Manuale della certezza (imperfetta)
Appunti a margine di una riflessione di László Krasznahorkai.
Se siete stati al Salone del Libro di Torino avete fatto una bella cosa. Se poi, per caso, lavorate nel settore della comunicazione, avete compiuto il vostro dovere.Al Padiglione 3, all'interno della Sala Azzurra, tra le ore 15:45 e le 16:45, durante l'incontro ufficiale per il conferimento del Premio Letterario Internazionale Mondello (sezione Autore Straniero), ha rimbombato una frase di László Krasznahorkai, caduta come un oggetto metallico sul pavimento.
“Non ho dubbi. Tutto il mondo della letteratura scomparirà”. Una frase così — pronunciata da uno scrittore che ha attraversato il Novecento come un corridoio lungo, pieno di porte che non si aprono — non è un’opinione: è un gesto.
È un atto linguistico che intende trasformare il futuro in un referto, il tempo in una diagnosi. È, soprattutto, una frase che pretende di sottrarti alla fatica dell’ambivalenza: o ci credi, o ti difendi. E nel difenderti rischi una banalità speculare: l’ottimismo di maniera, l’elogio automatico dei libri, la retorica della “cultura che salva” oppure l’abisso. Macché.
Il punto non è smentire Krasznahorkai come si smentisce un dato sbagliato. Non è mia intenzione e non ne sarei all’altezza. E poi, diciamocelo, la sua espressione rappresenta un’opportunità. Per chiarire, per tornare sul tema, per rivendicare cosa vorremmo essere senza alcuna vivacità crepuscolare.
Il punto è capire che cosa fa una sentenza così: quali emozioni organizza, quali posture intellettuali legittima, quali alibi prepara. Perché la profezia non è innocente. E perché, se la accetti incondizionatamente, inizi a parlare già da un mondo senza letteratura.
Vado per gradi per scongiurare banali schematismi.
1) La profezia come dispositivo: quando il pessimismo diventa comodo.
La dichiarazione “tutto scomparirà” ha un vantaggio: rende elegante la rinuncia. La rende perfino morale. Ti autorizza a smettere di discutere di pratiche, di istituzioni, di filiere, di scuole, di biblioteche, di editoria (che è spesso un sistema di selezione e scarto più che di cura), di disuguaglianze culturali, di accesso, di tempo disponibile, di alfabetizzazione profonda.
Ma la fine della letteratura, detta così, è un oggetto ambiguo: può essere una constatazione sulla trasformazione (o sullo stato) dell’industria editoriale; può essere un lutto per un certo tipo di autorevolezza (il libro come oggetto centrale del prestigio); può essere un rifiuto del presente (dominato da raggiri ed eventi artificiali, dice lui) e insieme una nostalgia per un’epoca in cui l’artificio era più lento, più leggibile, quindi più “onesto”. Può essere, infine, un modo di proteggere ciò che si ama: se dichiaro che morirà, lo sottraggo alla volgarità del mercato, lo porto in un mausoleo dove non deve più competere. Da questo punto di osservazione, non provo biasimo ma sintonia.
Ma qui nasce il primo anticorpo: non confondere la crisi di un ecosistema con la fine di una pratica umana. Non confondere la letteratura come “mondo” (industria, rituali sociali, status) con la letteratura come funzione (linguaggio che si auto-esamina, che si intensifica, che diventa laboratorio di percezione, che produce forme di attenzione). I mondi cambiano, collassano, si riconfigurano. Le funzioni migrano.
La profezia assoluta, invece, ama la cancellazione totale perché è semplice. E perché costruisce un paradosso seducente: ti chiede di essere lucido mentre ti consegna all’impotenza. È un pessimismo che si traveste da realismo. È il “nero intellettuale” che fa carriera perché promette profondità senza responsabilità. Sul tema ho già dato ma, se frequentate questo blog, riconoscerete senz’altro il mio rifiuto dell’apodittica, dell’autodafé.
2) Che cosa “scompare” davvero quando diciamo “scomparirà la letteratura”.
Proviamo a essere rigorosi, senza teatralizzare (che non è il caso). Se scomparisse “il mondo della letteratura” nel senso storico-sociale, potremmo intendere diverse cose:
- la centralità del libro come oggetto di legittimazione pubblica;
- l’idea che la cultura alta sia una scala di prestigio solo per alcuni;
- la figura dell’intellettuale come interprete autorizzato della società;
- una certa lentezza dell’esperienza estetica, difesa da una scarsità materiale (pochi canali, pochi stimoli);
- la catena di mediazione (editor, critico, collana, rivista) come filtro di senso;
- i canoni come campi di tensione condivisi;
- la lettura profonda come addestramento cognitivo;
- la biblioteca (fisica e simbolica) come infrastruttura della cittadinanza;
- la traduzione come grande motore di circolazione (e di trasformazione) del senso;
- la figura del lettore come soggetto (non come target);
- la memoria lunga (storica, stilistica, morale) come bene comune;
- il diritto alla complessità (contro la semplificazione remunerata);
- l’insegnamento della letteratura come educazione alla cittadinanza linguistica;
- la comunità interpretante (discussione, dissenso, dispute di lettura).
Molti dei temi elencati sono già nelle agende accademiche e nelle redazioni. E non è certamente la prima volta che si ripresentano, e lo fanno sotto gli occhi inabili di osservatori incanutiti e ben colti.
Il punto cieco di ogni apocalisse culturale è una certa memoria corta: ogni epoca ha creduto di assistere alla fine della propria forma di attenzione. Il che non significa che “andrà tutto bene”. Significa che il problema è più interessante: non “fine o non fine”, ma trasformazione dei regimi di attenzione e dei dispositivi di senso.
E qui entra (e ben giustificata, direi) la parola “artificiale”, che in bocca a Krasznahorkai suona quasi come un’accusa: eventi artificiali, raggiri, simulacri. Ma l’artificio è la materia stessa della cultura. La cultura non è natura. La cultura è il modo umano di rendere abitabile la propria non-naturalità: simboli, riti, narrazioni, norme, stili, tecniche di memoria. La domanda non è “artificiale o autentico”.
La domanda è: che tipo di artificio costruisce legami, e che tipo li dissolve. Non è complicato, è maledettamente umano.
Anche il pessimismo post-macchinico (quello che guarda alle tecnologie come a un destino morale) commette un errore infantile: attribuisce alla macchina un potere metafisico che in realtà è sempre (invece) politico e organizzativo.
Anche il pessimismo post-macchinico (quello che guarda alle tecnologie come a un destino morale) commette un errore infantile: attribuisce alla macchina un potere metafisico che in realtà è sempre (invece) politico e organizzativo.
Le piattaforme non “vincono” perché sono macchine: vincono perché organizzano incentivi, catturano tempo, monetizzano attenzione, e lo fanno dentro rapporti di forza concreti. Se vuoi anticorpi, devi spostare il discorso dall’ontologia (“il mondo è finito”) alla prassi (“che cosa facciamo con questi dispositivi, e che cosa ci fanno mentre li usiamo”).
3) Crisi come stato naturale: sì, ma allora la cultura serve proprio a questo
Krasznahorkai dice — per come è stato riportato e amplificato — che la crisi non è un errore, ma lo stato naturale dell’umanità. È una frase vera. Vera perché l’umano è strutturalmente instabile: vive di conflitto, di mancanza, di incompiutezza, di fraintendimenti, di desiderio che eccede. Ma è anche un’affermazione che richiederebbe ulteriori precisazioni perché può diventare una giustificazione del collasso, se male interpretata: se la crisi è naturale, allora non vale la pena riparare. Non credo che il Nobel ungherese intendesse questo. Ma nell’ebollizione attuale, meglio precisare. A oltranza.
Qui la cultura è decisiva, e non come consolazione: come tecnologia di attraversamento della crisi. La cultura è l’insieme delle forme con cui una comunità si attrezza per stare dentro l’instabilità senza trasformarla in barbarie. In altre parole: se la crisi è naturale, la cultura è l’innaturale necessario. È una protesi, un esoscheletro, che rende abile e sopravvivente l’animale che siamo.
È quasi un’ovvietà antropologica: le società senza simboli condivisi esplodono; le società senza narrazioni che regolano il conflitto si consegnano alla violenza; le società senza memoria ripetono il trauma come se fosse nuovo, e quindi lo subiscono due volte.
Il mondo contemporaneo non è “senza cultura”: è saturo di cultura. È saturo di segni. Il problema è che molti di questi segni sono progettati per essere consumati, non abitati. E allora la letteratura — intesa come forma intensiva di uso del linguaggio e di costruzione di narrazioni — non muore: si sposta.
Diventa minoritaria? Probabilmente. Inconsapevolmente. Diventa meno prestigiosa? Probabilmente. Consapevolmente. Ma il suo ruolo non è essere maggioranza: è essere un laboratorio di complessità, un luogo dove l’attenzione impara a non farsi comprare, né compiacersi, né fuggire, né lisciare/allisciare il potente di turno. Avanti il prossimo.
4) Fortini: la cultura non è un altare, è un campo di forze
Non posso non ricordare le cene da Franco Fortini, dei primissimi anni '90, caratterizzate da severità utile. Botte da orbi proprio sul tema, mai risolto fino in fondo.
Fortini non ha mai creduto alla cultura come balsamo. Non ha mai scambiato l’intellettuale per un sacerdote. Ha pensato la cultura dentro e a lato del conflitto, come responsabilità, come scelta di campo. E soprattutto ha diffidato del lirismo impotente: quello che piange sul disastro e intanto ci campa.
La lezione che possiamo prendere — senza trasformarla in citazionismo — è questa: la cultura vale solo se accetta di sporcarsi con la storia. Se si misura con i rapporti materiali, con le istituzioni, con le disuguaglianze. Se smette di essere ornamento e diventa critica delle condizioni che rendono possibile (o impossibile) la vita comune.
«Cari amici, non sempre chiari compagni; cari avversari, non sempre invisibili agenti e spie, non chiari ma visibilmente nemici; vi saluta un intellettuale, un letterato, dunque un niente. Dimenticatelo se potete», ricordate?
3) Crisi come stato naturale: sì, ma allora la cultura serve proprio a questo
Krasznahorkai dice — per come è stato riportato e amplificato — che la crisi non è un errore, ma lo stato naturale dell’umanità. È una frase vera. Vera perché l’umano è strutturalmente instabile: vive di conflitto, di mancanza, di incompiutezza, di fraintendimenti, di desiderio che eccede. Ma è anche un’affermazione che richiederebbe ulteriori precisazioni perché può diventare una giustificazione del collasso, se male interpretata: se la crisi è naturale, allora non vale la pena riparare. Non credo che il Nobel ungherese intendesse questo. Ma nell’ebollizione attuale, meglio precisare. A oltranza.
Qui la cultura è decisiva, e non come consolazione: come tecnologia di attraversamento della crisi. La cultura è l’insieme delle forme con cui una comunità si attrezza per stare dentro l’instabilità senza trasformarla in barbarie. In altre parole: se la crisi è naturale, la cultura è l’innaturale necessario. È una protesi, un esoscheletro, che rende abile e sopravvivente l’animale che siamo.
È quasi un’ovvietà antropologica: le società senza simboli condivisi esplodono; le società senza narrazioni che regolano il conflitto si consegnano alla violenza; le società senza memoria ripetono il trauma come se fosse nuovo, e quindi lo subiscono due volte.
Il mondo contemporaneo non è “senza cultura”: è saturo di cultura. È saturo di segni. Il problema è che molti di questi segni sono progettati per essere consumati, non abitati. E allora la letteratura — intesa come forma intensiva di uso del linguaggio e di costruzione di narrazioni — non muore: si sposta.
Diventa minoritaria? Probabilmente. Inconsapevolmente. Diventa meno prestigiosa? Probabilmente. Consapevolmente. Ma il suo ruolo non è essere maggioranza: è essere un laboratorio di complessità, un luogo dove l’attenzione impara a non farsi comprare, né compiacersi, né fuggire, né lisciare/allisciare il potente di turno. Avanti il prossimo.
4) Fortini: la cultura non è un altare, è un campo di forze
Non posso non ricordare le cene da Franco Fortini, dei primissimi anni '90, caratterizzate da severità utile. Botte da orbi proprio sul tema, mai risolto fino in fondo.
Fortini non ha mai creduto alla cultura come balsamo. Non ha mai scambiato l’intellettuale per un sacerdote. Ha pensato la cultura dentro e a lato del conflitto, come responsabilità, come scelta di campo. E soprattutto ha diffidato del lirismo impotente: quello che piange sul disastro e intanto ci campa.
La lezione che possiamo prendere — senza trasformarla in citazionismo — è questa: la cultura vale solo se accetta di sporcarsi con la storia. Se si misura con i rapporti materiali, con le istituzioni, con le disuguaglianze. Se smette di essere ornamento e diventa critica delle condizioni che rendono possibile (o impossibile) la vita comune.
«Cari amici, non sempre chiari compagni; cari avversari, non sempre invisibili agenti e spie, non chiari ma visibilmente nemici; vi saluta un intellettuale, un letterato, dunque un niente. Dimenticatelo se potete», ricordate?
L’intellettuale non “salva” nessuno. Ma può fare una cosa: rendere più difficile la menzogna. Rendere più costosa la semplificazione. Costringere il linguaggio pubblico a pagare un prezzo quando manipola. In questo senso, se il mondo è dominato da raggiri, la risposta non è il congedo: è la produzione di anticorpi linguistici. È un lavoro di precisione, di scavo, di smascheramento.
La letteratura — quando è vera — è proprio questo: non intrattenimento, ma allenamento alla complessità, alla contraddizione, alla durata.
E qui si rovescia la profezia: il trionfo del raggiro non elimina la letteratura; la rende più necessaria. Non come “mondo”, ma come funzione critica. Non come mercato, ma come disciplina interiore e collettiva dell’attenzione.
5) Cesare Pavese: una cultura che non consoli (e proprio per questo cura).
E Pavese, allora? Si tratta di un altro antidoto, perché mette in crisi l’idea più pigra: che la cultura debba consolare. Una cultura che consola subito è spesso una cultura che addormenta. Una cultura che non consola è una cultura che ti lascia davanti alla tua ferita, ma ti consegna parole, esige ritmo, richiede forma. Impedisce di trasformare la ferita in capriccio o in destino. Ti insegna a stare nel dolore senza farne un’identità o una predestinazione.
E qui c’è un punto essenziale contro il pessimismo di maniera: il pessimismo spesso consola. Consola perché ti offre una narrazione chiusa: “è finita”. Evita o differisce il lavoro della responsabilità. Evita la fatica di costruire istituzioni, di educare, di trasmettere, di tradurre, di creare contesti di lettura. Evita perfino il rischio dell’errore, che è l’unico modo per cambiare qualcosa.
La cultura che non consola, invece, ti costringe a restare aperto. A non chiudere il futuro in una formula. A non scambiare la lucidità per cinismo.
6) La certezza di cui abbiamo bisogno non è ottimismo: è una struttura di senso condivisa.
Mi occorre però un “manuale della certezza” che focalizzi una sfida controintuitiva: costruire certezze in un mondo che vive di instabilità. Ma la certezza che serve non è quella dogmatica. È una certezza operativa. È una certezza che si potrebbe formulare così:
Senza cultura non c’è comunità, solo coabitazione.
Senza memoria non c’è futuro, solo ripetizione.
Senza linguaggi complessi non c’è democrazia, solo consenso manipolato.
Senza narrazioni condivise il conflitto non si negozia: esplode.
Queste non sono speranze: sono condizioni. Sono infrastrutture invisibili. E come tutte le infrastrutture funzionano quando non ci pensi, ma crollano quando le dai per scontate.
La cultura, allora, non è “un grande investimento di senso” perché produce belle cose. È un investimento perché produce abitabilità: rende il mondo traducibile, discutibile, criticabile. Rende possibile l’idea stessa di “noi”, che non è mai naturale, e quindi deve essere continuamente costruita. Magari anche riepilogata.
7) “Congedo” non come fuga, ma come forma: il saluto può essere un atto di consegna
Capisco — e non ridicolizzo affatto — l’idea di scrivere libri come saluto. C’è qualcosa di nobile nel congedo quando è un gesto di consegna: mettere in mano ad altri ciò che hai capito, ciò che hai amato, ciò che non vuoi vada perso. Ma il congedo, a certe condizioni, può diventare anche tossico se pretende di essere l’ultima parola.
La cultura occidentale (e non solo) è piena di congedi che hanno funzionato come inneschi: testi nati come “fine” che sono diventati “inizio” per altri. La storia della letteratura è fatta di autori che credevano di scrivere dopo la catastrofe, e invece stavano costruendo gli strumenti per attraversarla.
Qui sta un’altra certezza: la cultura non impedisce la catastrofe. Ma impedisce che la catastrofe sia totale o irreversibile. Impedisce che diventi mutismo. Impedisce che diventi amnesia. È già moltissimo, no?
Un grazie a László Krasznahorkai per aver riproposto un tema enorme, per nulla allucinatorio, ricco di una sana malinconia della resistenza, che mi ha dato l’occasione per sentire tutto il peso deuteragonista del momento.
E qui si rovescia la profezia: il trionfo del raggiro non elimina la letteratura; la rende più necessaria. Non come “mondo”, ma come funzione critica. Non come mercato, ma come disciplina interiore e collettiva dell’attenzione.
5) Cesare Pavese: una cultura che non consoli (e proprio per questo cura).
E Pavese, allora? Si tratta di un altro antidoto, perché mette in crisi l’idea più pigra: che la cultura debba consolare. Una cultura che consola subito è spesso una cultura che addormenta. Una cultura che non consola è una cultura che ti lascia davanti alla tua ferita, ma ti consegna parole, esige ritmo, richiede forma. Impedisce di trasformare la ferita in capriccio o in destino. Ti insegna a stare nel dolore senza farne un’identità o una predestinazione.
E qui c’è un punto essenziale contro il pessimismo di maniera: il pessimismo spesso consola. Consola perché ti offre una narrazione chiusa: “è finita”. Evita o differisce il lavoro della responsabilità. Evita la fatica di costruire istituzioni, di educare, di trasmettere, di tradurre, di creare contesti di lettura. Evita perfino il rischio dell’errore, che è l’unico modo per cambiare qualcosa.
La cultura che non consola, invece, ti costringe a restare aperto. A non chiudere il futuro in una formula. A non scambiare la lucidità per cinismo.
6) La certezza di cui abbiamo bisogno non è ottimismo: è una struttura di senso condivisa.
Mi occorre però un “manuale della certezza” che focalizzi una sfida controintuitiva: costruire certezze in un mondo che vive di instabilità. Ma la certezza che serve non è quella dogmatica. È una certezza operativa. È una certezza che si potrebbe formulare così:
Senza cultura non c’è comunità, solo coabitazione.
Senza memoria non c’è futuro, solo ripetizione.
Senza linguaggi complessi non c’è democrazia, solo consenso manipolato.
Senza narrazioni condivise il conflitto non si negozia: esplode.
Queste non sono speranze: sono condizioni. Sono infrastrutture invisibili. E come tutte le infrastrutture funzionano quando non ci pensi, ma crollano quando le dai per scontate.
La cultura, allora, non è “un grande investimento di senso” perché produce belle cose. È un investimento perché produce abitabilità: rende il mondo traducibile, discutibile, criticabile. Rende possibile l’idea stessa di “noi”, che non è mai naturale, e quindi deve essere continuamente costruita. Magari anche riepilogata.
7) “Congedo” non come fuga, ma come forma: il saluto può essere un atto di consegna
Capisco — e non ridicolizzo affatto — l’idea di scrivere libri come saluto. C’è qualcosa di nobile nel congedo quando è un gesto di consegna: mettere in mano ad altri ciò che hai capito, ciò che hai amato, ciò che non vuoi vada perso. Ma il congedo, a certe condizioni, può diventare anche tossico se pretende di essere l’ultima parola.
La cultura occidentale (e non solo) è piena di congedi che hanno funzionato come inneschi: testi nati come “fine” che sono diventati “inizio” per altri. La storia della letteratura è fatta di autori che credevano di scrivere dopo la catastrofe, e invece stavano costruendo gli strumenti per attraversarla.
Qui sta un’altra certezza: la cultura non impedisce la catastrofe. Ma impedisce che la catastrofe sia totale o irreversibile. Impedisce che diventi mutismo. Impedisce che diventi amnesia. È già moltissimo, no?
Un grazie a László Krasznahorkai per aver riproposto un tema enorme, per nulla allucinatorio, ricco di una sana malinconia della resistenza, che mi ha dato l’occasione per sentire tutto il peso deuteragonista del momento.
Perché un ruolo, noi l’abbiamo ancora, eccome.
Il 9 ottobre 2025 gli è stato assegnato il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: «per la sua opera avvincente e visionaria che, nel mezzo del terrore apocalittico, riafferma il potere dell'arte.»
Amen.
Il 9 ottobre 2025 gli è stato assegnato il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: «per la sua opera avvincente e visionaria che, nel mezzo del terrore apocalittico, riafferma il potere dell'arte.»
Amen.