Le alchimiste della parola

Sono stato visitato da una mostra molto particolare.

Già, perché in questa esperienza si è invertita la direzione dello sguardo, finendo per attraversarmi, insinuandosi nelle mie domande più persistenti e riaprendo questioni che credevo ormai sedimentate.“Le Alchimiste” di Anselm Kiefer, ospitata nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, mi ha visitato e non soltanto per la straordinaria forza delle opere o per il dialogo profondo che esse instaurano con uno dei luoghi più simbolici della memoria milanese, ma soprattutto perché costringe chi osserva a confrontarsi con una questione antica quanto l'umanità stessa: che cosa significa davvero trasformare?

La domanda emerge lentamente, con tutta la gradualità del caso, mentre i grandi teleri restituiscono alla visibilità una costellazione di figure femminili che la storia con troppa disinvoltura ha relegato ai margini. Caterina Sforza, Maria la Giudea, Isabella Cortese, Marie Meurdrac, Mary Anne Atwood e molte altre non appaiono qui come semplici protagoniste di una vicenda erudita né come figure alle quali riconoscere tardivamente un merito dimenticato. 
Attraverso il lavoro di Kiefer esse tornano a occupare uno spazio simbolico allargato, nel quale la ricerca scientifica, l'immaginazione, la sperimentazione pratica e l'interrogazione filosofica si compenetrano fino a diventare inseparabili.

Ma cosa e come ho visto?

Aggredito da una tempesta materica, ho visto le immense opere presentarsi come superfici vive, stratificate, attraversate da tensioni profonde e da emersioni improvvise della materia, come se la pittura non fosse semplicemente applicata alla tela, ma generata da un processo di sedimentazione, fermentazione, pressione interna, eruttazione. La composizione si organizza per addensamenti plastici, concrezioni, fenditure e rilievi che trasformano il supporto in un territorio fisico, quasi geologico, dove il colore non descrive ma precipita, coagula, si rapprende. 
Solve e Coagula.

Eppoi la densa materia pittorica appare spessa, impastata, irregolare, costruita attraverso sovrapposizioni di polpa, polveri minerali, fibre naturali e leganti organici, fino a produrre una tessitura complessa, ora ruvida e scabra, ora levigata come una roccia consumata dall’acqua.

Gli elementi compositivi non si dispongono secondo una gerarchia figurativa tradizionale, ma emergono come formazioni autonome: placche, croste, nervature, coaguli, filamenti, depositi terrosi, piccole cavità che sembrano custodire una memoria biologica della superficie.

La dimensione minerale dell’opera dialoga con quella naturale ed enzimatica. Vi si avverte qualcosa di primario, di preverbale, come se la pittura fosse il risultato di una lenta reazione chimica tra terra, umidità, calore e tempo. Alcune zone richiamano l’erosione delle pietre, altre la crescita imprevedibile di cortecce, radici o sedimenti organici, altre ancora richiamano il fondiglio dell’animo umano di Jung.

L’integrazione degli opposti, l’Incontro con l’Ombra, il Dialogo con gli Archetipi.

Il colore, spesso trattenuto in gamme terrose, ferrose, calcaree, ocra, grigie, brunite o verdastre o d’oro – che impressione l’enorme distesa di foglie d’oro – sembra nascere dalla decomposizione stessa della materia, da un metabolismo segreto che lavora sotto la pelle del quadro.
Vi si coglie un pulsare, persino un respirare: vi farete caso.

Gli inserti plastici conferiscono alla superficie una qualità quasi scultorea. La pittura diventa corpo, rilievo, presenza tattile. Non invita soltanto allo sguardo, ma alla prossimità fisica (all’intimità irriguardosa?): chiede di essere percepita come epidermide, crosta, organismo, rovina e germinazione insieme. Ogni asperità introduce una variazione di luce; ogni sporgenza produce un’ombra minima; ogni frattura apre una soglia tra ciò che affiora e ciò che resta sepolto. Ne deriva una composizione densa, non illustrativa, nella quale il visibile sembra coincidere con un processo di trasformazione continua.

Sicché la pittura non rappresenta la natura: ne assume i comportamenti. Sedimenta, cresce, si ossida, fermenta, si lacera, si decompone, si ricompone. È una pittura che trattiene in sé una forza tellurica e organica, capace di congiungere il minerale con il biologico, il fossile con l’enzimatico, la materia inerte con quella viva. La superficie diventa così un campo di accadimenti, un paesaggio senza orizzonte, una mappa tattile di energie primarie in cui il gesto dell’artista sembra meno imporre una forma che accompagnare la materia verso la propria manifestazione più necessaria.

E loro, al governo della massa preformale, intensa e terrificante, alchimiste protagoniste. Le sole che, nelle gole della storia, hanno affrontato il periglio della sintesi, la ricerca estenuante nel grande cammino profondo, noto come la Grande Opera (Magnum Opus), metafora del passaggio dell'essere umano da uno stato di corruzione e ignoranza a uno di grazia e risveglio interiore.

Nihil nobis metuendum est, praeter metum ipsum.
Questo porto a casa? Un’idea rinnovata di alchimia ma non solo.

Qui non viene interpretata esclusivamente – l’alchimia – come una curiosità del passato, bensì come una particolare modalità di relazione con il mondo, una forma di conoscenza che precede la compartimentazione dei saperi e che si sviluppa all'interno di un territorio cognitivo nel quale osservazione, intuizione, esperienza e simbolo convivono senza avvertire il bisogno di separarsi nettamente.

È forse in questo intreccio tra conoscenze differenti, immaginazione e pratica trasformativa che emerge una sorprendente prossimità con la comunicazione contemporanea. Ecco, dunque, la mia seconda idea rinnovata. Nelle sue forme più profonde, la comunicazione non consiste nel trasporto lineare di informazioni da un emittente a un destinatario, ma in un incessante lavoro di costruzione simbolica attraverso cui la realtà viene osservata, nominata, ordinata e continuamente riscritta dentro cornici di significato.

Ingenuo e concettualmente scorretto far coincidere l'alchimia con la comunicazione o leggere la seconda come una semplice prosecuzione della prima, cogliete la suggestione tremenda (mysterium tremendum et fascinans). Mentre il tremendum respinge l'uomo a causa della sua spaventosa immensità, il fascinans lo attrae irresistibilmente, promettendo grazia, beatitudine, salvezza e amore infinito. Questa tensione simultanea crea l'esperienza mistica.

Questo pure si prova di fronte al giganteggio delle alchimiste.
Tra questi due universi si estendono secoli di storia, mutamenti epistemologici, rivoluzioni scientifiche e trasformazioni culturali che impediscono qualsiasi sovrapposizione meccanica e indebita.

Ciò nonostante, proprio laddove si abbandona la tentazione delle equivalenze e si accetta la complessità delle differenze, emergono alcune sorprendenti simmetrie di fondo che sembrano rinviare a costanti più profonde della vicenda umana: la tensione verso la conoscenza, la necessità di interpretare ciò che appare oscuro, la ricerca di un ordine capace di mettere in relazione fenomeni apparentemente dispersi e, soprattutto, l'aspirazione a trasformare l'esperienza in una forma più alta e consapevole di comprensione. Macerando, bruciando, calcinando, trasudando, agglutinando, cristallizzando, intorbidando, smembrando, essiccando, resinando, alcalinizzando, intarsiando, aggrumando, incrostando, mutando, germinando.
Fino a trasformare la realtà in un campo instabile di reazioni, innesti, lacerazioni e nuove germinazioni formali. La vita?

Abbandonatevi alle analogie. La prima riguarda il metodo.

Le alchimiste alle quali la mostra rende omaggio operavano in un universo nel quale i confini disciplinari erano porosi. La preparazione di medicamenti, lo studio dei minerali, l'osservazione dei processi naturali, la conoscenza delle sostanze, la riflessione cosmologica e la costruzione simbolica concorrevano tutte alla medesima ricerca. Il sapere non era organizzato in compartimenti stagni ma si presentava come un tessuto continuo nel quale ogni elemento poteva contribuire alla comprensione dell'altro. Proprio questa caratteristica rende oggi particolarmente attuale la loro esperienza.

Anche la comunicazione è molto meno lineare e specialistica di quanto spesso si immagini. Quando funziona davvero, essa non nasce mai dall'applicazione meccanica di una tecnica. Ogni progetto comunicativo richiede l'integrazione di saperi molteplici e il dialogo costante tra prospettive differenti. La linguistica aiuta a comprendere il funzionamento delle parole; la sociologia consente di leggere i comportamenti collettivi; l'antropologia illumina i sistemi di valori; la psicologia offre strumenti per comprendere percezioni e motivazioni; il design organizza la forma; la tecnologia modifica le modalità di fruizione; l'analisi dei dati restituisce tracce interpretative spesso invisibili all'osservazione diretta.

Chi comunica, in questo senso, assomiglia meno a un tecnico e più a un ricercatore che lavora all'interno di un laboratorio complesso, nel quale materiali eterogenei vengono continuamente combinati, verificati, scartati, corretti e ricomposti. Come accadeva negli antichi laboratori alchemici, il processo non procede mai in linea retta ma attraverso tentativi, intuizioni, errori, revisioni e improvvise illuminazioni che soltanto a posteriori assumono la forma ordinata di una scoperta.

Proseguiamo con una seconda analogia, forse ancora più interessante, che riguarda il linguaggio stesso.

L'alchimia ha sempre dovuto affrontare una difficoltà fondamentale: descrivere fenomeni che sfuggivano al linguaggio ordinario. Per questa ragione il suo lessico si è sviluppato attraverso simboli, allegorie, immagini, metafore, figure composite e narrazioni capaci di operare simultaneamente su più livelli di significato. Quando gli alchimisti parlavano di metalli, fornaci, dissoluzioni, congiunzioni o trasmutazioni, spesso non stavano parlando soltanto di materia. Stavano parlando anche dell'essere umano, dei suoi conflitti, delle sue possibilità di trasformazione e del suo cammino di conoscenza.

In altre parole, il linguaggio alchemico era costitutivamente metalinguistico. Ogni parola rinviava a qualcosa di ulteriore rispetto al proprio significato immediato. Ogni simbolo conteneva una pluralità di interpretazioni possibili. Ogni processo descritto nel laboratorio diventava contemporaneamente una riflessione sull'uomo.
A ben vedere, qualcosa di analogo accade ogni volta che comunichiamo.

Nessuna parola coincide perfettamente con la realtà che pretende di nominare. I termini che utilizziamo sono attraversati da memorie culturali, associazioni personali, sedimentazioni storiche e stratificazioni simboliche che eccedono continuamente il loro significato letterale. Quando parliamo, non trasferiamo semplicemente contenuti da una mente all'altra, ma attiviamo reti di interpretazione nelle quali ciascun individuo riconosce, integra, modifica o contesta ciò che ascolta.

La comunicazione autentica non consiste quindi nel trasportare un significato già completo da un punto all'altro del sistema sociale. Consiste piuttosto nel creare le condizioni affinché un significato possa emergere dall'incontro tra soggetti diversi. In questo senso, ogni processo comunicativo è anche un processo di trasformazione linguistica, attraverso il quale la materia grezza dell'esperienza viene progressivamente convertita in forme condivisibili di comprensione.

Un dato può così diventare racconto, un episodio può trasformarsi in memoria, una percezione individuale può evolvere in rappresentazione collettiva, un'intuizione può assumere la forma di una visione capace di orientare i comportamenti di una comunità. Nessuna di queste trasformazioni è automatica. Tutte richiedono un lavoro complesso di mediazione simbolica che ricorda, almeno metaforicamente, il lento lavoro delle antiche trasmutazioni.

Tuttavia, è sul piano antropologico che il confronto tra alchimia e comunicazione rivela la sua dimensione più feconda.

Per secoli l'immaginario occidentale ha interpretato l'alchimia come il tentativo di trasformare il piombo in oro. Si tratta, naturalmente, di una semplificazione che non restituisce la ricchezza di una tradizione assai più articolata. Eppure, proprio questa immagine continua a esercitare un fascino straordinario perché intercetta una struttura profonda dell'esperienza umana. Se si abbandona per un momento la lettura letterale della metafora, ci si accorge infatti che ogni esistenza è attraversata da un incessante desiderio di trasformazione. Gli esseri umani cercano continuamente di modificare il significato delle proprie esperienze, di convertire il dolore in apprendimento, la perdita in memoria, la paura in consapevolezza, l'incertezza in progetto, la vulnerabilità in relazione. Nessuno attraversa la vita limitandosi ad accumulare eventi. Tutti, in forme differenti, tentiamo di attribuire un senso a ciò che ci accade.

Eccomi, dunque, alla trasmutazione alchemica come potente metafora antropologica. Il piombo non rappresenta soltanto un metallo; è ciò che appare opaco, pesante, incomprensibile o bloccato all'interno dell'esperienza umana. L'oro, al contrario, non coincide soltanto con una sostanza preziosa; diventa l'immagine di una maggiore consapevolezza, di una comprensione più profonda, di una forma di armonizzazione tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare.

Provo a formulare altri concetti: gli alchimisti comunicatori odierni potrebbero offrire strumenti simbolici attraverso i quali individui e comunità possono orientarsi all'interno della complessità; costruire ponti tra esperienze differenti; ridurre le distanze tra soggetti che abitano universi culturali diversi; trasformare ciò che appare puramente individuale in qualcosa che può essere riconosciuto, compreso e condiviso.

Una parola può non cambiare i fatti, ma può modificare il modo in cui quei fatti vengono interpretati, così come una narrazione non elimina una ferita, ma può consentire di integrarla all'interno di una storia più ampia; e un racconto collettivo può non cancellare una crisi, ma può fornire alla comunità gli strumenti simbolici necessari per attraversarla.

Forse è per questo che la mostra di Kiefer mi ha visitato. 
Le alchimiste che emergono dai suoi teleri non sembrano appartenere al passato. Sembrano parlare direttamente a una contemporaneità che, pur disponendo di conoscenze scientifiche infinitamente superiori, continua a confrontarsi con la medesima esigenza di trasformare l'esperienza in significato e la conoscenza in consapevolezza. 
La loro lezione riguarda il loro modo di abitare la ricerca, che non separava rigorosamente immaginazione e conoscenza, intuizione e osservazione, materia e simbolo, ma considerava ciascuna di queste dimensioni come parte di un medesimo percorso di comprensione.

Osservando le opere di Kiefer ho avuto la sensazione che il vero omaggio alle alchimiste non consistesse soltanto nel restituire loro un volto. Consistesse piuttosto nel riportare alla luce una domanda che attraversa l'intera vicenda umana e che continua a manifestarsi, sotto forme diverse, in ogni attività creativa: come avviene la trasformazione? In quale momento la materia diventa significato, la conoscenza diventa visione e l'esperienza diventa consapevolezza?

Nel frastuono delle emozioni, un’ultima suggestione: le alchimiste celebrate da Kiefer mi ricordano che ogni autentico processo di conoscenza nasce dall'incontro tra discipline diverse, che nessuna scoperta significativa può essere ridotta a una formula, che ogni linguaggio custodisce sempre più significati di quanti riesca esplicitamente a dichiarare e che le trasformazioni più importanti non avvengono necessariamente nei laboratori visibili della tecnica, ma spesso in quei laboratori invisibili fatti di parole, simboli, narrazioni e relazioni nei quali gli esseri umani cercano incessantemente di convertire il peso talvolta opaco della propria esperienza in una forma più alta di comprensione di sé e del mondo.

Non potete non farvi visitare da Kiefer e dalle sue alchimiste.