(continua) Questo nostro quinto piano

La seconda parte del racconto insiste sul tema del linguaggio della casa.  

(…)

La memoria dell’appartamento era distribuita ovunque.

Nei libri, innanzitutto, che occupavano due pareti dello studio e una del corridoio, disposti non secondo un criterio rigidamente alfabetico, ma per sedimentazioni successive, per passioni, per affinità segrete. Volumi di storia dell’arte e cataloghi di mostre accanto a saggi di urbanistica, filosofia e teologia, prime edizioni di antichi romanzi dalle pagine mal rifilate, cataloghi di aste, libretti d’opera, raccolte di fotografie, tragedie greche, monografie su artisti dimenticati, dizionari etimologici, guide di città. Fra le pagine, i nuovi proprietari avevano trovato praticamente di tutto: biglietti ferroviari, fiori secchi, ricevute di alberghi, appunti realizzati con grafie diverse, cartoline mai spedite, un invito a una mostra del 1997, un ritaglio di giornale su uno strano furto avvenuto in una villa di provincia, una poesia forse apocrifa attribuita a Montale, un appunto di Franco Fortini, un menù con macchie di vino e una data scritta in alto a matita.

Anche gli oggetti ricordavano. Una maschera balinese appesa vicino all’ingresso osservava chi entrava con un sorriso rigido e inclinato. Una piccola statua di bronzo, forse banalmente antica soltanto nelle intenzioni di chi l’aveva venduta, stava sul tavolo basso davanti al divano, ricavato da un’antica portantina indiana ferita con decine di chiodi, ricoperta di riviste d’arte, oggetti e un mazzo di tarocchi disegnati da Dalí.

Una fotografia in bianco e nero mostrava una donna giovane su una terrazza marina, il capo voltato verso qualcosa fuori campo, il vestito mosso dal vento, il volto troppo sfocato per consegnarla interamente a un nome. Sopra l’enorme divano, un quadro astratto degli anni Settanta, tutto rossi bruciati e neri profondi, pareva assorbire la luce anziché restituirla. In una vetrina stretta, accanto a bicchieri molati, c’erano tre chiavi senza serratura apparente, legate da un nastro verde appiccicaticcio ormai pallido.

Nessuno, fra gli ospiti, prestava attenzione alle chiavi. Troppo piccole, troppo mute, per pretendere dallo sguardo qualcosa di più di una distrazione. La casa, invece, sembrava sapere che proprio intorno a esse ci fosse uno snodo.

Il primo segnale autenticamente diverso si manifestò in primavera, durante un ricevimento pomeridiano in cui la luce entrava larga dalle finestre e rendeva più visibili le imperfezioni. La città sotto era in una condizione di euforia nervosa, con i tavolini dei bar affollati, i motorini disposti caoticamente, i pedoni ingaggiati a schivarli con ampie volute di bacino, i balconi carichi di piante e le tende abbassate contro un sole già aggressivo.

Nell’appartamento erano arrivati gli amici, i colleghi, alcuni conoscenti di secondo grado, un critico d’arte dal profumo persistente, una gallerista sottile, nervosa nei gesti, rapida nel trasformare ogni sguardo in valutazione, due cugini che misuravano ogni cosa con l’occhio di chi eredita senza averne diritto, e un uomo presentato come consulente per valutazioni assicurative, elegante con una precisione difficile da rimproverare e, proprio per questo, lievemente inopportuna.

Fu al suo ingresso che il quinto piano cambiò tono.

La porta principale si chiuse alle sue spalle con un suono più cupo del solito, come se l’aria fosse stata spinta dentro una cassa. Il parquet dell’ingresso rispose con un singolo colpo, netto, isolato. La maschera balinese, naturalmente immobile, sembrò inclinare la propria ombra sulla parete. Nessuno vide nulla di concreto, perché nulla di concreto avvenne; eppure, il passaggio dell’uomo attraverso il corridoio produsse una sequenza di piccoli fenomeni che, presi separatamente, avrebbero autorizzato qualunque scetticismo, ma insieme componevano una frase. Il cardine della porta dello studio emise un cigolio ascendente. L’anta della libreria centrale vibrò contro il telaio. Dal mobile bar arrivò un sinistro tintinnio di bicchieri. Il marmo dell’ingresso, scaldato dal sole del pomeriggio, produsse un tic secco, quasi un avvertimento. Infine, dalla vetrina delle chiavi, provenne un suono finissimo, come il contatto del metallo contro il vetro.

I proprietari lo sentirono. Non lo interpretarono subito. Sorridendo agli ospiti, continuando a muoversi fra salone e cucina, a riempire calici, a spostare piatti, ad accendere lampade anche se il giorno non era ancora al suo consueto e perenne termine, percepirono tuttavia una differenza. La casa non stava semplicemente accompagnando. Stava insistendo.

L’uomo dalle scarpe lucide osservava troppo, in effetti. Non ammirava, censiva. I suoi occhi non si posavano sulle cose con il piacere disinteressato di chi incontra una bellezza non prevista, ma con la precisione di chi calcola, isola, confronta, attribuisce valore. Guardò il quadro sopra il divano, la statua di bronzo, i vetri di Murano, alcune ceramiche firmate, la credenza, i cassetti, le serrature. Quando passò davanti alla vetrina delle chiavi, si fermò un istante di troppo. Non toccò nulla, non avrebbe commesso un’imprudenza così grossolana, ma il suo sguardo, più della mano, fu eloquente.

La casa rispose con un lungo gemito della porta in ciliegio della sala da pranzo, un suono impossibile da confondere con il vento o con un assestamento. Non fu forte, ma ebbe una qualità quasi vocale, una curva di disappunto così netta che persino gli ospiti più distratti volsero il capo. Alcuni risero, altri cercarono spiegazioni con gli occhi, qualcuno sfiorò il proprio bicchiere come per ancorarsi a un gesto normale. I proprietari, invece, provarono una tenerezza improvvisa, mista a un’inquietudine sottile. Era come vedere una creatura amata mostrarsi gelosa davanti a chi non ne meritava la confidenza.

Da quel giorno l’appartamento iniziò a costruire il proprio racconto con maggiore chiarezza. Non per tutti, naturalmente. Per la maggior parte dei visitatori restava una casa bella e un poco rumorosa, una dimora piena di fascino ma bisognosa, prima o poi, di manutenzione seria. Per i proprietari, invece, quei rumori divennero progressivamente meno casuali. Cominciarono a distinguere il cigolio benevolo da quello contrariato, lo scricchiolio di benvenuto da quello di allarme, il tic serale dei vetri dal tic improvviso della diffidenza, il borbottio dei tubi dal colpo cavo prodotto dal legno quando qualcosa, o qualcuno, turbava l’equilibrio degli oggetti. Dal tono severo o pacato o confidente, ci si capiva.

La casa parlava soprattutto in presenza di estranei, come se la sua voce avesse bisogno di essere provocata dall’intrusione. Da soli, i proprietari ricevevano suoni di intimità, minime conferme, una compagnia discreta. In compagnia, invece, l’appartamento diventava selettivo, quasi aristocratico. Accettava gli amici veri, quelli che appoggiavano i libri senza piegarne le copertine, che sfioravano il marmo con ammirazione e non con giudizio, che entravano nelle stanze come si entra in rapporto con un carattere altrui, senza pretendere di correggerlo. Con loro, i rumori erano caldi, morbidi, pieni di piccole vibrazioni domestiche. Ma davanti ai curiosi rapaci, ai parenti valutatori, ai tecnici frettolosi, ai mondani privi di gratitudine, la casa diventava un codice di obiezioni.

Nessuno, fuori da quel rapporto, avrebbe potuto capirlo. L’amore esclusivo fra un luogo e chi lo abita non ha prove da offrire, se non quelle che l’amante riconosce e l’estraneo deride.

Gli ospiti vedevano pareti, mobili, serramenti, finiture, magari una rara e ammirevole conservazione generale. I proprietari sentivano un corpo. Non il corpo metaforico e generico delle case amate da chiunque, ma un organismo preciso, con nervature, umori, punti sensibili, vanità, paure, predilezioni. Persino incauti fastidi. La casa amava essere guardata, ma non esaminata; attraversata, ma non violata; raccontata, ma non spiegata. Amava i suoi nuovi proprietari con una possessività lenta, coltivata stanza dopo stanza, oggetto dopo oggetto, attraverso la lunga educazione dell’abitudine, frutto del lento apprendistato dell’abitare. Un corteggiamento estenuante e progressivo, risoluto nella sua pazienza, ammaliante nella sua capacità di non chiedere mai apertamente ciò che pure continuava a pretendere. Con garbo.

Il giallo, se così si poteva chiamare, cominciò senza sangue, senza urla, senza porte sfondate, senza le convenzioni rumorose del delitto. Cominciò con una mancanza.

Una mattina, al capolinea di un’altra serata affollata di ospiti, la piccola chiave centrale del nastro verde scomparve dalla vetrina. Non sparirono gioielli, argenti, quadri, denaro, documenti. Solo una chiave minuscola, più scura delle altre due, con la testa ovale e un numero quasi cancellato inciso sul gambo. La vetrina era chiusa, ma non forzata. Il vetro non aveva impronte evidenti, era lì al proprio posto, intatto e persino pulito. Il nastro verde pendeva ancora dal gancio interno, allentato, come se una mano paziente avesse sciolto e ricomposto. La casa, quella mattina, non produsse i suoi suoni consueti. Il parquet della cucina tacque sotto i piedi nudi. La porta del bagno padronale si mosse senza cigolare. Le finestre rimasero mute nonostante il traffico sottostante. Quel silenzio, proprio perché impossibile in un appartamento così pulsante, fu più inquietante di qualunque rumore.

I proprietari percorsero le stanze con un’attenzione diversa. Non cercarono soltanto la chiave; cercarono una ferita. La trovarono nella vetrina, non visibile ma percepibile, una specie di imbarazzo dell’oggetto privato di una parte inutile solo in apparenza. La maschera balinese all’ingresso non sembrava semplicemente più scura; pareva avere ritirato dentro di sé una parte della luce, come se l’avesse giudicata inopportuna. Anche il quadro sopra il divano tratteneva un chiarore più cupo, una luminosità contratta, non spenta, ma sorvegliata, quasi che anche la pittura avesse deciso di non concedersi più interamente allo sguardo indiscreto.

Il mobile bar aveva restituito durante la notte un odore remoto di legno chiuso e liquori evaporati. Nello studio, una fila di libri risultava spostata di pochi millimetri, quanto basta per irritare chi conosce il disordine naturale di una casa e sa distinguere da esso l’intervento di una volontà estranea, tipica della sollecitudine sconveniente.

La chiave non ricomparve. Al suo posto, nei giorni seguenti, si intensificarono i segnali.

Ogni volta che il ricordo dell’uomo dalle scarpe lucide attraversava il pensiero dei proprietari, la casa sembrava rispondere non attraverso il soprannaturale esibito, ma mediante quella specie più inquietante di coincidenza che non pretende fede e tuttavia produce lentamente uno scetticismo di fondo. Il cassetto inferiore della scrivania si apriva di un centimetro. La porta dello studio si arrestava a metà corsa con un gemito. Il parquet davanti alla libreria centrale produceva due colpi ravvicinati e uno più debole, sempre nello stesso punto. Le tende del salone, anche senza corrente d’aria, sfioravano il termosifone con un fruscio secco. Nella sala da pranzo, la credenza emanava un odore di cera antica più intenso del solito, come se qualcosa custodito al suo interno si fosse riscaldato per sprigionare il sentore caldo, mieloso e lievemente vegetale delle cere.

La logica ordinaria avrebbe imposto una telefonata, una verifica, forse una denuncia discreta, certamente un controllo delle presenze della sera precedente. Ma l’appartamento sembrava opporsi a ogni soluzione esterna. Non voleva essere trasformato in scena di un furto, un caso assicurativo, un argomento da portineria, fascicolo. Voleva essere compreso. E la comprensione, in quella casa, non poteva passare dai verbali, ma dall’ascolto.

Fu così che i proprietari iniziarono a dedicare alla casa una forma di attenzione a tratti investigativa e a tratti amorosa, pacata e paziente. Di notte, quando la città rallentava senza mai fermarsi, restavano seduti nel salone con le luci basse, non immobili come cacciatori, ma disponibili come amanti in attesa di un mutamento di respiro. Il quinto piano, liberato dagli ospiti, mostrava allora una ricchezza sonora sorprendente. Il legno dilatava e contraeva le proprie fibre. Le tubature trasmettevano lontane variazioni di pressione, fino a veri e propri gorgoglii. I vetri restituivano minuscoli colpi al calo della temperatura. Il marmo dell’ingresso, perseguitato dalla memoria del giorno, si assestava con la sua consueta dignità minerale.

E, dentro quella polifonia domestica, alcuni suoni tornavano con maggiore ostinazione, come se la casa li avesse scelti per comporre la propria frase più riconoscibile: il doppio scatto dell’armadio accanto alla stanza degli ospiti, breve e sillabico; il gemito un poco greve della porta dello studio, simile a una protesta trattenuta; i tre colpi del parquet davanti alla libreria centrale, secchi, misurati, quasi deliberati, come dita battute con impazienza sotto la superficie del legno.

Non era un alfabeto universale, né un codice disposto alla traduzione. Era una lingua privata, nata dalla convivenza e dalla complicità più che dall’intenzione, e comprensibile soltanto a chi avesse accettato di restare abbastanza a lungo dentro la sua grammatica di legno, vetro, polvere e attesa.

Nessun suono, in quella casa, nasceva già come segno. Doveva prima tornare e insistere, suscitare più volte la giusta attenzione, depositarsi nell’orecchio e nella memoria fino a perdere l’apparenza del semplice difetto. Solo allora un cigolio smetteva di essere un cardine da oliare, uno scatto cessava di appartenere soltanto alla serratura, un colpo nel parquet non era più l’età del legno, ma una minima presa di posizione della materia. Gli estranei sentivano guasti, attriti, manutenzioni rimandate. I proprietari, invece, dentro una lunga confidenza con le cose, iniziarono ad avvertire indicazioni: non ordini, non messaggi, ma esitazioni orientate, piccole inflessioni del domestico, come se l’appartamento stesse insegnando loro, con infinita cautela, a distinguere il rumore dalla risposta.

Il percorso conduceva allo studio.

La stanza era la più densa dell’appartamento. Una scrivania grande, con il piano segnato da aloni circolari e incisioni leggere, occupava il centro, orientata non verso la finestra ma verso la libreria, come se chi l’aveva usata avesse preferito guardare la dote libraria anziché la città brulicante. Due poltroncine LC2 - Cassina stavano ai lati di un tavolino basso. Alle pareti, fotografie di viaggi, un disegno a carboncino di una mano, una piccola mappa di New York aggiornata con stencil artistici, un diploma incorniciato, diversi piccoli quadri di notevole fattura. La libreria centrale, quella davanti alla quale il parquet batteva sempre la sua sequenza, pareva su misura, con montanti spessi e ripiani regolabili. Nulla indicava un nascondiglio.

I proprietari svuotarono lentamente un ripiano, poi un altro, rispettando l’ordine dei volumi, appoggiandoli sul tappeto come dei corpi addormentati. Dietro una fila di manuali e saggi sul teatro contemporaneo, notarono una linea verticale appena diversa, una giuntura così sottile da poter essere scambiata per una venatura dell’impiallacciatura. Premendo, non accadde nulla. Tirando, neppure. Fu soltanto quando la mano sfiorò il margine inferiore del pannello, là dove il legno aveva una scheggiatura minuscola, che dall’armadio accanto alla stanza degli ospiti arrivò il doppio scatto, nitido, quasi impaziente. La casa correggeva.

Nell’armadio, dietro le lenzuola piegate con una precisione ormai più rituale che domestica, oltre alcune scatole di cappelli lasciate dai precedenti proprietari e mai davvero assimilate alla vita nuova della casa, c’era una serratura nascosta in una tavoletta laterale. Non si offriva allo sguardo, ma nemmeno cercava di sottrarsi sul serio. Stava lì, in quella zona laterale e dimessa dove le mani arrivano solo per ostinazione e gli occhi raramente sostano, come se fosse stata affidata non all’invisibilità, ma a una forma più sottile di protezione: la certezza che quasi nessuno guarda davvero ciò che non gli è stato indicato.

Le case, del resto, custodiscono spesso i propri segreti così, non rendendoli introvabili, ma consegnandoli alla distrazione altrui, alla fretta con cui si apre un’anta, si sposta un lenzuolo, si richiude un vano credendo di averlo compreso fino in fondo.

La serratura era piccola, più piccola di quanto ci si sarebbe aspettati da un armadio di quelle dimensioni, quasi sproporzionata rispetto alla massa scura del legno, e proprio per questo più ostinata, più intenzionale. Richiedeva una chiave minuta, sottile, forse esattamente quella che mancava. Le due rimaste nella vetrina furono provate una dopo l’altra, con un piglio che aveva già qualcosa della verifica e non più del semplice tentativo. La prima non entrò nemmeno fino in fondo; la seconda oppose una resistenza secca, definitiva, come se la serratura ne avesse riconosciuto l’estraneità prima ancora del metallo. A quel punto, l’assenza smise di essere una mancanza generica, una svista, una piccola dispersione domestica tra molte altre. Diventò una forma di asserzione. Dunque, una prova.

Nei giorni successivi l’uomo dalle scarpe lucide tornò, non invitato a una festa ma per un pretesto professionale, accompagnato da una cartella sottile e da un sorriso misurato, dentro il quale la cortesia occupava lo spazio esatto lasciato libero dall’avidità. La casa lo riconobbe prima dei proprietari. L’ascensore non era ancora arrivato al piano quando il corridoio cominciò a vibrare con una sequenza di colpi minuti. La porta d’ingresso, chiusa dall’interno, produsse un assestamento cupo. Il lampadario di Murano tintinnò tre volte. La vetrina delle chiavi rispose con un suono grave, quasi offeso. Poi il parquet davanti allo studio eseguì la propria formula: due colpi ravvicinati, uno più debole.

L’uomo attraversò l’appartamento come chi torna in un luogo già studiato. Nessun gesto esplicito, nessuna fretta, nessuna rottura dell’etichetta. Eppure, ogni suo passo produceva nella casa una reazione diversa, come se il quinto piano gli opponesse una resistenza distribuita con calcolo e caparbietà. La porta dello studio, aperta, oscillò lentamente alle sue spalle. Il mobile bar emise un tintinnio secco. Una delle finestre del salone tremò senza con ciò far da eco ai camion in strada. Nel corridoio, la boiserie crepitò lunga, a bassa voce.

Se altri fossero stati presenti, avrebbero forse cercato rifugio nella parola più prevedibile: suggestione. È così che spesso ci si difende dalle cose quando smettono di obbedire alla loro funzione e cominciano, anche solo per un istante, a pretendere un ascolto.

Ma gli altri non c’erano. Nessuno sguardo esterno, nessuna voce incaricata di ricondurre l’anomalia alla misura rassicurante del caso. C’erano soltanto i proprietari, l’uomo, la casa, e quella tensione muta che non precede le frasi, ma le svuota prima ancora che vengano pronunciate, perché appartiene a un ordine più antico della spiegazione: il punto esatto in cui le cose non dicono ancora, e tuttavia obbligano già qualcuno a rispondere.

(…)