Dilexit veritatem
Marc Bloch, o della verità come disciplina.
Immagini da brivido quelle dell’ingresso di Marc Bloch nel Panthéon, a Parigi.Quelle immagini suscitano emozione, certo; ma impongono anche una riflessione non accomodante sul modo in cui una comunità decide di custodire, o di consumare, le gesta di alcune particolari persone.
Il suo ingresso l'ho visto non soltanto come una preziosa — quanto mai opportuna — traslazione simbolica di un grande nome dentro l’architettura marmorea della memoria nazionale, né come il gesto, pur necessario, con cui una comunità ripara tardivamente il proprio debito verso chi seppe pensare, insegnare, combattere e morire senza separare mai l’intelligenza dalla responsabilità.
Lo considero, piuttosto, un avvertimento rivolto al nostro tempo, che della memoria spesso conserva la prevedibile retorica del tributo, ma smarrisce con crescente disinvoltura la parte più esigente, meno ornamentale e meno consolatoria: quella che costringe a domandarsi che cosa significhi ancora cercare la verità quando la verità non è più soltanto contrastata dalla menzogna, ma indebolita, svuotata, disidratata da un uso compulsivo, emotivo, mimetico e proprietario del linguaggio.
È forse questo l’eccesso del nostro tempo: non la mancanza di parole, ma la loro continua sovrapproduzione funzionale, la loro disponibilità immediata a servire una causa, un effetto, una reazione, fino a perdere ogni rapporto severo con ciò che dovrebbero nominare.
Bloch non entra nel Panthéon come un santo laico da collocare nella nicchia pulita dell’esemplarità, perché il suo lascito, se preso sul serio, impedisce precisamente questa igiene commemorativa, questa trasformazione dei morti migliori in figure mansuete, rese finalmente innocue dalla distanza.
L’inganno dell’immediatezza non risparmia nessuno. Soprattutto noi, disertori della memoria e clandestini del senso civico.
Bloch entra nel Panthéon, o dovrebbe entrare, come una domanda ancora abrasiva: che rapporto esiste tra le parole e le prove, tra il racconto e il documento, tra ciò che viene detto e ciò che può essere verificato, tra l’emozione collettiva e la pazienza quasi artigianale del giudizio?
La grandezza di Bloch non consiste soltanto nell’avere allargato il campo dello storico oltre il documento scritto, verso le tracce materiali, economiche, sociali, mentali, iconografiche, minute o laterali della vita umana; consiste soprattutto nell’avere intuito che ogni civiltà si difende, prima ancora che con le armi, con la qualità delle proprie procedure conoscitive, con la severità delle proprie domande, con la capacità di non accontentarsi della prima superficie disponibile.
Per questo, oggi, parlare di Marc Bloch significa parlare del linguaggio, non in senso decorativo o letterario, ma nel suo nucleo più civile. Il linguaggio è il luogo in cui una società decide se vuole ancora distinguere, o se preferisce confondere; se vuole nominare con precisione, o se trova più comodo eccitare; se accetta la fatica della complessità, o se si consegna alla rapidità tossica della formula parossistica.
Ogni epoca produce le proprie superstizioni linguistiche, e la nostra, che pure si crede emancipata da molti antichi idoli, ne fabbrica di nuovi con una velocità industriale: parole stolide che non spiegano ma aggregano, parole che non aprono ma blindano, parole che non cercano la realtà ma la sostituiscono con un segnale di appartenenza, una vibrazione identitaria, una piccola bandiera semantica da agitare nel traffico nervoso delle opinioni.
Bloch, nella sua lezione più profonda, mi interpella come uomo, come comunicatore e come cittadino, perché ricorda che la verità non è mai un possesso immediato, né un grido più forte degli altri.
La verità, quando riguarda gli uomini, le istituzioni, le paure, le economie, le credenze, le sconfitte e le responsabilità, è sempre il risultato fragile di una disciplina: incrociare, comparare, dubitare, retrocedere, correggere, rinunciare alla vanità della tesi brillante quando i fatti non la sostengono, accettare che la realtà abbia più strati della nostra impazienza e più resistenza delle nostre categorie.
In questo senso, il metodo storico non appartiene soltanto agli storici, perché diventa una grammatica della cittadinanza, una forma di igiene dell’intelligenza pubblica, un modo per sottrarre le parole alla deriva dell’uso irresponsabile.
C’è un punto, più di altri, che rende Bloch necessario a questo presente: egli sapeva che non esiste pensiero critico senza coraggio del linguaggio. Pensare criticamente non significa assumere il tono sospettoso di chi vede inganni ovunque e, proprio per questo, finisce spesso per credere a qualunque cosa purché si presenti come rivelazione proibita; significa, al contrario, esercitare una fedeltà severa alla complessità del vero, rifiutando sia la credulità docile sia il cinismo compiaciuto, sia l’obbedienza alla versione ufficiale sia il narcisismo dell’eresia automatica.
Il pensiero critico non è una posa antagonista, non è l’eleganza un po’ malata del dissenso permanente, non è la sostituzione di un conformismo con un altro conformismo di segno contrario; è una pratica adulta della libertà, e la libertà, quando non vuole degradarsi in capriccio, deve accettare la fatica della prova.
Qui il linguaggio diventa decisivo, perché nessuna prova parla da sola se le parole che la introducono sono già contaminate dall’effetto, dal pregiudizio, dalla volontà di dominio. Ci sono parole che arrivano sui fatti come strumenti di misura, e parole che arrivano sui fatti come colate di cemento; le prime lasciano intravedere le proporzioni, le seconde sigillano il terreno e impediscono ogni scavo.
Una società che smette di distinguere tra queste due forme del dire non perde soltanto eleganza espressiva, perde capacità democratica, perché la democrazia vive anche della possibilità di nominare i problemi senza deformarli immediatamente in slogan, di discutere senza tribalizzare ogni divergenza, di riconoscere che la verità pubblica non nasce dalla somma dei rumori, ma dalla qualità delle verifiche.
Per questo la figura di Bloch, storico e resistente, non può essere spezzata in due metà, come se da una parte vi fosse il professore chino sulle fonti e dall’altra l’uomo entrato nella clandestinità contro la barbarie. In lui il pensiero e l’azione non coincidono ingenuamente, ma si richiamano, si sorvegliano, si mettono reciprocamente alla prova. Lo storico che cerca le cause di una sconfitta non compie un esercizio retrospettivo di eleganza analitica; compie un atto di responsabilità davanti al proprio Paese, perché sa che le catastrofi non nascono mai da un solo evento, da un solo tradimento, da una sola mancanza, ma da stratificazioni di errori, paure, cecità, linguaggi accomodanti, viltà amministrate, parole lasciate marcire fino a diventare ambiente.
Prima delle rovine materiali ci sono spesso rovine grammaticali: parole che non tengono più, concetti che si svuotano, formule che anestetizzano, eufemismi che preparano l’indecenza.
L’ingresso nel Panthéon, allora, mi costringe a domandare non soltanto che cosa ricordo di Marc Bloch, ma che cosa sono disposto a fare della sua inquietudine.
Se lo celebro soltanto come martire, rischio di consegnarlo a una venerazione immobile; se lo ascolto come metodo, torna invece a disturbare il mio rapporto con l’informazione, con il discorso pubblico, con le parole che adopero ogni giorno per dire crisi, progresso, identità, memoria, futuro.
Ogni parola importante dovrebbe essere maneggiata come un reperto e, al tempo stesso, come un ordigno: con cura, con un senso spiccato delle conseguenze. Perché le parole non descrivono soltanto il mondo; lo autorizzano, lo feriscono, lo rendono accettabile o lo preparano alla sua stessa degradazione.