Martano, Aloe e giustizia terrestre
Il sogno all’allicina di Domenico Scordari.
Sono qui in Puglia e non trovo le parole, perché alcuni luoghi non si lasciano dire.Si lasciano solo percorrere, come una frase che prende senso mentre la si pronuncia. Allo stesso modo esistono uomini che non cercano ribalta, e tuttavia costruiscono presenza, una presenza che non chiede applauso ma verifica costante.
Cercano un banco da lavoro, un campo dove la luce si posi senza clamore, un principio di realtà che non si esaurisca nella dichiarazione ma si lasci verificare, giorno dopo giorno, nel modo in cui coltivi, nel modo in cui estrai, nel modo in cui ospiti, nel modo in cui restituisci.
Già, perché è di restituzione che vorrei parlarvi.
Martano, nel cuore della Grecìa Salentina, è uno di questi luoghi. In questo periodo dell’anno il paese sembra un teatro in piena attività. Le sporgenze barocche in pietra cesellata si affacciano come sopracciglia di pietra su corti interne dove l’aria corre lenta, e le case a corte, con quella geometria semplice che è già una forma di etica, custodiscono voci, gesti, abitudini.
I palazzi signorili, con fioriture eccentriche, non esibiscono soltanto bellezza. Espongono una specie di grammatica della permanenza, fatta di cura e manutenzione, di ripetizione e variazione. E poi le facciate delle chiese in pietra leccese, sembrano sempre sul punto di dire qualcosa senza mai alzare la voce. Lo ha raccontato bene Peppone Calabrese in un articolo per La Freccia, proprio mentre andava alla scoperta del mondo che vorrei descrivervi.
Si riconoscono tracce storiche, sinopie d’antiche gesta, sudore e pazienza di consumate virtù. Ma si percepisce anche una tensione più contemporanea, una volontà di distinguersi non per folklore, bensì per una promessa, la cura dell’origine, o sarebbe meglio definirla come fedeltà al proprio principio, al mantenimento della propria matrice. Anzi, la responsabilità di restare all’altezza della propria origine.
Le imprese importanti e le botteghe minute convivono come due registri della stessa lingua.
In mezzo a questo scenario, c’è un uomo che sembra portare su di sé la misura del luogo. Un uomo garbato, di temperamento pacato, eppure dotato di una parlata robusta, penetrante, quasi infallibile. Si chiama Domenico Scordari. Il nome, già, suona come una consegna. E il cognome, qui, è più che un’etichetta. È un indizio.
Perché “Scordari”, o “Scurdari”, in griko, quella lingua antica di matrice greca che continua a farsi sentire nella Grecìa Salentina, rimanda a un mestiere, a un’occupazione storica, a un gesto ripetuto nel tempo. Indica i venditori di aglio, a partire da skórdo, che in greco significa proprio aglio. Non un simbolo qualsiasi, ma un destino potente, come l’Allium sativum. Chi vende aglio distribuisce un elemento povero ma energico, forte, poderoso, intenso.
Un ingrediente che entra in casa, nella cucina e nella medicina popolare, una materia che non si vergogna del proprio odore, e anzi lo usa come firma. L’allicina, in fondo, è un potente principio attivo dalle proprietà antibiotiche, antivirali e antiossidanti.
E questa parola, in Salento, non galleggia nel vago. Si ritrova in contesti puntuali, legati a una geografia della memoria. A Zollino, ad esempio, nel cuore del territorio, "esistono antiche cisterne sotterranee, i pozzi che la tradizione locale conosce con nomi specifici. Uno di questi, in passato, portava proprio quel nome". E il cognome stesso, come accade spesso qui, nasce anche come modo di identificare una professione, di fissare nella lingua un ruolo sociale. Un’etimologia che è quasi un ritratto. Non un destino scritto, ma una continuità di gesto.
Il gesto, però, in Domenico, non resta in forma di nostalgia. Si trasforma in progetto. Un sogno antico che non si consuma, e che affratella.
L’ho scoperto e ho deciso di raccontarlo.
Domenico Scordari è uno di quegli uomini che, a un certo punto, decide di non tenere separati il lavoro e la gratitudine, l’impresa e la terra, la visione e la responsabilità. Non perché creda nella retorica del “ritorno”, ma perché sente che il territorio non è un fondale indistinto e vacuo, è una relazione. E una relazione, se è autentica, chiede reciprocità.
La sua storia, per come emerge nei racconti e nelle posture, passa attraverso una vita di sacrifici e un’intuizione che non si esaurisce nell’idea. Un’intuizione che diventa sistema.
Produrre principi attivi per la cosmesi a partire da una sensibilità profonda verso natura e bellezza. Non bellezza come superficie, ma come equilibrio, come vitalità, come capacità di stare bene nella propria pelle, letteralmente, senza negare l’età e senza idolatrarla.
Oggi l’azienda di Domenico produce ed esporta cosmetici naturali e biologici nel mondo. Ma, e questa è la parte che mi interessa davvero, il suo progetto non si ferma alla produzione. Perché ciò che cresce davvero non è soltanto un fatturato.
Domenico Scordari è uno di quegli uomini che, a un certo punto, decide di non tenere separati il lavoro e la gratitudine, l’impresa e la terra, la visione e la responsabilità. Non perché creda nella retorica del “ritorno”, ma perché sente che il territorio non è un fondale indistinto e vacuo, è una relazione. E una relazione, se è autentica, chiede reciprocità.
La sua storia, per come emerge nei racconti e nelle posture, passa attraverso una vita di sacrifici e un’intuizione che non si esaurisce nell’idea. Un’intuizione che diventa sistema.
Produrre principi attivi per la cosmesi a partire da una sensibilità profonda verso natura e bellezza. Non bellezza come superficie, ma come equilibrio, come vitalità, come capacità di stare bene nella propria pelle, letteralmente, senza negare l’età e senza idolatrarla.
Oggi l’azienda di Domenico produce ed esporta cosmetici naturali e biologici nel mondo. Ma, e questa è la parte che mi interessa davvero, il suo progetto non si ferma alla produzione. Perché ciò che cresce davvero non è soltanto un fatturato.
È una forma di alleanza.
Di che blatero?
Semplice, di un gesto che sposta tutto. Domenico sceglie di giocarsi molto, di investire in un’idea che ha il respiro dei sogni antichi. Realizzare a Martano un sistema raffinato di produzione rigenerativa per la cura della persona. Un sistema che non consumi il luogo, ma lo rafforzi. Che non estragga valore senza restituire, ma trasformi la filiera in una promessa praticabile. Per tutti e per ciascuno.
Da questo gesto nasce un’impresa, e nasce anche un resort. Un borgo che torna a respirare. E Martano, da allora, viene chiamata “Città dell’Aloe”. Non come slogan turistico, ma come riconoscimento di un asse identitario. Un vegetale che diventa segno, un segno che diventa lavoro, un lavoro che diventa racconto. Mica male.
Di che blatero?
Semplice, di un gesto che sposta tutto. Domenico sceglie di giocarsi molto, di investire in un’idea che ha il respiro dei sogni antichi. Realizzare a Martano un sistema raffinato di produzione rigenerativa per la cura della persona. Un sistema che non consumi il luogo, ma lo rafforzi. Che non estragga valore senza restituire, ma trasformi la filiera in una promessa praticabile. Per tutti e per ciascuno.
Da questo gesto nasce un’impresa, e nasce anche un resort. Un borgo che torna a respirare. E Martano, da allora, viene chiamata “Città dell’Aloe”. Non come slogan turistico, ma come riconoscimento di un asse identitario. Un vegetale che diventa segno, un segno che diventa lavoro, un lavoro che diventa racconto. Mica male.
“People and planet first”, quando il motto diventa pratica.
C’è un momento, in questo tipo di storie, in cui le parole rischiano di diventare zuccherine. “Sostenibilità”, “valori”, “cura”, “comunità”. Parole spesso ripetute senza peso. Qui, invece, le parole sembrano chiedere una prova della loro autenticità. Domenico parla di una filosofia che mette al primo posto persone e pianeta. Non come forma di gentilezza astratta, ma come criterio.
E l’azienda, a un certo punto, assume anche una forma giuridica e certificata di questo impegno diventando una Benefit Corporation, una BCorp, cioè una realtà che dichiara e certifica responsabilità ambientale e sociale dentro il proprio modo di operare.
Il punto, tuttavia, non è l’etichetta. È la conseguenza.
Il punto, tuttavia, non è l’etichetta. È la conseguenza.
Che cosa cambia quando prendi sul serio quel motto.
Cambia, ad esempio, il modo in cui guardi ai fornitori e alle maestranze. Non come “risorse” da comprimere, ma come una parte del patto. In questa storia compare un numero che non è propaganda, è responsabilità.
Cambia, ad esempio, il modo in cui guardi ai fornitori e alle maestranze. Non come “risorse” da comprimere, ma come una parte del patto. In questa storia compare un numero che non è propaganda, è responsabilità.
Attorno a questo modello lavorano e vivono decine di famiglie, un tessuto umano che non può essere trattato come un dettaglio contabile. E cambia anche la scala della scelta locale. Il “tutto del territorio” non diventa chiusura, diventa radicamento.
Un modo per tenere insieme economia e dignità.
E poi cambia il modo in cui interpreti il turismo. Non consumo rapido di un panorama, ma esperienza che fa bene al luogo. Un turismo che non si limita a “portare gente”, ma crea relazioni, educa lo sguardo, organizza il tempo.
Il ritorno del borgo, e la delicatezza del restauro.
Nel 2012 accade qualcosa che, nella visione di Domenico, ha il valore di una dichiarazione. Un antico borgo contadino, risalente al Settecento, viene restaurato con meticolosità. Non un maquillage, non un travestimento per ricchi. Un recupero accurato che riporta alla luce dimore coloniche trasformandole in suite, lasciando emergere un’architettura d’altri tempi e i dettagli più autentici della tradizione locale.
Qui la modernità non cancella la civiltà contadina. La traduce, la rende abitabile senza farle perdere dignità. Terracotta, tessuti artigianali, mobilio rustico. Non “rustico” come estetica da catalogo, ma come eleganza della semplicità. Quel tipo di eleganza che non ostenta. Semplicemente, sta.
La Masseria (Naturalis bio resort), concepita inizialmente anche come luogo di accoglienza per clienti provenienti da ogni parte del mondo legati all’azienda madre di cosmesi, diventa così un racconto in pietra e in legno del percorso di vita di Domenico e di Marinella. Marinella Coluccia, sua moglie, appare in questo scenario come presenza discreta ma tenace, garbata ma vigorosa, parte della stessa fatica e della stessa visione.
E quando Domenico spiega il senso di quell’investimento, la frase suona così. “L’idea era dire grazie, in modo concreto, a chi negli anni aveva creduto nell’azienda. Accoglierli in un luogo esclusivo come gesto di riconoscenza, perché senza quella fiducia molte cose non sarebbero state possibili”. Non marketing, dunque, ma una forma di restituzione.
Aloe, antichità e scienza.
Una pianta che attraversa i millenni.
L’Aloe non è una moda recente. È una presenza antica, attestata in modi che attraversano civiltà e scritture perenni.
È già nelle tavolette d’argilla incise in scrittura cuneiforme, riportate alla luce nell’Ottocento tra le rovine della Mesopotamia, che si incontrano tracce del II millennio avanti Cristo. Lì compare una descrizione che colpisce per concretezza, quasi tattile. Le foglie vengono paragonate a guaine di coltelli. È un’immagine perfetta. Dice la forma, la funzione, e quella qualità insieme protettiva e tagliente che molte piante hanno.
L’Aloe entra nei preparati per l’imbalsamazione, e per questo viene associata a un’idea di durata, di “immortalità”. Ma entra anche nella cura del corpo, nel trattamento delle ferite. E poi compare nelle scritture bibliche, dove viene ricordata come pianta aromatica e come componente di unguenti legati ai rituali della sepoltura. Nel Salmo 45, nei Proverbi, nel mistico Cantico dei Cantici.
Custode silenziosa dei deserti, l’Aloe vera si erge come una scultura di smeraldo tra le sabbie aride. Le sue foglie sono spade carnose rivolte al cielo, cinte da spine che proteggono un segreto prezioso. Al suo interno, la pianta trasforma la durezza della siccità in una linfa di pura freschezza. Il suo gel è una goccia di rugiada cristallina, un balsamo segreto nato dal sole che lenisce il fuoco sulla pelle e guarisce le ferite del tempo.
Dalla piantagione al laboratorio.
Il tempo come ingrediente.
I percorsi fisici e spirituali di queste terre arse sono olii essenziali, profumi, sapori. Ma la sorpresa non è soltanto olfattiva. È agricola.
Visitare la piantagione significa accorgersi che la natura non è una “fabbrica”. È un sistema che reagisce, che reintroduce elementi. Emblematico il ritrovamento di piante di tabacco, da decenni scomparse. Se la terra riporta, allora il compito umano è ascoltare, non forzare.
Qui entra in scena una parola che mi pare decisiva: la Rigenerazione. Coltivazione rigenerativa. Produzione rigenerativa. Relazioni rigenerative. Non come moda linguistica, ma come tentativo di impostare un processo che non impoverisca. In questa logica, anche la velocità diventa etica.
Turismo esperienziale, o dell’ospitalità che fa.
Dentro questa visione, l’ospitalità non è un “di più”. È una parte della stessa architettura etica. Ho scoperto, con curiosa soddisfazione, che qui viene proposta un’idea di turismo esperienziale fortemente intrecciata al territorio e alla natura.
E poi cambia il modo in cui interpreti il turismo. Non consumo rapido di un panorama, ma esperienza che fa bene al luogo. Un turismo che non si limita a “portare gente”, ma crea relazioni, educa lo sguardo, organizza il tempo.
Il ritorno del borgo, e la delicatezza del restauro.
Nel 2012 accade qualcosa che, nella visione di Domenico, ha il valore di una dichiarazione. Un antico borgo contadino, risalente al Settecento, viene restaurato con meticolosità. Non un maquillage, non un travestimento per ricchi. Un recupero accurato che riporta alla luce dimore coloniche trasformandole in suite, lasciando emergere un’architettura d’altri tempi e i dettagli più autentici della tradizione locale.
Qui la modernità non cancella la civiltà contadina. La traduce, la rende abitabile senza farle perdere dignità. Terracotta, tessuti artigianali, mobilio rustico. Non “rustico” come estetica da catalogo, ma come eleganza della semplicità. Quel tipo di eleganza che non ostenta. Semplicemente, sta.
La Masseria (Naturalis bio resort), concepita inizialmente anche come luogo di accoglienza per clienti provenienti da ogni parte del mondo legati all’azienda madre di cosmesi, diventa così un racconto in pietra e in legno del percorso di vita di Domenico e di Marinella. Marinella Coluccia, sua moglie, appare in questo scenario come presenza discreta ma tenace, garbata ma vigorosa, parte della stessa fatica e della stessa visione.
E quando Domenico spiega il senso di quell’investimento, la frase suona così. “L’idea era dire grazie, in modo concreto, a chi negli anni aveva creduto nell’azienda. Accoglierli in un luogo esclusivo come gesto di riconoscenza, perché senza quella fiducia molte cose non sarebbero state possibili”. Non marketing, dunque, ma una forma di restituzione.
Aloe, antichità e scienza.
Una pianta che attraversa i millenni.
L’Aloe non è una moda recente. È una presenza antica, attestata in modi che attraversano civiltà e scritture perenni.
È già nelle tavolette d’argilla incise in scrittura cuneiforme, riportate alla luce nell’Ottocento tra le rovine della Mesopotamia, che si incontrano tracce del II millennio avanti Cristo. Lì compare una descrizione che colpisce per concretezza, quasi tattile. Le foglie vengono paragonate a guaine di coltelli. È un’immagine perfetta. Dice la forma, la funzione, e quella qualità insieme protettiva e tagliente che molte piante hanno.
L’Aloe entra nei preparati per l’imbalsamazione, e per questo viene associata a un’idea di durata, di “immortalità”. Ma entra anche nella cura del corpo, nel trattamento delle ferite. E poi compare nelle scritture bibliche, dove viene ricordata come pianta aromatica e come componente di unguenti legati ai rituali della sepoltura. Nel Salmo 45, nei Proverbi, nel mistico Cantico dei Cantici.
Custode silenziosa dei deserti, l’Aloe vera si erge come una scultura di smeraldo tra le sabbie aride. Le sue foglie sono spade carnose rivolte al cielo, cinte da spine che proteggono un segreto prezioso. Al suo interno, la pianta trasforma la durezza della siccità in una linfa di pura freschezza. Il suo gel è una goccia di rugiada cristallina, un balsamo segreto nato dal sole che lenisce il fuoco sulla pelle e guarisce le ferite del tempo.
Essa non fiorisce per farsi notare, ma racchiude nei suoi tessuti la forza della rinascita e la resilienza della vita. Forse è per questo che Domenico l'ha accolta da subito, per spunto, piglio e provocazione per tutti.
È come se l’Aloe, in molte culture, stesse sul confine tra cura e passaggio, tra protezione e congedo.
È un elenco molto articolato, che neppure conoscevo, quello dei benefici. Ma più che promettere miracoli, racconta un’immaginazione terapeutica stratificata, che va dalla tradizione alla ricerca.
È come se l’Aloe, in molte culture, stesse sul confine tra cura e passaggio, tra protezione e congedo.
È un elenco molto articolato, che neppure conoscevo, quello dei benefici. Ma più che promettere miracoli, racconta un’immaginazione terapeutica stratificata, che va dalla tradizione alla ricerca.
E qui, nel Salento, quella stratificazione non resta enciclopedia. Diventa filiera.
Dalla piantagione al laboratorio.
Il tempo come ingrediente.
I percorsi fisici e spirituali di queste terre arse sono olii essenziali, profumi, sapori. Ma la sorpresa non è soltanto olfattiva. È agricola.
Visitare la piantagione significa accorgersi che la natura non è una “fabbrica”. È un sistema che reagisce, che reintroduce elementi. Emblematico il ritrovamento di piante di tabacco, da decenni scomparse. Se la terra riporta, allora il compito umano è ascoltare, non forzare.
Qui entra in scena una parola che mi pare decisiva: la Rigenerazione. Coltivazione rigenerativa. Produzione rigenerativa. Relazioni rigenerative. Non come moda linguistica, ma come tentativo di impostare un processo che non impoverisca. In questa logica, anche la velocità diventa etica.
L’estrazione avviene in un tempo strettissimo, entro venti minuti dalla raccolta, perché ciò che è vivo non ama l’attesa. E c’è un’altra scelta, apparentemente tecnica, che racconta un’intenzione. Niente solventi. È una rinuncia che, in realtà, è una dichiarazione di stile produttivo.
Poi c’è l’emulsione, il momento in cui le componenti si accordano, dove la materia prende una forma stabile e utilizzabile. Anche qui, la metafora sarebbe facile. Ma non serve. Basta notare che un’emulsione è un patto tra elementi che, naturalmente, tenderebbero a separarsi. È un lavoro di convivenza. E molte imprese, se fossero oneste, dovrebbero dichiarare di fare proprio questo. Tenere insieme ciò che tende a dividersi.
Bellezza rigenerativa.
Non “anti-età”, ma alleanza con il tempo.
La linea che Domenico mette al centro non parla la lingua aggressiva dell’eterna giovinezza. Parla piuttosto una lingua lenta e intelligente. Una skincare a vocazione rigenerativa e orientata a un invecchiamento più armonico, che lavora in modo personalizzato, rispettando l’unicità della pelle e la diversità delle persone.
Poi c’è l’emulsione, il momento in cui le componenti si accordano, dove la materia prende una forma stabile e utilizzabile. Anche qui, la metafora sarebbe facile. Ma non serve. Basta notare che un’emulsione è un patto tra elementi che, naturalmente, tenderebbero a separarsi. È un lavoro di convivenza. E molte imprese, se fossero oneste, dovrebbero dichiarare di fare proprio questo. Tenere insieme ciò che tende a dividersi.
Bellezza rigenerativa.
Non “anti-età”, ma alleanza con il tempo.
La linea che Domenico mette al centro non parla la lingua aggressiva dell’eterna giovinezza. Parla piuttosto una lingua lenta e intelligente. Una skincare a vocazione rigenerativa e orientata a un invecchiamento più armonico, che lavora in modo personalizzato, rispettando l’unicità della pelle e la diversità delle persone.
Questo punto è cruciale. La pelle non è un supporto standard. È una biografia. E ogni biografia ha le sue vulnerabilità, le sue risorse, il suo modo di reagire.
C’è una frase che, riscritta senza slogan, suona come un invito essenziale. “Abbi cura della tua pelle”. Non come narcisismo, ma come forma di attenzione. Perché la pelle è il nostro confine poroso con il mondo. È la superficie dove si depositano vento e polveri, sole e freddo, stress e stanchezza. È un archivio sensibile, e spesso non sappiamo leggerlo.
Accanto a questa idea di bellezza rigenerativa, compare un altro concetto che riorganizza l’approccio alla cosmesi bio. Un’idea di protezione e riparazione organica che rovescia una vecchia opposizione. Non più “bio uguale gentile ma lento”, e “chimico uguale efficace ma duro”.
Qui si prova a rispondere alla richiesta crescente di prodotti naturali capaci di risultati percepibili in tempi rapidi, e insieme di difendere la pelle dalle aggressioni quotidiane come stress e inquinamento. Il progetto mira a sostenere i processi fisiologici di riparazione e a rendere visibili, fin dalle prime applicazioni, segnali di contrasto ai danni del tempo sulla pelle. Anche qui, la parola chiave non è “miracolo”.
È processo. È accompagnamento del naturale.
In sostanza, si tratta di cibo pulito per la pelle. E questa formula, se la si prende sul serio, cambia lo sguardo. Perché allora la cosmetica non è trucco. È nutrizione esterna, è equilibrio, è prevenzione, è manutenzione. È qualità della vita.
C’è una frase che, riscritta senza slogan, suona come un invito essenziale. “Abbi cura della tua pelle”. Non come narcisismo, ma come forma di attenzione. Perché la pelle è il nostro confine poroso con il mondo. È la superficie dove si depositano vento e polveri, sole e freddo, stress e stanchezza. È un archivio sensibile, e spesso non sappiamo leggerlo.
Accanto a questa idea di bellezza rigenerativa, compare un altro concetto che riorganizza l’approccio alla cosmesi bio. Un’idea di protezione e riparazione organica che rovescia una vecchia opposizione. Non più “bio uguale gentile ma lento”, e “chimico uguale efficace ma duro”.
Qui si prova a rispondere alla richiesta crescente di prodotti naturali capaci di risultati percepibili in tempi rapidi, e insieme di difendere la pelle dalle aggressioni quotidiane come stress e inquinamento. Il progetto mira a sostenere i processi fisiologici di riparazione e a rendere visibili, fin dalle prime applicazioni, segnali di contrasto ai danni del tempo sulla pelle. Anche qui, la parola chiave non è “miracolo”.
È processo. È accompagnamento del naturale.
In sostanza, si tratta di cibo pulito per la pelle. E questa formula, se la si prende sul serio, cambia lo sguardo. Perché allora la cosmetica non è trucco. È nutrizione esterna, è equilibrio, è prevenzione, è manutenzione. È qualità della vita.
Turismo esperienziale, o dell’ospitalità che fa.
Dentro questa visione, l’ospitalità non è un “di più”. È una parte della stessa architettura etica. Ho scoperto, con curiosa soddisfazione, che qui viene proposta un’idea di turismo esperienziale fortemente intrecciata al territorio e alla natura.
Non si viene soltanto a dormire in una masseria di charme a due passi dal mare.
Si viene a fare esperienza di una filiera e di un paesaggio.
Ci sono percorsi guidati tra le coltivazioni. "C’è la raccolta delle olive, che non è un’attività folkloristica, è una lezione di tempo. C’è la vendemmia, che insegna la pazienza e la misura. C’è l’estrazione del gel puro di Aloe vera, che rende visibile la trasformazione, il passaggio dalla pianta al prodotto, dalla natura al gesto tecnico".
Questo è un modello di turismo che, nelle intenzioni dichiarate, deve fare bene al territorio. Perché crea lavoro, attiva forniture locali, mette in circolo responsabilità. E perché non tratta la campagna come decorazione, ma come infrastruttura.
Qui la civiltà contadina non viene messa in vetrina. Viene riconosciuta come cultura che deve restare. Testimonianza non inerte, ma viva. Perché un territorio senza memoria è un territorio che può essere comprato e rivenduto come un oggetto qualsiasi.
La civiltà contadina ha plasmato la cultura dell’accoglienza. “Qui, come altrove, l’accoglienza non contempla: coinvolge. E nel momento in cui si attiva, lo sguardo smette di essere distanza e diventa partecipazione.”
Bello e intenso, questo sguardo di Domenico: uno tra molti, che diventa due con Marinella – compagna e sodale – e poi tre, quando vi si aggiunge il mio, assorto e speranzoso.
Ci sono percorsi guidati tra le coltivazioni. "C’è la raccolta delle olive, che non è un’attività folkloristica, è una lezione di tempo. C’è la vendemmia, che insegna la pazienza e la misura. C’è l’estrazione del gel puro di Aloe vera, che rende visibile la trasformazione, il passaggio dalla pianta al prodotto, dalla natura al gesto tecnico".
Questo è un modello di turismo che, nelle intenzioni dichiarate, deve fare bene al territorio. Perché crea lavoro, attiva forniture locali, mette in circolo responsabilità. E perché non tratta la campagna come decorazione, ma come infrastruttura.
Qui la civiltà contadina non viene messa in vetrina. Viene riconosciuta come cultura che deve restare. Testimonianza non inerte, ma viva. Perché un territorio senza memoria è un territorio che può essere comprato e rivenduto come un oggetto qualsiasi.
La civiltà contadina ha plasmato la cultura dell’accoglienza. “Qui, come altrove, l’accoglienza non contempla: coinvolge. E nel momento in cui si attiva, lo sguardo smette di essere distanza e diventa partecipazione.”
Bello e intenso, questo sguardo di Domenico: uno tra molti, che diventa due con Marinella – compagna e sodale – e poi tre, quando vi si aggiunge il mio, assorto e speranzoso.