Che vergogna
Un’altra emozione declassata dal discorso pubblico.
«Ho sempre avuto voglia di scrivere libri di cui poi mi fosse impossibile parlare, libri che rendessero insostenibile lo sguardo degli altri.»La quarta di copertina di “Vergogna” non lascia margini di ripensamento. Per Annie Ernaux, un episodio di violenza domestica a cui assiste da bambina è l’innesco di una lotta impari con un’emozione complessa e secondaria.
Per il Premio Nobel per la letteratura 2022, la vergogna è uno dei metodi per accedere alla vita adulta.
Ernaux non è qui un semplice aggancio letterario, ma un indicatore. Mostra come la vergogna costruisca soglie d’accesso alla vita adulta e, insieme, condizioni di dicibilità, cioè forme concrete attraverso cui un’esperienza diventa raccontabile senza distruggere chi la pronuncia.
Ma cos’è questa emozione che oggi sembra aver perso legittimità nel discorso pubblico? Non perché sia stata superata, né perché abbia cessato di caratterizzarci, ma perché in molte arene ad alta visibilità la sua evocazione è diventata difficile da sostenere, poco convertibile nei format che producono riconoscimento immediato.
Ma cos’è questa emozione che oggi sembra aver perso legittimità nel discorso pubblico? Non perché sia stata superata, né perché abbia cessato di caratterizzarci, ma perché in molte arene ad alta visibilità la sua evocazione è diventata difficile da sostenere, poco convertibile nei format che producono riconoscimento immediato.
Ingombrante sul piano teorico, ambigua sul piano politico, scarsamente spendibile sul piano retorico. Non produce consenso rapido, non attiva appartenenze istantanee, non si lascia tradurre con facilità nei linguaggi pronti all’uso che oggi dominano la circolazione del giudizio.
Proprio questa marginalizzazione, più che il tema in sé, merita attenzione. Quando, nelle pratiche di giudizio pubblico, un’emozione perde legittimità discorsiva, qualcosa cambia non solo nel sentire individuale, ma nella grammatica morale collettiva. Cambia ciò che una società considera dicibile, mostrabile, rivendicabile, praticabile. Non perché le emozioni “comandino” la storia, ma perché organizzano, spesso in modo silenzioso, le soglie attraverso cui la storia diventa esperienza condivisa e linguaggio comune.
La vergogna, in questa prospettiva, non è mai stata soltanto un fatto privato.
Proprio questa marginalizzazione, più che il tema in sé, merita attenzione. Quando, nelle pratiche di giudizio pubblico, un’emozione perde legittimità discorsiva, qualcosa cambia non solo nel sentire individuale, ma nella grammatica morale collettiva. Cambia ciò che una società considera dicibile, mostrabile, rivendicabile, praticabile. Non perché le emozioni “comandino” la storia, ma perché organizzano, spesso in modo silenzioso, le soglie attraverso cui la storia diventa esperienza condivisa e linguaggio comune.
La vergogna, in questa prospettiva, non è mai stata soltanto un fatto privato.
Ha agito a lungo come regolatore. Una soglia emotiva che precedeva la norma e talvolta ne riduceva il bisogno, introducendo un freno interiorizzato al gesto prima ancora che alla sua sanzione.
Per lungo tempo questo freno ha contribuito, in un certo qual modo, a regolare la convivenza.
Non perché fosse giusto in senso morale, e nemmeno perché fosse universalmente equo, ma perché era condiviso come codice culturale.
La vergogna indicava (offriva?) un limite prima che il limite fosse tale per legge, segnalava un eccesso prima che l’eccesso fosse formalizzato come violazione, interrompeva un’azione prima che producesse danno.
In questo senso funzionava come un dispositivo prenormativo: non imponeva dall’esterno, ma tratteneva dall’interno, perché rendeva percepibile, prima dell’atto, lo sguardo del contesto. Non un tribunale, ma l’anticipazione di un “noi” spesso implicito e tuttavia efficace.
In questo senso funzionava come un dispositivo prenormativo: non imponeva dall’esterno, ma tratteneva dall’interno, perché rendeva percepibile, prima dell’atto, lo sguardo del contesto. Non un tribunale, ma l’anticipazione di un “noi” spesso implicito e tuttavia efficace.
Oggi quella funzione appare, in molti contesti, indebolita o respinta. E ciò che ne deriva non è automaticamente una maggiore responsabilità, bensì una forma diversa di esposizione, più continua e più competitiva, che ha modificato il modo in cui il discorso pubblico si produce, circola e si valuta.
Dire che la vergogna è stata declassata non significa che le persone abbiano smesso di provarla. Significa che, in larga misura, essa ha perso la sua funzione regolativa collettiva, quel ruolo di sensore comune capace di introdurre misura prima dell’atto e non solo dopo.
Dire che la vergogna è stata declassata non significa che le persone abbiano smesso di provarla. Significa che, in larga misura, essa ha perso la sua funzione regolativa collettiva, quel ruolo di sensore comune capace di introdurre misura prima dell’atto e non solo dopo.
Là dove operava una dinamica di ritiro e contenimento, oggi si osserva più spesso uno spostamento del controllo: dal limite interiorizzato alla regolazione esterna, affidata alla reazione pubblica e alla sanzione sociale, rapide, intermittenti, talvolta sproporzionate. Il freno non è scomparso, ma ha cambiato collocazione.
Il vuoto lasciato da una vergogna condivisa non è stato occupato dal silenzio.
Il vuoto lasciato da una vergogna condivisa non è stato occupato dal silenzio.
È stato occupato dalla proliferazione delle parole. La parola si è intensificata fino a trasformarsi, talvolta, in obbligo: presentata come emancipazione e spesso vissuta come prestazione identitaria e morale. In questo processo l’indignazione tende a sostituire la vergogna come emozione pubblica legittima.
Non perché sia “migliore”, ma perché è più compatibile con la circolazione rapida dei giudizi, più facilmente condivisibile, più adatta a produrre riconoscimento immediato. Dove la vergogna imponeva un costo soggettivo e un tempo di rielaborazione, l’indignazione riduce il tempo e aumenta il rendimento simbolico, offrendo una postura morale immediatamente riconoscibile. Il rischio è che la valutazione sostituisca la responsabilità e che il giudizio preceda l’elaborazione.
Occorre però una distinzione che è insieme storica e politica, e che non conviene eludere. La vergogna, nella sua lunga storia sociale, non è stata soltanto un freno alla violenza o all’arbitrio. È stata anche, e talvolta soprattutto, un freno all’emancipazione.
Occorre però una distinzione che è insieme storica e politica, e che non conviene eludere. La vergogna, nella sua lunga storia sociale, non è stata soltanto un freno alla violenza o all’arbitrio. È stata anche, e talvolta soprattutto, un freno all’emancipazione.
Per secoli ha funzionato come dispositivo di contenimento delle aspettative, come regolazione asimmetrica del desiderio. Non si è limitata a segnalare ciò che era eccessivo. Ha contribuito a stabilire ciò che era pensabile, accessibile, legittimo per alcuni e non per altri. Ha insegnato a non chiedere, a non esporsi, a non aspirare, a non oltrepassare il perimetro assegnato. In questa prospettiva, la vergogna non agiva soltanto come freno dell’azione, ma come anestesia del possibile.
Mai stata neutra, ha finito per incidere soprattutto sui corpi e sulle soggettività marginalizzate, fino a trasformarsi in una pedagogia della rinuncia interiorizzata. Non serviva la repressione quando bastava l’arrossire anticipato. Non serviva la sanzione quando il limite era già incorporato come autocensura. In molte epoche, la vergogna è stata una forma efficace di governo delle disuguaglianze proprio perché agiva dall’interno, producendo obbedienza senza bisogno di comando. È anche per questo che le culture dell’emancipazione l’hanno combattuta. La liberazione dalla vergogna non è stata un capriccio, ma una necessità storica. E tuttavia, nel processo di liberazione, qualcosa rischia di essersi perso. Non la vergogna come strumento di controllo, ma la vergogna come esperienza del limite; non la vergogna che riduce il possibile, ma quella che riduce il danno.
Ne risulta un’ambivalenza non aggirabile: emancipazione necessaria e perdita di una soglia, liberazione e rischio di esposizione, sottrazione al controllo e indebolimento di un freno che talvolta preveniva il danno.
E il pudore? I due termini vengono spesso confusi, eppure svolgono funzioni diverse nel rapporto tra individuo, corpo, linguaggio e spazio pubblico. Pur condividendo una radice etimologica, operano su temporalità differenti e non sono intercambiabili. Definirei il pudore una sorta di emozione di soglia. Agisce prima che qualcosa accada. Non reagisce a una violazione, la previene. È una forma di intelligenza del confine che segnala la vulnerabilità dell’intimità prima che venga esposta. È una cura del limite, un’attenzione preventiva alla relazione, il riconoscimento che non tutto ciò che è dicibile o mostrabile è per questo neutro o innocuo.
La vergogna, al contrario, interviene spesso dopo. In molti casi, spesso troppi, diventa emozione retrospettiva, che registra una frattura già avvenuta tra immagine di sé e sguardo altrui, tra ciò che si è e ciò che si appare. Dove il pudore protegge, la vergogna segnala in modo bruciante.
Mai stata neutra, ha finito per incidere soprattutto sui corpi e sulle soggettività marginalizzate, fino a trasformarsi in una pedagogia della rinuncia interiorizzata. Non serviva la repressione quando bastava l’arrossire anticipato. Non serviva la sanzione quando il limite era già incorporato come autocensura. In molte epoche, la vergogna è stata una forma efficace di governo delle disuguaglianze proprio perché agiva dall’interno, producendo obbedienza senza bisogno di comando. È anche per questo che le culture dell’emancipazione l’hanno combattuta. La liberazione dalla vergogna non è stata un capriccio, ma una necessità storica. E tuttavia, nel processo di liberazione, qualcosa rischia di essersi perso. Non la vergogna come strumento di controllo, ma la vergogna come esperienza del limite; non la vergogna che riduce il possibile, ma quella che riduce il danno.
Ne risulta un’ambivalenza non aggirabile: emancipazione necessaria e perdita di una soglia, liberazione e rischio di esposizione, sottrazione al controllo e indebolimento di un freno che talvolta preveniva il danno.
E il pudore? I due termini vengono spesso confusi, eppure svolgono funzioni diverse nel rapporto tra individuo, corpo, linguaggio e spazio pubblico. Pur condividendo una radice etimologica, operano su temporalità differenti e non sono intercambiabili. Definirei il pudore una sorta di emozione di soglia. Agisce prima che qualcosa accada. Non reagisce a una violazione, la previene. È una forma di intelligenza del confine che segnala la vulnerabilità dell’intimità prima che venga esposta. È una cura del limite, un’attenzione preventiva alla relazione, il riconoscimento che non tutto ciò che è dicibile o mostrabile è per questo neutro o innocuo.
La vergogna, al contrario, interviene spesso dopo. In molti casi, spesso troppi, diventa emozione retrospettiva, che registra una frattura già avvenuta tra immagine di sé e sguardo altrui, tra ciò che si è e ciò che si appare. Dove il pudore protegge, la vergogna segnala in modo bruciante.
La contemporaneità sembra avere indebolito entrambe, ma per ragioni diverse. La vergogna perché associata alla sua storia di oppressione e disciplina. Il pudore perché giudicato anacronistico, incompatibile con l’imperativo della visibilità. Il risultato non è automaticamente più libertà, ma una condizione di esposizione permanente, in cui l’intimità è meno protetta e la responsabilità viene gestita più spesso a posteriori, quando il danno si è già prodotto.
Se si osserva la trasformazione storica delle emozioni sociali, emerge una traiettoria riconoscibile. Le società tradizionali tendevano a essere governate da emozioni di contenimento, spesso gerarchiche e asimmetriche. Riducevano il bisogno di sanzione formale, ma comprimendo fortemente lo spazio del possibile. La modernità ha progressivamente contestato questi dispositivi, denunciandone la funzione disciplinare e rivendicando visibilità, parola, riconoscimento.
Se si osserva la trasformazione storica delle emozioni sociali, emerge una traiettoria riconoscibile. Le società tradizionali tendevano a essere governate da emozioni di contenimento, spesso gerarchiche e asimmetriche. Riducevano il bisogno di sanzione formale, ma comprimendo fortemente lo spazio del possibile. La modernità ha progressivamente contestato questi dispositivi, denunciandone la funzione disciplinare e rivendicando visibilità, parola, riconoscimento.
Nella fase più recente, però, la critica si è talvolta trasformata in rimozione. La liberazione dalla vergogna non ha sempre generato nuove forme di responsabilità emotiva. Ha favorito, in alcuni contesti, una cultura dell’esposizione in cui il soggetto non è trattenuto da nulla prima di parlare o mostrarsi, e viene regolato dopo attraverso reazioni collettive che possono essere rapide e violente.
La vergogna non scompare, ma ritorna spesso come vergogna eterodiretta e spettacolarizzata, più vicina alla gogna che alla coscienza.
La questione non è restaurare la vergogna, né riabilitare il pudore come valori morali. La questione, semmai, è interrogarsi sulle funzioni emotive che permettono di fermarsi prima di ferire, e su come tali funzioni possano essere rielaborate senza riprodurre gli apparati di controllo che le hanno rese, storicamente, strumenti di oppressione.
Forse ciò che manca non è un banale ritorno al passato, ma una ricostruzione (anche solo individuazione) di soglie.
La vergogna non scompare, ma ritorna spesso come vergogna eterodiretta e spettacolarizzata, più vicina alla gogna che alla coscienza.
La questione non è restaurare la vergogna, né riabilitare il pudore come valori morali. La questione, semmai, è interrogarsi sulle funzioni emotive che permettono di fermarsi prima di ferire, e su come tali funzioni possano essere rielaborate senza riprodurre gli apparati di controllo che le hanno rese, storicamente, strumenti di oppressione.
Forse ciò che manca non è un banale ritorno al passato, ma una ricostruzione (anche solo individuazione) di soglie.
Non per tacere, ma per parlare con senso.
Non per rinunciare, ma per assumere responsabilità.
Perché quando nessuno arrossisce più e nessuno protegge più le soglie, non è detto che la società diventi più libera. Può diventare più rumorosa, più feroce, meno capace di fermarsi prima di perdere la traiettoria.