Non è più questione di epoche

È questione di come stiamo insieme. E di come ne parliamo.

Che peccato. Il suffisso -cene ha perso la sua natura puramente geocronologica ed è diventato un suffisso culturale e politico usato per indicare un’epoca dominata da una specifica forza o sistema. Basta con Eocene o Pleistocene.

Non so voi, ma io ho sentito e letto di Necrocene, Growthocene, Urbanocene, Antropocene, Capitalocene, Chthulucene, Tecnocene, Pirocene, Phagocene, Anthrobscene, Occidentalocene.

Dal geologo scozzese Charles Lyell ai giorni nostri, il benedetto suffisso ha preso una piega insolita, senz’altro diversa. E in soli due secoli mal contati.

Ingenuamente ero rimasto all’Antropocene — parola ormai sedimentata — che non indica soltanto un’era geologica, ma una postura: quella di una specie capace di trasformare il mondo senza appartenervi davvero. Glenn Albrecht propone di archiviare questa postura prima ancora del suo nome, e di sostituirla con un’altra immagine operativa: il Simbiocene.

Diamogli credito.

“Nel mio libro Earth Emotions (2019) ho sostenuto che le nostre emozioni, positive e negative, quelle maggiormente connesse allo stato della Terra, sono fondamentali per porre rimedio ai problemi cruciali provocati dalle “forzature” dell’attuale periodo storico, noto come Antropocene. Come antidoto emotivo e materiale al dispotico Antropocene, propongo il paradigma del Simbiocene. Alla base di questa nuova era, c’è il concetto-scienza di simbiosi. Con tale vocabolo si indica un “sodalizio”, un “vivere insieme” per vantaggio reciproco. In Natura, la simbiosi ha i forti connotati di partnership complesse tra entità che formano tutti i tipi di organismi (olobionti).”


In un articolo su Repubblica del 27 maggio scorso, il filosofo australiano spiegava ciò che avrebbe poi ribadito con maggiore enfasi al Festival di Green&Blue a Milano, qualche giorno dopo.

In realtà, già in "Ecopsychology in the Symbiocene", pubblicato nel 2014 sulla rivista Ecopsychology, e nel saggio del 2016 "Exiting the Anthropocene and Entering the Symbiocene", pubblicato dal Center for Humans and Nature, il concetto era apparso con chiarezza.

Per non parlare del manifesto letterario del 2019, "Earth Emotions: New Words for a New World".

Insomma, al Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, ha ribadito che nel Simbiocene la vita non è più il teatro di una competizione permanente — il dispositivo narrativo che ha giustificato, per secoli, estrazione, dominio e gerarchia — ma una rete di coesistenze che si rafforzano reciprocamente. La simbiosi, in questa prospettiva, non è una metafora ecologista, bensì un principio strutturale: vivere-con per poter vivere.

La conseguenza è radicale, quasi destabilizzante: l’umano cessa di essere misura del mondo e torna ad essere funzione dentro una trama di relazioni che lo precedono e lo eccedono. Non individuo isolato, ma composizione di alterità, organismo tra organismi, nodo in un sistema che non controlla ma attraversa.

Qui il pensiero di Albrecht intercetta, ma anche mette alla prova, un argomento a me caro, che non riguarda solo l’ambiente ma la lingua. Perché, se si guarda bene, la crisi dell’Antropocene è anche — forse soprattutto — una crisi di linguaggio.

Non abbiamo soltanto sfruttato male il pianeta; abbiamo gestito male le relazioni. Abbiamo raccontato la vita come una sequenza di atti individuali, grammaticalizzato il mondo in termini di soggetti separati e di oggetti disponibili, costruito sistemi simbolici che rendevano invisibile la dipendenza reciproca e irrappresentabile la coappartenenza.

Da questo punto di vista, il Simbiocene non è semplicemente una transizione ecologica: è una riforma semantica. Albrecht lo intuisce quando insiste sulla necessità di nuove parole per descrivere le emozioni legate alla Terra e per uscire dall’impasse percettiva in cui siamo intrappolati.

Non si cambia mondo senza cambiare il lessico che lo rende pensabile.

Se la partecipazione non è semplicemente un fatto sociale, ma una condizione enunciativa — cioè il luogo in cui il senso accade perché è condiviso — allora il Simbiocene può essere letto come un’estensione ecologica di questa logica: non c’è vita fuori dalla co-costruzione, così come non c’è significato fuori dalla co-enunciazione.

La simbiosi, da questa angolazione, è una forma materiale di partecipazione, e la partecipazione, a sua volta, una forma simbolica di simbiosi.

Se trasliamo questo schema sul piano ecologico, il salto è immediato: il Simbiocene non è soltanto un mondo in cui cooperiamo di più, ma un mondo in cui la cooperazione è condizione di esistenza — proprio come la condivisione è condizione del senso.

C’è però un punto di tensione, ed è quello che rende il confronto fertile. Il punto non è dire “insieme è meglio” — che è un artificio morale — ma costruire condizioni linguistiche, organizzative, istituzionali in cui l’insieme non sia una parola, ma una pratica.

E qui il Simbiocene, per non restare visione ispirazionale, deve trasformarsi in sintassi: in regole di combinazione, in architetture relazionali, in forme concrete di interdipendenza.

Ne siamo davvero pronti? Speriamocene.