(continua ancora) Questo nostro quinto piano
L'ultima parte del mio racconto. Poi ne parliamo bene.
La chiave riapparve prima che la serata finisse.Non fu restituita. Non cadde teatralmente da una tasca. Comparve nel modo più domestico e più accusatorio possibile: sul marmo dell’ingresso, accanto al piccolo vassoio destinato alle chiavi quotidiane, orientata in diagonale, come se qualcuno l’avesse appoggiata lì per sbaglio o per calcolo, scegliendo la zona più visibile e insieme più ambigua. Il metallo scuro risaltava sul marmo chiaro. Il nastro verde, rimasto nella vetrina, non la accompagnava più. La casa tacque per alcuni secondi lunghissimi, poi produsse un cigolio basso dalla porta della sala da pranzo, un suono quasi soddisfatto, ma non pacificato del tutto.
Il giorno dopo, la piccola serratura nascosta nell’armadio fu aperta.
Dietro il pannello laterale non c’erano gioielli, né contanti, né documenti compromettenti nel senso più volgare del termine. C’era soltanto una scatola piatta di legno scuro, avvolta in una stoffa ormai irrigidita, e dentro la scatola una serie di lettere, fotografie, ricevute, ritagli di giornale e un taccuino dalla copertina nera. L’enigma dell’appartamento non riguardava un tesoro, ma una storia. Una storia più preziosa e più pericolosa, perché le storie, quando resistono abbastanza a lungo, diventano proprietà contese.
Dalle carte emergeva la figura della donna della fotografia sul mare. Non una semplice precedente abitante, non una nota decorativa della memoria domestica, ma il centro nascosto di una vicenda antica: una collezionista, forse una critica, forse una mediatrice d’arte, certamente una persona capace di muoversi fra salotti, gallerie, aste private e amicizie ambigue con una disinvoltura che gli oggetti dell’appartamento sembravano ancora ricordare.
Negli anni Settanta aveva riunito opere, lettere, testimonianze, attribuzioni, prove di passaggi di mano non sempre limpidi. Aveva annotato nomi, cifre, date, provenienze. Aveva custodito il tutto nel quinto piano, non per denunciarlo subito, forse per proteggerlo, forse per usarlo, forse per comprendere fino in fondo ciò che ancora non le era chiaro. Poi era scomparsa dalla storia ufficiale della casa dietro formule rispettabili: trasferimento, malattia, vendita, lontananza. Nulla di tragico risultava dalle carte, ma tutto lasciava intuire una sparizione morale, una cancellazione progressiva, un’uscita di scena troppo ordinata.
Il taccuino era pieno di appunti brevi, nomi abbreviati, frecce, numeri, descrizioni di oggetti ancora presenti nell’appartamento e di altri ormai dispersi. Fra quei nomi compariva, più volte, un cognome identico a quello dell’uomo dalle scarpe lucide, forse padre, forse zio, forse tutore di un’eredità opaca. La chiave rubata non serviva a portare via un valore immediato; serviva a raggiungere le carte, a sottrarle, a impedire che il quinto piano restituisse una memoria rimasta per decenni nel legno. L’appartamento non aveva difeso un bene. Aveva difeso il proprio passato, e insieme i nuovi proprietari, scelti forse proprio perché capaci di non confondere l’usura con il difetto, la voce con il rumore, la memoria con l’ingombro.
Dopo la scoperta, la casa cambiò ancora.
Non divenne più silenziosa. Al contrario, sembrò autorizzarsi a una confidenza più piena. I cigolii delle porte in ciliegio persero quella vena di allarme che li aveva attraversati nelle settimane precedenti. Il parquet tornò a crocchiare con ironia sotto i passi degli amici fidati. La boiserie, nelle sere umide, crepitava con una calma quasi narrativa. Il lampadario di Murano tintinnava soltanto quando qualcuno rideva troppo vicino al suo equilibrio fragile, e anche allora senza ostilità. La vetrina delle chiavi, ricomposta con il nastro verde e la chiave ritrovata, rimase chiusa, ma non più soltanto muta: ogni tanto, al passaggio dei proprietari, lasciava scivolare un tocco minimo di metallo contro vetro, come una formula di riconoscimento.
Gli estranei continuarono a non capire.
Continuarono a suggerire manutenzioni, restauri, interventi, miglioramenti. Continuarono a guardare le fessure delle porte, i cardini ossidati, i marmi segnati, il parquet sonoro, le armadiature capricciose, le boiserie appena imbarcate, e a scambiare per trascuratezza ciò che era invece fedeltà. Alcuni, dopo aver saputo vagamente del ritrovamento di vecchie carte, tentarono di attribuire alla casa un’aura romanzesca buona per conversazioni. Altri ridussero tutto a una coincidenza fortunata. Altri ancora, infastiditi dal fatto che qualcosa fosse accaduto senza passare attraverso la loro competenza, parlarono di suggestione, di eccesso interpretativo, di bisogno sentimentale di animare gli oggetti.
Il quinto piano li lasciava dire.
Sapeva che ogni amore esclusivo è, per chi ne resta fuori, una forma di esagerazione. Sapeva che il proprio linguaggio non doveva convincere nessuno, perché le lingue private non nascono per diventare pubbliche, ma per custodire un patto. Sapeva anche che i proprietari, ormai, non avrebbero più ceduto alla tentazione di zittirla. Non avrebbero sostituito i cardini soltanto perché cigolavano, né levigato il parquet fino a cancellarne la memoria depositata nella patina, né lucidato i marmi fino a renderli senza età, né uniformato le boiserie, né corretto l’appartamento come si corregge un testo troppo vivo. Avrebbero riparato ciò che doveva essere riparato, certo, ma senza rubare o avvilire la sua personalità.
Nelle sere più affollate, quando la città sotto sembrava premere contro il portone e la vita sociale dei proprietari riempiva il quinto piano di profumi, cappotti, bicchieri, passi, risate, sguardi curiosi, l’appartamento tornava a essere un’orchestra. Non una musica ordinata, ma una lingua fatta di attriti e risonanze, di colpi lievi e vibrazioni, di esitazioni del legno e respiri del vetro. Agli ospiti più nervosi pareva un difetto. Agli amici più attenti pareva un tratto di carattere. Ai proprietari pareva una mano posata sulla nuca, un modo di essere riconosciuti nel pieno della confusione, una certezza calda, segreta, quasi indecente nella sua intensità.
La casa, dal canto suo, li amava come soltanto una casa può amare: trattenendoli senza imprigionarli, sorvegliandoli senza mostrarsi, giudicando chi entrava, perdonando chi imparava, respingendo con piccoli segnali chi non avrebbe mai capito. Li amava nei dettagli meno nobili e più veri: nelle tazze lasciate sul tavolo, nei libri spostati dal comodino alla poltrona, nelle scarpe abbandonate vicino all’ingresso, nelle impronte leggere sul marmo dopo la pioggia, nelle dita passate distrattamente sulle maniglie, nelle finestre aperte troppo a lungo, nelle cene finite tardi, nelle mattine pigre, nelle discussioni senza testimoni, nei ritorni stanchi, nelle partenze frettolose. Li amava perché non avevano avuto paura delle sue crepe. Li amava perché avevano ascoltato prima di intervenire. Li amava perché, fra tutte le case possibili, avevano scelto proprio quella che non voleva essere perfetta, ma compresa.
E quando, nelle notti di vento, il quinto piano si riempiva di suoni più lunghi, con le porte che respiravano nei cardini, i vetri che rispondevano alla pressione dell’aria, il parquet che si contraeva come una pelle antica, i proprietari non si svegliavano inquieti. Restavano talvolta nel dormiveglia, immersi in quella voce plurale, riconoscendo senza fatica il cigolio della sala, il tic della finestra, il colpo morbido dell’armadio, il fruscio della tenda, il sussurro della boiserie. Sotto, la città continuava a correre, affollata, frenetica, incapace di fermarsi. Sopra, l’appartamento vegliava.
Non custodiva più soltanto oggetti d’arte, libri e ricordi di una vita intensa. Custodiva la prova che anche le cose, quando vengono amate senza essere ridotte alla loro utilità, possono restituire amore in una lingua imperfetta, materiale, ostinata.
Nel cuore del quinto piano, dietro le porte in ciliegio e i marmi segnati, fra le chiavi ricomposte e i libri rimessi al loro posto, la casa continuò a parlare. Non sempre per dire qualcosa. Talvolta soltanto per ricordare ai suoi amanti che era lì, viva nella sua vecchiaia elegante, fedele alle proprie incrinature, gelosa della propria bellezza non levigata, pronta a difenderli dagli occhi che misurano, e inerme, invece, davanti agli sguardi che amano.
E in quella città piena di gente, dove tutti passavano accanto a tutti senza quasi vedersi, quella casa al quinto piano rimase una delle poche creature capaci di riconoscere davvero chi sapeva starle accanto.