, produrrà stigma. Se l’errore è “incidente”, produrrà fatalismo. Se l’errore è “dato”, produrrà analisi. Se l’errore è “ipotesi smentita”, produrrà ricerca. Se l’errore è “area espistemologica”, produrrà trasformazione. 


La posta in gioco, allora, non è la morale. È l’epistemologia quotidiana. 

È decidere se vogliamo vivere in sistemi che proteggono l’immagine o in sistemi che producono conoscenza. Nel primo caso avremo persone che sembrano impeccabili e processi opachi. Nel secondo avremo persone fallibili e processi intelligenti. 

E io, senza alcun romanticismo dell’imperfezione, scelgo i secondi. Perché la verità non è un premio per i perfetti. 


E l’errore, quando smette di essere vergogna e diventa metodo, è una delle aree epistemologiche più fertili che abbiamo.