L’epoca delle immagini e la scomparsa dell’altrove

Qualche post fa ho affrontato un tema tanto scivoloso quanto necessario: il rapporto tra immagini e immaginario, tra la proliferazione delle prime e le sorti del secondo.

In quel contesto il dettaglio appariva come una forma di resistenza. Non soltanto una categoria estetica o fotografica, ma un modo di sottrarsi alla fretta con cui oggi consumiamo il visibile. E proprio da questa considerazione emerge una questione più radicale: che ne è dell’immaginazione quando le immagini si moltiplicano fino a saturare il campo della percezione, occupando ogni interstizio dell’attenzione e riducendo progressivamente lo spazio dell’elaborazione interiore?

La questione, infatti, non riguarda soltanto il modo in cui guardiamo, ma il modo in cui costruiamo mentalmente il mondo, lo interpretiamo, lo abitiamo e, soprattutto, lo rendiamo disponibile a ciò che ancora non esiste.

Per lungo tempo abbiamo creduto che l’aumento delle immagini avrebbe prodotto una proporzionale estensione delle nostre possibilità immaginative. L’ipotesi appariva assai ragionevole. Più rappresentazioni, più accesso alla conoscenza; più accesso alla conoscenza, più strumenti per comprendere e reinventare la realtà. Eppure, qualcosa sembra aver preso una direzione diversa. In una fase storica caratterizzata da una proliferazione quasi illimitata del visibile, ciò che appare in progressivo arretramento non è la disponibilità delle immagini, ma la capacità di produrre immaginari complessi, articolati e autonomi.

Non è un semplice paradosso tecnologico. 
È un mutamento culturale molto più profondo.

La conseguenza più profonda di questo processo non è soltanto estetica, ma cognitiva. Quando l’immagine precede sistematicamente l’esperienza, finisce infatti per modificare il modo stesso in cui l’esperienza viene riconosciuta, interpretata e abitata. Non guardiamo più soltanto il mondo, ma sempre più spesso lo inquadriamo.

Il sapiens digitale, prima ancora di chiedersi che cosa stia accadendo, cerca il punto di ripresa, la distanza migliore, la scena da trattenere, il frammento da rendere comunicabile. La fotocamera del cellulare, in questo senso, non è più un semplice dispositivo tecnico, ma diventa una protesi percettiva, un filtro cognitivo attraverso cui la realtà viene anticipata come contenuto prima ancora di essere compresa come evento.

Questo meccanismo appare con particolare evidenza negli adolescenti, non perché siano più superficiali o meno capaci di sentire, ma perché sono cresciuti dentro un ambiente in cui la presenza coincide sempre più spesso con la tracciabilità della presenza. Esserci significa poter mostrare di esserci sul serio; vivere qualcosa significa, quasi simultaneamente, poterlo registrare, archiviare, condividere, trasformare in segno. La fotocamera dello smartphone interviene a questo punto come un riflesso appreso, una grammatica incorporata dello sguardo: davanti a ciò che sorprende, colpisce, inquieta o eccede l’ordinario, la prima risposta non è più necessariamente l’azione, ma l’inquadratura.

In termini cognitivi, accade qualcosa di decisivo. Lo schermo introduce una distanza tra il soggetto e l’evento, trasformando ciò che è immediato in qualcosa di osservabile, ciò che è pericoloso in qualcosa di apparentemente rappresentabile, ciò che richiederebbe una reazione in qualcosa che sembra poter essere guardato ancora per qualche secondo. La realtà, passando attraverso la cornice del telefono, perde temporaneamente parte della sua urgenza fisica e assume la forma ambigua della scena. Non è più soltanto “ciò che sta accadendo a me, qui, ora”, ma diventa “qualcosa che sto vedendo”, e proprio questa conversione può produrre una sospensione pericolosa del giudizio.

È dentro questa sospensione che va letto, con tutta la cautela necessaria, anche quanto accaduto in una triste vicenda di cronaca, nella quale alcuni adolescenti, nei primi istanti di un incendio, avrebbero continuato a filmare le fiamme invece di allontanarsi immediatamente. Le ricostruzioni giornalistiche hanno riferito della circolazione di video girati all’interno del locale, nei quali alcune persone riprendevano il fuoco mentre la situazione stava rapidamente degenerando; diversi commentatori ed esperti hanno poi richiamato, per interpretare quei comportamenti senza ridurli a una semplice mancanza di lucidità o di responsabilità individuale, meccanismi come il congelamento della risposta, la sottovalutazione iniziale del pericolo, il cosiddetto normality bias e l’effetto di imitazione del gruppo.

Sarebbe però banale, e forse anche ingiusto, ridurre tutto a una diagnosi moralistica, travestita da analisi sociologica, sulla generazione degli smartphone. Non si tratta di ragazzi incapaci di distinguere il reale dal virtuale, né di una frivolezza digitale che avrebbe cancellato l’istinto di sopravvivenza. 
Il punto è più sottile, più inquietante e riguarda tutti noi, perché non appartiene soltanto alla cronaca dei comportamenti giovanili, ma investe il modo in cui le nostre abitudini percettive stanno modificando il rapporto tra esperienza, rappresentazione e azione: quando un’abitudine percettiva viene esercitata migliaia di volte, quando ogni evento significativo viene immediatamente tradotto in immagine, quella traduzione può diventare automatica anche nel momento in cui sarebbe necessario interromperla. 
Il gesto di filmare, in una situazione estrema, può così configurarsi come una falsa azione perché sembra una risposta, perché implica un movimento, una scelta, una presa sul mondo; ma in realtà può coincidere con una paralisi mascherata, con un modo di prendere distanza dall’evento invece di entrarvi con la prontezza necessaria.

A ciò si aggiunge la dinamica del gruppo. In una situazione collettiva, soprattutto in un contesto festivo, rumoroso, affollato, saturo di stimoli, il pericolo non viene valutato soltanto sulla base di ciò che si vede, ma anche sulla base di ciò che fanno gli altri. Se gli altri non fuggono, se qualcuno ride, balla, riprende, resta fermo, il cervello può interpretare quella immobilità diffusa come un segnale implicito di non urgenza. Il panico, contrariamente a quanto si crede, non esplode sempre subito; talvolta arriva troppo tardi, dopo una fase iniziale di incredulità, di negazione, di sospensione percettiva. In quei secondi, che possono sembrare marginali e invece decidono tutto, lo smartphone rischia di consolidare l’equivoco: se sto filmando, allora forse non sono ancora dentro il pericolo, ma davanti a qualcosa che posso osservare.

La fotocamera diventa così una soglia ambigua tra esperienza e rappresentazione. Protegge ma tradisce. Protegge perché offre alla mente una forma, un perimetro, una cornice dentro cui collocare l’imprevisto; tradisce perché, proprio mentre ordina l’evento, può ritardare il riconoscimento della sua gravità. 
Il dispositivo non si limita a registrare ciò che accade: riorganizza il rapporto tra attenzione, corpo e azione. Sposta l’individuo dalla condizione di soggetto coinvolto a quella di spettatore operativo, qualcuno che partecipa all’evento producendo la sua immagine, ma che proprio per questo può tardare a riconoscerne la minaccia.

Qui si misura la differenza decisiva tra immagini e immaginario. Le immagini si moltiplicano, scorrono, occupano lo sguardo; l’immaginario, invece, dovrebbe consentirci di elaborare, prevedere, collegare, attribuire senso, perfino anticipare il pericolo. Ma quando l’immaginario viene colonizzato dalla logica della ripresa, quando l’esperienza è pensata innanzitutto come materiale visivo, la nostra capacità di immaginare le conseguenze può indebolirsi proprio nel momento in cui sarebbe più necessaria. Vediamo molto, registriamo moltissimo, ma non sempre comprendiamo più rapidamente. Anzi, talvolta l’eccesso di visibilità produce un ritardo dell’intelligenza pratica, perché trasforma l’evento in immagine prima che il corpo possa riconoscerlo come allarme.

Per questo il tema non riguarda soltanto l’educazione digitale, ma una più ampia educazione dello sguardo. Occorre tornare a insegnare che non tutto ciò che accade deve essere immediatamente ripreso, che vi sono momenti in cui guardare significa reagire e non documentare, che la realtà conserva una precedenza assoluta sulla sua rappresentazione. Prima della foto viene il corpo. Prima del contenuto viene la situazione. Prima della condivisione viene il giudizio.

E prima dell’immagine, sempre, dovrebbe rimanere quella forma elementare e vigile di presenza che ci permette di distinguere una scena da un pericolo, un evento da una minaccia, qualcosa da ricordare da qualcosa da cui fuggire.

Accade anche con i luoghi, che visitiamo avendo già visto centinaia di fotografie; accade con le persone, che incontriamo dopo averne attraversato il profilo pubblico; accade con gli eventi, che giungono a noi già incorporati dentro una cornice narrativa che ne delimita il significato possibile; accade perfino con i ricordi, sempre più spesso delegati a una documentazione digitale che si sostituisce gradualmente alla loro elaborazione interiore.

È come se il mondo venisse continuamente anticipato dalla propria didascalia.

E una realtà che arriva sempre accompagnata dalla spiegazione di sé rischia, lentamente, di perdere la propria capacità di interrogare.

Quando questo accade, il problema non è che vediamo meno cose. Al contrario. Ne vediamo moltissime. Il problema è che diventano sempre più rare le occasioni in cui siamo costretti a costruire autonomamente il significato delle cose che vediamo, invece di riceverlo già confezionato dalla loro cornice narrativa.

L’immaginario, infatti, non coincide mai con l’insieme delle immagini che una società produce o conserva. Pensarlo significherebbe ridurlo a una sorta di magazzino iconografico, a un deposito di forme visive disponibili al consumo collettivo, mentre l’immaginario è qualcosa di molto più complesso: è il lavoro invisibile che una comunità compie sulle proprie immagini, il processo attraverso il quale esse cessano di essere semplici rappresentazioni e diventano materia simbolica, memoria condivisa, desiderio, aspettativa, timore, persino progetto di vita.

Il problema, dunque, non è l’esistenza delle immagini, ma la loro separazione da un lavoro simbolico capace di trasformarle in esperienza, memoria e possibilità di senso.
Per dirla con una battuta che spero non risulti frettolosa: l’immaginario non è la fotografia del mare. È l’idea di mare che una civiltà costruisce nel corso del tempo.
L’immaginario, da questo punto di vista, assomiglia meno a una funzione estetica che a un’infrastruttura cognitiva: non l’ambito in cui il reale viene semplicemente rappresentato, ma una delle forme attraverso cui viene percepito, ordinato e reso socialmente intelligibile.

Portando alle estreme conseguenze questa riflessione, appena accennata e dunque ancora tutta da approfondire, vorrei affermare che l’immaginario è ciò che consente a una comunità di non coincidere interamente con ciò che è già diventata. È la riserva simbolica dalla quale emergono nuove interpretazioni, nuovi linguaggi, nuovi progetti e nuove possibilità di convivenza. Forse, allora, il compito più urgente – soprattutto di coloro che hanno a che fare con la comunicazione e l’informazione – non consiste nell’aggiungere altre immagini a quelle che già ci circondano, perché probabilmente ne possediamo più di quante riusciremo mai ad attraversare. Il compito consiste piuttosto nel restituire alle immagini una soglia di opacità, una profondità, una capacità di generare domande invece di limitarsi a fornire risposte immediate.

In altre parole, occorre restituire al mondo una parte della propria eccedenza visuale.